Scavo archeologico diventa laboratorio d’integrazione

A Chiaramonte Gulfi, nel Ragusano, migranti richiedenti asilo e minori sottoposti a procedimento penale lavorano insieme ai ricercatori

di Marco Russo

Uno scavo archeologico si trasforma in laboratorio di integrazione sociale. Accade a Chiaramonte Gulfi, nel Ragusano, dove i migranti inseriti nel Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) e i minori sottoposti a procedimento penale, lavorano insieme agli archeologi allo scavo di contrada San Nicola Giglia, dove è stata scoperta una necropoli con ben 110 sepolture databili tra il III e gli inizi del V secolo dopo Cristo.

Migranti e ricercatori durante gli scavi (foto Unibo.it)

Il progetto avviato nel 2018 e che prosegue ancora adesso, è nato da una sinergia tra l’Università di Bologna, con i docenti Isabella Baldini e Salvatore Cosentino, la Soprintendenza archeologica di Ragusa, il Comune e la cooperativa sociale “Nostra Signora di Gulfi”, che è proprietaria dell’intera area di scavi estesa per oltre 12 ettari. Un lavoro importante dal punto di vista archeologico e sociale, che viene presentato il 12 febbraio nella Sala Rossa del Centro internazionale di Studi umanistici “Umberto Eco” di Bologna, alla presenza di esperti e rappresentanti delle istituzioni, tra cui il sindaco di Chiaramonte Gulfi, Sebastiano Gurrieri, e il soprintendende dei Beni culturali di Ragusa, Giorgio Battaglia. L’attività rappresenta un esempio virtuoso d’intesa tra pubblico e privato perché, accanto a ricercatori e studenti, lavorano richiedenti asilo e minori, beneficiari delle borse-lavoro attivate dalla cooperativa, in un progetto di integrazione sociale che favorisce l’acquisizione di abilità professionali da spendere anche in futuro.

Una delle tombe (foto Unibo.it)

La necropoli di contrada San Nicola Giglia – si legge nel progetto archeologico dell’Università di Bologna – è parte di un grande insediamento rurale di epoca imperiale, tardoantica e, si presume, bizantina. Nell’area, nota anche grazie agli scritti redatti alla fine dell’Ottocento dal barone Corrado Melfi, sono stati rinvenuti, oltre alle tombe, numerosi oggetti di ornamento personale (orecchini, anelli e collane in bronzo, argento, oro o vetro), monete, contenitori di ceramica (coppe, piatti, brocche e lucerne) e metalli. Il sito costituisce un cantiere di lavoro eccezionalmente importante per l’ampiezza della necropoli e la consistenza dei resti umani che si stanno rinvenendo. Ciò ha consentito agli archeologi di impostare una ricerca antropologica paradigmatica sulla comunità.

I partecipanti alla campagna di scavo del 2019 (foto Unibo.it)

“Lo scavo di Chiaramonte Gulfi – commenta Maria Carmela Oliva, specializzanda in Beni archeologici all’Università di Bologna – è un’opportunità di crescita non soltanto dal punto di vista formativo, ma anche umano: offre la possibilità di interagire con un mondo differente da quello che fa parte della ruotine quotidiana. Gli studenti hanno l’occasione di maturare una visione differente della realtà, intesa in questo caso come diversità che integra ciò che di solito consideriamo dissimile. È un incontro di esperienze differenti che si completano sul lavoro”.

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