Viaggio tra i borghi nella Sicilia sconosciuta

È un’Isola lontana dagli stereotipi quella che viene fuori da un libro che raccoglie le storie di 58 piccoli paesi. Un lavoro corale scritto da autori provenienti dalle comunità locali e curato da Fabrizio Ferreri e Emilio Messina

di Giulio Giallombardo

La Sicilia dai mille volti si specchia nei suoi borghi. Non importa se selvaggi o inerpicati sulla cima delle montagne o cullati dalle onde del mare, i piccoli centri sparsi per l’Isola, visti in un solo colpo d’occhio, restituiscono un caleidoscopio di bellezza lontana dagli stereotipi. A mettere insieme scorci, luoghi e comunità tanto diverse, ci hanno pensato Fabrizio Ferreri, dottore di ricerca in storia della filosofia alla Statale di Milano, e Emilio Messina, digital artist, fotografo e videomaker, che hanno curato il libro “Borghi di Sicilia”.

Si tratta di un lavoro corale che raccoglie le storie di 58 borghi, divisi per provincia, scritte da autori rappresentanti delle relative comunità locali. Tra quelli più noti, Sambuca di Sicilia, Santa Margherita Belice, Mussomeli, Zafferana Etnea, Sperlinga, e ancora Gangi, Polizzi Generosa e Castelbuono, solo per citarne alcuni. Tra le mete meno conosciute, anche dai siciliani, troviamo ad esempio Ferla, Novara di Sicilia, Aidone, Agira o Assoro.

Il libro, edito da Dario Flaccovio, viene in questi giorni presentato in giro per la Sicilia. I curatori fanno tappa oggi a Randazzo, al Museo dell’Opera dei pupi, alle 17,30, e successivamente a Mineo (13 ottobre), Palazzolo Acreide (20 ottobre) e Montalbano Elicona (28 ottobre). Abbiamo voluto sapere di più di questo atipico viaggio in Sicilia, facendo qualche domanda a Fabrizio Ferreri, che, inoltre, è docente di filosofia nei licei e promotore del costituendo Osservatorio dei Piccoli Comuni della Sicilia.

Quando e come nasce l’idea di questo progetto?

“Nasce esattamente quattro anni fa, dall’incontro del mio percorso accademico di studio sui borghi alla Kore di Enna e dalla passione fotografica di Emilio Messina, che in quel periodo girava palmo a palmo l’Isola in cerca di scorci e scenari inediti. Il libro nasce dall’esigenza di dare rappresentazione ad una parte meno nota della Sicilia, e non semplicemente per finalità turistiche, ma con l’obiettivo più profondo di rimettere in movimento, attraverso una rinnovata scoperta, il senso dei luoghi, che in queste comunità in bilico è fragile e rischia di perdersi del tutto. Una Sicilia ‘altra’, poco raccontata, poco narrata”.

San Mauro Castelverde

Quale immagine della Sicilia viene fuori da questi 58 borghi?

“Viene fuori una Sicilia certamente multiforme, sfaccettata, ma non ancora ‘stemperata’, non del tutto contaminata, ancora in parte resistente ai grandi flussi globali che tutto parificano annullando differenze e peculiarità. Viene fuori una Sicilia ancora non addomesticata, di una bellezza imperfetta, ma ancora intima ed essenziale, una bellezza minacciata, precaria, percorsa da un principio di dissoluzione, ma ancora in contatto con le comunità che la esprimono e la custodiscono. Viene fuori una Sicilia di luoghi nascosti, pericolanti, un po’ sgretolati le cui crepe non dicono soltanto abbandono, ma sono anche fessure, appigli per un nuovo modo di guardare”.

Quali sono, se è possibile individuarli, i tratti comuni dei borghi siciliani? E come cambiano le comunità da una parte all’altra dell’Isola?

“Più che una caratterizzazione per collocazione geografica, che rischierebbe di essere parziale, propenderei per farne una che riguarda il presente. È la seguente: vi sono borghi dove ancora è presente una forte capacità di narrazione identitaria e borghi invece che questa capacità la stanno perdendo. Nel primo caso l’immenso patrimonio artistico, architettonico, culturale, paesaggistico, enogastronomico, folclorico che questi luoghi posseggono è ancora vivo, fa parte di un rapporto vitale che rinnova le forme del riconoscimento e dell’appartenenza, e garantisce a questi luoghi una tenuta che si traduce in maggiore speranza di futuro. In altri luoghi invece questa coscienza di luogo dà segnali di progressivo indebolimento: prima ancora dei parametri economici, un luogo inizia veramente a morire quando perde la capacità di raccontarsi. Quando il silenzio indifferente che vi subentra rode e sfalda dal di dentro il tessuto vitale di una comunità”.

Nel libro, sono descritti anche borghi non in senso stretto, come Poggioreale Antica o Castania, come mai?

“Volevamo dare visibilità anche alle ferite, alle scuciture, alle smagliature di una terra che è interamente solare solo nelle rappresentazioni più superficiali. Il nostro obiettivo, che nelle rovine diviene quasi esemplare, è trasformare luoghi dimenticati o mummificati in cartolina godibile, in luoghi della memoria. Di una memoria che si riaggancia al presente e diviene consapevolezza, riscoperta affettivamente profonda e coinvolgente della propria storia”.

La copertina del libro

Quali sono i borghi, secondo lei, più misteriosi? Quali invece quelli più sconosciuti e che meriterebbero di essere visitati o rivalutati?

“È impossibile rispondere a questa domanda, ogni borgo ha una bellezza segreta da cogliere e svelare, e ognuno di questi borghi, anzi il borgo in sé come tipologia di esperienza di viaggio peculiare meriterebbe attente politiche regionali di valorizzazione. Eppure, su tutti, due luoghi ci hanno colpito profondamente: il teatro Andromeda a Santo Stefano Quisquina, teatro contemporaneo all’aperto in altura, opera visionaria di un pastore-artista del luogo; e le rovine di Poggioreale, ovvero lo scheletro del paese colpito dal terremoto del Belice del 1968, ancora lì a stento in piedi come un castello di carte su un filo di nylon. Tra i borghi proprio sconosciuti che meriterebbero più luce, direi San Mauro Castelverde, non meno carico di fascino, dalla chiesa normanna di San Giorgio sino alle gole di Tiberio, degli altri meravigliosi borghi delle Madonie”.

È un’Isola lontana dagli stereotipi quella che viene fuori da un libro che raccoglie le storie di 58 piccoli paesi. Un lavoro corale scritto da autori provenienti dalle comunità locali e curato da Fabrizio Ferreri e Emilio Messina

di Giulio Giallombardo

La Sicilia dai mille volti si specchia nei suoi borghi. Non importa se selvaggi o inerpicati sulla cima delle montagne o cullati dalle onde del mare, i piccoli centri sparsi per l’Isola, visti in un solo colpo d’occhio, restituiscono un caleidoscopio di bellezza lontana dagli stereotipi. A mettere insieme scorci, luoghi e comunità tanto diverse, ci hanno pensato Fabrizio Ferreri, dottore di ricerca in storia della filosofia alla Statale di Milano, e Emilio Messina, digital artist, fotografo e videomaker, che hanno curato il libro “Borghi di Sicilia”.

Si tratta di un lavoro corale che raccoglie le storie di 58 borghi, divisi per provincia, scritte da autori rappresentanti delle relative comunità locali. Tra quelli più noti, Sambuca di Sicilia, Santa Margherita Belice, Mussomeli, Zafferana Etnea, Sperlinga, e ancora Gangi, Polizzi Generosa e Castelbuono, solo per citarne alcuni. Tra le mete meno conosciute, anche dai siciliani, troviamo ad esempio Ferla, Novara di Sicilia, Aidone, Agira o Assoro.

Il libro, edito da Dario Flaccovio, viene in questi giorni presentato in giro per la Sicilia. I curatori fanno tappa oggi a Randazzo, al Museo dell’Opera dei pupi, alle 17,30, e successivamente a Mineo (13 ottobre), Palazzolo Acreide (20 ottobre) e Montalbano Elicona (28 ottobre). Abbiamo voluto sapere di più di questo atipico viaggio in Sicilia, facendo qualche domanda a Fabrizio Ferreri, che, inoltre, è docente di filosofia nei licei e promotore del costituendo Osservatorio dei Piccoli Comuni della Sicilia.

Quando e come nasce l’idea di questo progetto?

“Nasce esattamente quattro anni fa, dall’incontro del mio percorso accademico di studio sui borghi alla Kore di Enna e dalla passione fotografica di Emilio Messina, che in quel periodo girava palmo a palmo l’Isola in cerca di scorci e scenari inediti. Il libro nasce dall’esigenza di dare rappresentazione ad una parte meno nota della Sicilia, e non semplicemente per finalità turistiche, ma con l’obiettivo più profondo di rimettere in movimento, attraverso una rinnovata scoperta, il senso dei luoghi, che in queste comunità in bilico è fragile e rischia di perdersi del tutto. Una Sicilia ‘altra’, poco raccontata, poco narrata”.

San Mauro Castelverde

Quale immagine della Sicilia viene fuori da questi 58 borghi?

“Viene fuori una Sicilia certamente multiforme, sfaccettata, ma non ancora ‘stemperata’, non del tutto contaminata, ancora in parte resistente ai grandi flussi globali che tutto parificano annullando differenze e peculiarità. Viene fuori una Sicilia ancora non addomesticata, di una bellezza imperfetta, ma ancora intima ed essenziale, una bellezza minacciata, precaria, percorsa da un principio di dissoluzione, ma ancora in contatto con le comunità che la esprimono e la custodiscono. Viene fuori una Sicilia di luoghi nascosti, pericolanti, un po’ sgretolati le cui crepe non dicono soltanto abbandono, ma sono anche fessure, appigli per un nuovo modo di guardare”.

Quali sono, se è possibile individuarli, i tratti comuni dei borghi siciliani? E come cambiano le comunità da una parte all’altra dell’Isola?

“Più che una caratterizzazione per collocazione geografica, che rischierebbe di essere parziale, propenderei per farne una che riguarda il presente. È la seguente: vi sono borghi dove ancora è presente una forte capacità di narrazione identitaria e borghi invece che questa capacità la stanno perdendo. Nel primo caso l’immenso patrimonio artistico, architettonico, culturale, paesaggistico, enogastronomico, folclorico che questi luoghi posseggono è ancora vivo, fa parte di un rapporto vitale che rinnova le forme del riconoscimento e dell’appartenenza, e garantisce a questi luoghi una tenuta che si traduce in maggiore speranza di futuro. In altri luoghi invece questa coscienza di luogo dà segnali di progressivo indebolimento: prima ancora dei parametri economici, un luogo inizia veramente a morire quando perde la capacità di raccontarsi. Quando il silenzio indifferente che vi subentra rode e sfalda dal di dentro il tessuto vitale di una comunità”.

La copertina del libro

Nel libro, sono descritti anche borghi non in senso stretto, come Poggioreale Antica o Castania, come mai?

“Volevamo dare visibilità anche alle ferite, alle scuciture, alle smagliature di una terra che è interamente solare solo nelle rappresentazioni più superficiali. Il nostro obiettivo, che nelle rovine diviene quasi esemplare, è trasformare luoghi dimenticati o mummificati in cartolina godibile, in luoghi della memoria. Di una memoria che si riaggancia al presente e diviene consapevolezza, riscoperta affettivamente profonda e coinvolgente della propria storia”.

Quali sono i borghi, secondo lei, più misteriosi? Quali invece quelli più sconosciuti e che meriterebbero di essere visitati o rivalutati?

“È impossibile rispondere a questa domanda, ogni borgo ha una bellezza segreta da cogliere e svelare, e ognuno di questi borghi, anzi il borgo in sé come tipologia di esperienza di viaggio peculiare meriterebbe attente politiche regionali di valorizzazione. Eppure, su tutti, due luoghi ci hanno colpito profondamente: il teatro Andromeda a Santo Stefano Quisquina, teatro contemporaneo all’aperto in altura, opera visionaria di un pastore-artista del luogo; e le rovine di Poggioreale, ovvero lo scheletro del paese colpito dal terremoto del Belice del 1968, ancora lì a stento in piedi come un castello di carte su un filo di nylon. Tra i borghi proprio sconosciuti che meriterebbero più luce, direi San Mauro Castelverde, non meno carico di fascino, dalla chiesa normanna di San Giorgio sino alle gole di Tiberio, degli altri meravigliosi borghi delle Madonie”.

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