Viaggio nel tempo sulla costa dimenticata

Da Romagnolo allo Sperone, un itinerario attraverso luoghi oggi scomparsi, tra stabilimenti balneari, ristoranti e anche un antico acquario

di Emanuele Drago*

C’è una strada a Palermo che costeggia l’intero litorale posto a sud di Monte Pellegrino. La strada è tortuosa e passa in rassegna oltre che il mare, ormai visibile per pochissimi tratti, le montagne che chiudono la Conca D’oro. La strada un tempo prese il nome de “la Corsa per Messina” in quanto era una delle otto strade di Posta che consentivano il collegamento delle principali città della Sicilia. Al termine “strada di Corsa” si aggiunse poi “per le vie Marine”, al fine di distinguerla da “per la via delle montagne”, così col tempo queste due denominazioni vennero sintetizzate nel toponimo via Messina Marine e via Messina Montagne.

La colonnetta di Romagnolo in un dipinto

Superando la foce del fiume Oreto, il primo rione a cui la via ci conduce è quello di Romagnolo. Ancora oggi una cartina topografica di Domenico Scinà ci attesta che in origine la zona veniva denominata “le Mustacciole”, forse per via delle frastagliate scogliere che davano sul mare; nome che a partire dal Settecento mutò in “Romagnolo” grazie all’omonimo senatore Corradino Romagnolo, il quale vi possedeva la propria villa e che contribuì a inurbare la zona (oggi parte dell’ospedale, tra l’altro adiacente a un’altra villa che appartenne ai marchesi Pietro ed Ugo delle Favare, coincide con il nucleo più antico della villa edificata dal senatore Romagnolo).

Ciò che restava dell’acquario negli anni ’80

Quasi di fronte alla villa sorgeva una piccola stazione di sosta per naviganti e viaggiatori: una colonna alla cui sommità si stagliava, e per fortuna ancora si staglia, l’immagine della Madonna Immacolata. Intorno ai primi anni Novecento nella borgata marinara iniziarono anche a sorgere i primi stabilimenti balneari, si ricordano in particolar modo i Bagni “Trieste Virzì” e “Delizie Petrucci”; inoltre, sempre in prossimità del mare, vennero impiantati una serie di prestigiosi ristoranti come Di Filippo, Santopalato, Spanò; luoghi che possedevano lunghe passerelle in legno che giungevano fino al mare e che consentivano nel buio della sera di ammirare tramonti o lune bianchissime.

Antica stampa della colonnetta

Oltre il rione Romagnolo si estende la contrada dello Sperone. La zona fin dal Settecento consentiva di raggiungere la neonata cittadina di Bagheria. A quanto pare il toponimo era dovuto al fatto che, un tempo, vi fosse allocato uno sperone sui cui numerosi uncini venivano appesi i corpi dei vari condannati a morte. Lo sperone venne in seguito soppresso dal viceré Caramanico e ciò perché, a detta di molti testimoni, provocava ribrezzo ai nobili che erano diretti a Bagheria.

Vicino alla piazza, oltre all’elegante ristorante da “Renato” – al secolo Gian Rodolfo Botto – la cui pregiata cantina faceva già invidia a molti ristoratori del nord, vi si trovava la casa del noto pittore Eustachio Catalano, allievo del Lo Jacono che fu per molti anni direttore dell’Accademia di belle Arti di Palermo. La villa ospitava, come una sorta di arca di Noè, una serie di animali. Poi uno dei figli dello stesso Eustachio, Eliodoro Catalano – conosciuto anche come l’uomo pesce – riuscì a realizzarvi un acquario assolutamente inedito; una struttura di circa 150 metri quadrati dotata di oltre venti vasche e in cui, oltre ad essere raccolte varie specie, venne anche riprodotto il fondale marino.

Ampolle dell’acquario

Negli anni del “sacco”, quando i camion avevano iniziato a sversare tutti i detriti nella costa sud, quello dello Sperone era un acquario sui generis, antesignano dei moderni acquari e che attrasse la curiosità e l’interesse di biologi marini e studiosi che giungevano da diverse parti del mondo, finanche dall’India e dal Giappone. In attesa che le varie autorità preposte si risveglino da questo lungo sonno dogmatico e, anche in virtù della loro invigilata negligenza, risarciscano la costa sud, non ci resta che aspettare, magari sfogliando qualche album dei ricordi di famiglia o le splendide pagine de “L’isola appassionata” in cui Bonaventura Tecchi descrisse la luna di Romagnolo.

*Docente e scrittore

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