Viaggio tra gli spettri della Fiera, scene da una città post-atomica

I padiglioni dell’ex campionaria di Palermo sono da anni in abbandono, mentre si pensa al maxi centro congressi, c’è chi vorrebbe salvare le decorazioni di pregio

di Giulio Giallombardo

Cartoline da una Palermo post-atomica. Una città nella città infestata da un virus ben diverso da quello che ha paralizzato il mondo. Cova tra gli intonaci divorati dal tempo, si annida sotto cumuli di rifiuti, passa da chiosco a chiosco, contagiando ciò che resta di cucine e servizi. È l’epidemia dell’incuria che dilaga da anni tra i padiglioni dell’ex Fiera del Mediterraneo, diventata ormai – per ironia della sorte – quartier generale dell’emergenza sanitaria in città. Accanto al via vai per tamponi e vaccini, c’è il silenzio irreale degli edifici che un tempo ospitavano gli stand della campionaria. Interni che sembrano sventrati da un’esplosione, esterni a pezzi su cui la natura sta lentamente prendendo il sopravvento.

Ingresso del Padiglione 3

Così, quel triangolo che si incunea fin quasi alle pendici di monte Pellegrino, dove generazioni di palermitani trascorrevano le serate di primavera, tra bancarelle, crêpes e luna park, è un pezzo di città in agonia. Percorrere la strada per raggiungere i gazebo dei tamponi, è come passare da un girone infernale: un susseguirsi di architetture spettrali che nascondono all’interno ambienti collassati e rifiuti di ogni tipo. Dai vetri polverosi del padiglione 3 s’intravedono reti, materassi, frigoriferi, divani, mobili di ogni tipo lasciati lì come se qualcuno si fosse dato improvvisamente alla fuga. Davanti c’è un grande spazio dove il soffitto è crollato e sul pavimento sono ammassati quelli che sembrano tappeti e moquette.

L’interno del padiglione moresco

Entrare nel piccolo padiglione moresco è come ritrovarsi in un oscuro tempio esoterico, dove le pareti sono segnate dai nomi degli arcangeli, con tanto di tavolo a fare da piccolo altare. Davanti al chiosco greco, soffocato da sterpaglie che ne impediscono l’accesso, in mezzo a cumuli di rifiuti, campeggia in bella vista addirittura una cassaforte. Un albero crollato fa da porta d’ingresso al settore P, dove si trovava una delle aree di ristoro più frequentate, con capannelli di gente in fila per un panino o una pizza. Oggi quei banconi tutti in cerchio, uno attaccato all’altro, sono un ritrovo di fantasmi. Cumuli di sfabbricidi riempiono le cucine, tra latte d’olio e stoviglie ancora sui banconi.

Il settore P

Scene da una catastrofe urbana che sembra destinata a non avere fine. I fasti di un tempo sono ormai perduti, nonostante il tentativo di rianimare la kermesse a partire dal 2015, con la nuova gestione della trapanese Medifiere, fermata l’anno scorso dalla pandemia. Prima di allora, una lunga avventura iniziata nel 1946 fino al 2008, quando la crisi finanziaria ha messo fine alle attività dell’Ente autonomo gestito dalla Regione Siciliana. Anni di abbandono che hanno pesato come macigni su gran parte degli edifici, tanto che, prima della pandemia, i padiglioni abbandonati hanno fatto da set alla serie profetica “Anna”, firmata da Niccolò Ammaniti e in onda in questi giorni sulle piattaforme televisive.

 

Da tempo, le speranze dell’ex Fiera sono concentrate sul Padiglione 20, attualmente hub vaccinale di Palermo. La rinascita potrebbe iniziare da lì, grazie al progetto di trasformarlo in un maxi centro congressi da quattromila posti (ve ne abbiamo parlato qui). La progettazione è stata recentemente aggiudicata a un raggruppamento di professioni di uno studio d’ingegneria veneto. La Regione, che lavorerà in sinergia col Comune, ha già stanziato 15 milioni di euro. Inoltre, un altro progetto è stato inserito tra quelli proposti dall’amministrazione comunale per il Recovery Fund: l’idea è di creare un polo per l’innovazione e la cooperazione tra le istituzioni e i giovani.

Padiglioni dell’ex Fiera

Tra i progetti presentati per il centro congressi del Padiglione 20 c’era anche quello dello studio Provenzano Architetti Associati, realizzato per conto di Federalberghi. “Avevamo pensato a un intervento di recupero suddiviso in diverse tappe – spiega l’architetto Sebastiano Provenzano – selezionando gli edifici di pregio e studiando soluzioni per coprire gli altri su cui intervenire successivamente. Adesso, anche se si realizzerà il centro congressi, manca una visione generale dell’insieme. Il punto è che le istituzioni pubbliche dovrebbero coinvolgere sempre di più i privati, considerando che il concetto stesso di fiera è ormai superato dai tempi, a meno che non rientri in una filiera coerente con un mondo industriale che da noi è assente”.

Il pannello che raffigura Zeus realizzato da Alfonso Amorelli

Nell’attesa che prenda forma qualcosa in grado di arginare il degrado, c’è chi vorrebbe salvare almeno in parte gli edifici di pregio all’interno dell’ex Fiera. La docente e storica dell’arte Giulia Ingarao, che da anni lavora a una mappatura delle decorazioni negli spazi pubblici, ha condotto una ricerca tra i padiglioni della Fiera, studiando gli interventi artistici realizzati negli anni ’50 da Alfonso Amorelli, uno dei decoratori siciliani più importanti del tempo. Suo è il pannello del Padiglione 1 con Zeus che brandisce il fulmine, come i bassorilievi ispirati al tema del lavoro sopra le biglietterie dell’ingresso principale o le grandi decorazioni astratte sul padiglione dell’Elettricità.

Una discarica davanti al padiglione greco

“Siamo davanti a importanti interventi di decorazione pubblica realizzati in un’area che doveva essere trampolino verso il progresso”, spiega Giulia Ingarao, che insieme all’associazione Salvare Palermo, vuole lanciare un appello per il recupero delle decorazioni. “Non cancelliamo questi importanti frammenti di storia, come è stato fatto con la Galleria delle Vittorie di via Maqueda, decorata dallo stesso Amorelli. Nel padiglione greco c’è un’opera che raffigura il carro di Apollo completamente coperta da un enorme cespuglio. Molti dei frammenti che si sono staccati dal pannello di Zeus – conclude la storica dell’arte – si trovano ancora a terra, non sarebbe complicato avviare un intervento di recupero prima che sia troppo tardi”.

(Foto Giulio Giallombardo)

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5 Comments

  1. Povera Palermo abbandonata dalle istituzioni. Bene il recupero prospettato. Come fare x interessare anche i privati?

  2. Sono stata alla fiera per un tampone e mi si è davvero stretto il cuore…ho fatto anche io qualche foto e sembra veramente uno scenario surreale.
    Che peccato, davvero.

  3. Avevo superato l’adolescenza, in una delle annuali gite, con gli amici, in fiera, acquistai, nello stand dell’Etiopia dei sandali di cuoio per me bellissimi. Erano quasi impossibili da portare, ma io li portavo a costo di farmi male.
    Che nostalgia!

  4. Non c’è altro da aggiungere: non ci sono mai responsabili fra i c. d. Dirigentucoli della P.A. e del comune e di quant’altri ai quali si possa attribuire lassismo ed ignoranza.Certo Amorelli e la sua opera non costituiscono forse Altissima Arte. E gli altri manufatti, che ricordo intriganti, esotici ed attraenti quando in gioventù facevo la lunga passeggiata a piedi per andare in fiera, che adesso siano vandalizzati ed abbandonati al loro destino non mi sorprende. Ringrazio G. Ingarao, Salvare Palermo e Italia Nostra per quanto saranno in grado di fare e salvare: spero riescano a trovare orecchie recipienti, non sorde come al solito.

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