Voce del verbo avere, il bisogno tra ieri e oggi

 A palazzo Branciforte, in quello che era il Monte dei Pegni della città, una mostra indaga il concetto di economia e necessità, tra memoria storica e contemporaneo

di Antonella Lombardi

Quei palchi in legno hanno raccolto per due secoli il carico di dolore e speranza degli indigenti della città che, in cambio di poche lire, portavano i propri vestiti, un paio di scarpe faticosamente conquistato, le proprie lenzuola e materassi al Monte dei Pegni: oggi, a Palazzo Branciforte, tra quei ballatoi preservati dal restauro di Gae Aulenti, quella morsa del bisogno rivive in un’esposizione di Marzia Migliora dal titolo evocativo “Voce del verbo avere”, un viaggio tra memoria storica e contemporaneità. A organizzarla, in quello che una volta era il Monte dei Pegni a Palazzo Branciforte, è la fondazione Merz, in collaborazione con la Fondazione Sicilia, un’iniziativa che rientra tra quelle di Palermo capitale italiana della Cultura e che da domani e fino al 4 novembre sarà aperta al pubblico.

Suggestionata dalla storia dello spazio palermitano, poi chiamato “monte di Santa Rosalia”, in onore della patrona della città, l’artista ha creato tre opere inedite per l’occasione, ciascuna attinente al tema del cibo, della fame e del denaro, con la sua ambiguità che da un lato affranca dall’essere schiavo ma dall’altro istituisce nuove schiavitù. Una spirale che condiziona anche l’accesso al cibo, ieri come oggi. 
“Voce del verbo avere” è l’opera che dà il titolo alla mostra, e che riprende la tradizione dell’obolo di Caronte, cioè la moneta posta nella bocca dei defunti perché arrivasse al traghettatore di anime. Qui è una dracma greca degli anni 30 (raffigurante una spiga di grano e la dea Demetra) sospesa nella mandibola di uno squalo, simbolo della fame e del bisogno (con la Grecia che ha incarnato la crisi economica moderna in Europa) e al tempo stesso la voracità della brama di potere.

“Pane di bocca”, invece, è la seconda opera inedita che ricorda la propaganda del regime fascista per raccogliere fondi a sostegno della guerra in Etiopia, quando, durante la Giornata della fede, è stato chiesto di consegnare ai coniugi le fedi nuziali ricevendo in cambio un anello di latta inciso, come quello che è parte dell’opera. 

Chiude il percorso “L’arte della fame” , titolo – tributo al saggio di Paul Auster, installazione che richiama la struttura lignea del Monte di Pietà, noto anche come “Monte dei Panni”, dove le linee verticali e orizzontali si intrecciano formando una gabbia “la gabbia del mercato”, spiega l’artista alla presentazione alla stampa, dove alcune allodole rincorrono in un ciclo perpetuo una pepita d’oro che ricorda una briciola di pane.

Ma nella mostra a Palazzo Branciforte i visitatori troveranno altre opere suggestive, come “La fabbrica illuminata”, dove blocchi di salgemma grezzi, provenienti da Realmonte, simbolo della storia commerciale del Mediterraneo è scelto dall’artista come emblema dello sfruttamento. Risorsa preziosa, il sale, che darà origine al termine “salario” del lavoratore.

“Questo è un luogo fortemente legato alla storia della città e intensamente simbolico per la storia dell’uomo – ha detto Beatrice Merz, presidente della fondazione omonima – siamo lieti di proseguire da Torino a Palermo l’obiettivo di una progettualità nomade”. “Voce del verbo avere è un viaggio di impegno civile e politico di un’artista contemporanea – ha dichiarato Raffaele Bonsignore, presidente di Fondazione Sicilia –  la nostra è una fondazione bancaria, pertanto esserci è un dovere morale. Questa collaborazione si inserisce in un percorso di apertura ai linguaggi contemporanei che abbiamo intrapreso”.

Per informazioni su orari e biglietti è possibile inviare una mail all’indirizzo info@palazzobranciforte.it o contattare il numero 0917657621. Altri dettagli anche sul sito della Fondazione Merz: www.fondazionemerz.org.

A palazzo Branciforte, in quello che era il Monte dei Pegni della città, una mostra indaga il concetto di economia e necessità, tra memoria storica e contemporaneo

di Antonella Lombardi

Quei palchi in legno hanno raccolto per due secoli il carico di dolore e speranza degli indigenti della città che, in cambio di poche lire, portavano i propri vestiti, un paio di scarpe faticosamente conquistato, le proprie lenzuola e materassi al Monte dei Pegni: oggi, a Palazzo Branciforte, tra quei ballatoi preservati dal restauro di Gae Aulenti, quella morsa del bisogno rivive in un’esposizione di Marzia Migliora dal titolo evocativo “Voce del verbo avere”, un viaggio tra memoria storica e contemporaneità. A organizzarla, in quello che una volta era il Monte dei Pegni a Palazzo Branciforte, è la fondazione Merz, in collaborazione con la Fondazione Sicilia, un’iniziativa che rientra tra quelle di Palermo capitale italiana della Cultura e che da domani e fino al 4 novembre sarà aperta al pubblico.

Suggestionata dalla storia dello spazio palermitano, poi chiamato “monte di Santa Rosalia”, in onore della patrona della città, l’artista ha creato tre opere inedite per l’occasione, ciascuna attinente al tema del cibo, della fame e del denaro, con la sua ambiguità che da un lato affranca dall’essere schiavo ma dall’altro istituisce nuove schiavitù. Una spirale che condiziona anche l’accesso al cibo, ieri come oggi. 
“Voce del verbo avere” è l’opera che dà il titolo alla mostra, e che riprende la tradizione dell’obolo di Caronte, cioè la moneta posta nella bocca dei defunti perché arrivasse al traghettatore di anime. Qui è una dracma greca degli anni 30 (raffigurante una spiga di grano e la dea Demetra) sospesa nella mandibola di uno squalo, simbolo della fame e del bisogno (con la Grecia che ha incarnato la crisi economica moderna in Europa) e al tempo stesso la voracità della brama di potere.

“Pane di bocca”, invece, è la seconda opera inedita che ricorda la propaganda del regime fascista per raccogliere fondi a sostegno della guerra in Etiopia, quando, durante la Giornata della fede, è stato chiesto di consegnare ai coniugi le fedi nuziali ricevendo in cambio un anello di latta inciso, come quello che è parte dell’opera. 

Chiude il percorso “L’arte della fame” , titolo – tributo al saggio di Paul Auster, installazione che richiama la struttura lignea del Monte di Pietà, noto anche come “Monte dei Panni”, dove le linee verticali e orizzontali si intrecciano formando una gabbia “la gabbia del mercato”, spiega l’artista alla presentazione alla stampa, dove alcune allodole rincorrono in un ciclo perpetuo una pepita d’oro che ricorda una briciola di pane.

Ma nella mostra a Palazzo Branciforte i visitatori troveranno altre opere suggestive, come “La fabbrica illuminata”, dove blocchi di salgemma grezzi, provenienti da Realmonte, simbolo della storia commerciale del Mediterraneo è scelto dall’artista come emblema dello sfruttamento. Risorsa preziosa, il sale, che darà origine al termine “salario” del lavoratore.

“Questo è un luogo fortemente legato alla storia della città e intensamente simbolico per la storia dell’uomo – ha detto Beatrice Merz, presidente della fondazione omonima – siamo lieti di proseguire da Torino a Palermo l’obiettivo di una progettualità nomade”. “Voce del verbo avere è un viaggio di impegno civile e politico di un’artista contemporanea – ha dichiarato Raffaele Bonsignore, presidente di Fondazione Sicilia –  la nostra è una fondazione bancaria, pertanto esserci è un dovere morale. Questa collaborazione si inserisce in un percorso di apertura ai linguaggi contemporanei che abbiamo intrapreso”.

Per informazioni su orari e biglietti è possibile inviare una mail all’indirizzo info@palazzobranciforte.it o contattare il numero 0917657621. Altri dettagli anche sul sito della Fondazione Merz: www.fondazionemerz.org.

Hai letto questi articoli?
Articolo PrecedenteProssimo Articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Le vie dei Tesori News

Send this to a friend