Viaggio nei qanat, il labirinto nel ventre di Palermo

Alla scoperta di una delle più antiche reti idriche sotterranee della città, utilizzata a partire dalla dominazione araba. Una complessa opera d’ingegneria idraulica visitabile con Le Vie dei Tesori e il gruppo speleologico del Cai

di Giulio Giallombardo

Vivere Palermo fin dentro le viscere. Camminarvi dentro, sottoterra, nel buio del suo ventre. Sentire lo scrosciare dell’acqua che scorre nel profondo, linfa vitale in vene di pietra. E poi lasciarsi bagnare come in un lavacro rituale, tra i cunicoli di un labirinto ctonio, dove il tempo sembra essersi fermato. C’è qualcosa di sacrale nella discesa ai qanat, come quando si varca la soglia di un luogo antico, dove la storia ha lasciato il segno.

Tra quelli ancora visitabili in città, c’è il qanat Gesuitico Alto, che si sviluppa nel sottosuolo del quartiere di Altarello, precisamete a Fondo Micciulla. A guidare i visitatori sono gli speleologi del Cai di Palermo, che torneranno ad illuminare gli antichi canali il prossimo fine settimana, sabato 24 e domenica 25 novembre, con Le Vie dei Tesori (qui per prenotare il coupon). È solo un assaggio di quella che era la stratificata rete idrica sotterranea, utilizzata a partire dalla dominazione araba, per intercettare le falde in profondità e, tramite un gioco di pendenze, trasportare l’acqua in superficie. Bastano 50 minuti sottoterra per intuire la straordinaria complessità di un’opera d’ingegneria idraulica le cui origini si perdono nella notte dei tempi.

Come ogni rito che si rispetti, si comincia dalla “vestizione”. Prima di scendere, gli addetti del Cai consegnano ai visitatori stivaloni di gomma, impermeabili e caschetti muniti di luci. Nei qanat ci si bagna e non poco. Poi tocca ad un’imbracatura a cui si aggancerà una corda per garantire la sicurezza durante la discesa. Tutto inizia da una botola che si trova all’interno della casamatta dell’Amap. Da lì si entra nel qanat Gesuitico Alto, così chiamato perché si estende in un’area un tempo di proprietà dei gesuiti e per differenziarlo da quello “basso”, che si trova alla Vignicella, all’interno dell’ex ospedale psichiatrico in via La Loggia. Lungo la botola, va giù per una decina di metri una scala di ferro che conduce all’inizio del percorso. Si scende uno alla volta, a gruppi di dieci persone, preceduti dalla guida del Cai.

Più si va giù, più lo scroscio dell’acqua si fa assordante a causa di una vera e propria cascata che scorre da una parete di roccia. Lasciata la cascata alle spalle, ci si addentra attraverso i cunicoli e lo sciabordio dell’acqua lascia pian piano il posto al passo pesante degli stivaloni che si fanno strada nell’acqua. Dapprima appena un rivolo sotto i piedi, per alzarsi subito dopo ed arrivare fin quasi sopra il ginocchio. Appoggiandosi sulle pareti di calcarenite, ci si accorge di quanto la roccia sia friabile. Questo permetteva ai muqanni, gli antichi maestri d’acqua, di scavare più facilmente e in sicurezza, consolidando poi le pareti e la volta con mattoni. Incastrati nella roccia anche tanti fossili e gusci di conchiglie, segni della sedimentazione tipica della calcarenite. La temperatura costante dell’ambiente è di 18 gradi, mentre quella dell’acqua scende fino a 12, sia d’estate che d’inverno. Il cunicolo, invece, ha una larghezza pressoché costante di circa 70 centimetri, mentre l’altezza media è superiore ai due metri, ma con tratti alti solo un metro e mezzo, il che costringe a proseguire la visita col busto inclinato in avanti.

Dopo pochi metri, in basso, si apre un altro tunnel. Si scende di un livello, trovando appigli sulle rocce: è l’ultimo tratto del qanat visitabile, dove l’acqua arriva fin sopra le ginocchia e bisogna camminare abbassando la testa. Ma è anche uno dei cunicoli più belli sotto il profilo architettonico: l’acqua cristallina scorre lungo un tunnel ben consolidato da mattoni sulle pareti e sulle volte. Superato questo tratto si torna indietro, facendo lo stesso percorso a ritroso.

Si torna su bagnati e un po’ frastornati, ma l’entusiasmo di chi ha partecipato è pari alla stanchezza. “È stata un’esperienza fantastica, molto bella e suggestiva, per me era la prima volta e mi rammarico di non averlo fatto prima”, dice uno dei visitatori, a cui fa eco la moglie: “Lo rifarei altre dieci volte”. In fondo, è un po’ come aver viaggiato nel tempo.

Alla scoperta di una delle più antiche reti idriche sotterranee della città, utilizzata a partire dalla dominazione araba. Una complessa opera d’ingegneria idraulica visitabile con Le Vie dei Tesori e il gruppo speleologico del Cai

di Giulio Giallombardo

Vivere Palermo fin dentro le viscere. Camminarvi dentro, sottoterra, nel buio del suo ventre. Sentire lo scrosciare dell’acqua che scorre nel profondo, linfa vitale in vene di pietra. E poi lasciarsi bagnare come in un lavacro rituale, tra i cunicoli di un labirinto ctonio, dove il tempo sembra essersi fermato. C’è qualcosa di sacrale nella discesa ai qanat, come quando si varca la soglia di un luogo antico, dove la storia ha lasciato il segno.

Tra quelli ancora visitabili in città, c’è il qanat Gesuitico Alto, che si sviluppa nel sottosuolo del quartiere di Altarello, precisamete a Fondo Micciulla. A guidare i visitatori sono gli speleologi del Cai di Palermo, che torneranno ad illuminare gli antichi canali il prossimo fine settimana, sabato 24 e domenica 25 novembre, con Le Vie dei Tesori (qui per prenotare il coupon). È solo un assaggio di quella che era la stratificata rete idrica sotterranea, utilizzata a partire dalla dominazione araba, per intercettare le falde in profondità e, tramite un gioco di pendenze, trasportare l’acqua in superficie. Bastano 50 minuti sottoterra per intuire la straordinaria complessità di un’opera d’ingegneria idraulica le cui origini si perdono nella notte dei tempi.

Come ogni rito che si rispetti, si comincia dalla “vestizione”. Prima di scendere, gli addetti del Cai consegnano ai visitatori stivaloni di gomma, impermeabili e caschetti muniti di luci. Nei qanat ci si bagna e non poco. Poi tocca ad un’imbracatura a cui si aggancerà una corda per garantire la sicurezza durante la discesa. Tutto inizia da una botola che si trova all’interno della casamatta dell’Amap. Da lì si entra nel qanat Gesuitico Alto, così chiamato perché si estende in un’area un tempo di proprietà dei gesuiti e per differenziarlo da quello “basso”, che si trova alla Vignicella, all’interno dell’ex ospedale psichiatrico in via La Loggia. Lungo la botola, va giù per una decina di metri una scala di ferro che conduce all’inizio del percorso. Si scende uno alla volta, a gruppi di dieci persone, preceduti dalla guida del Cai.

Più si va giù, più lo scroscio dell’acqua si fa assordante a causa di una vera e propria cascata che scorre da una parete di roccia. Lasciata la cascata alle spalle, ci si addentra attraverso i cunicoli e lo sciabordio dell’acqua lascia pian piano il posto al passo pesante degli stivaloni che si fanno strada nell’acqua. Dapprima appena un rivolo sotto i piedi, per alzarsi subito dopo ed arrivare fin quasi sopra il ginocchio. Appoggiandosi sulle pareti di calcarenite, ci si accorge di quanto la roccia sia friabile. Questo permetteva ai muqanni, gli antichi maestri d’acqua, di scavare più facilmente e in sicurezza, consolidando poi le pareti e la volta con mattoni. Incastrati nella roccia anche tanti fossili e gusci di conchiglie, segni della sedimentazione tipica della calcarenite. La temperatura costante dell’ambiente è di 18 gradi, mentre quella dell’acqua scende fino a 12, sia d’estate che d’inverno. Il cunicolo, invece, ha una larghezza pressoché costante di circa 70 centimetri, mentre l’altezza media è superiore ai due metri, ma con tratti alti solo un metro e mezzo, il che costringe a proseguire la visita col busto inclinato in avanti.

Dopo pochi metri, in basso, si apre un altro tunnel. Si scende di un livello, trovando appigli sulle rocce: è l’ultimo tratto del qanat visitabile, dove l’acqua arriva fin sopra le ginocchia e bisogna camminare abbassando la testa. Ma è anche uno dei cunicoli più belli sotto il profilo architettonico: l’acqua cristallina scorre lungo un tunnel ben consolidato da mattoni sulle pareti e sulle volte. Superato questo tratto si torna indietro, facendo lo stesso percorso a ritroso.

Si torna su bagnati e un po’ frastornati, ma l’entusiasmo di chi ha partecipato è pari alla stanchezza. “È stata un’esperienza fantastica, molto bella e suggestiva, per me era la prima volta e mi rammarico di non averlo fatto prima”, dice uno dei visitatori, a cui fa eco la moglie: “Lo rifarei altre dieci volte”. In fondo, è un po’ come aver viaggiato nel tempo.

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