Un mazzo di fiori a Capo Granitola

In quel tratto di mare fra Mazara e Sciacca, quando si arriva nel Canale di Sicilia, si finisce per entrare in un enorme tragico cimitero di troppi migranti morti. Ed è per pudore che non ho guardato verso l’acqua. Ma qualche riflessione è emersa…

Per andare da Mazara a Sciacca si percorrono poco più di 30 miglia. Tecnicamente Mazara è già nel Canale di Sicilia, ma nella mia mente il confine io l’ho messo proprio nella città del Trapanese. So che è sbagliato, ma quando mi metto una cosa in mente…

Il giorno prima della partenza sono andato a comprare dei fiori e l’indomani, in mare, non ho messo lenze in acqua. Il Canale di Sicilia è un cimitero. Lì sotto ci sono migliaia di morti che hanno avuto dalla vita lo sfregio più grande: se ne sono andati senza una tomba e neppure un cadavere, il loro: mare e pesci hanno annientato pure quello. In quel tratto di mare la profondità non è tanta: non si superano i cento metri. Ma cento metri sono tanti per poter vedere il fondo. Ma non fu questo che mi spinse a non tentare di guardare giù. Non lo feci per paura, ma per pudore. O, se preferite, per rispetto verso quel popolo di disperati che sono morti senza neppure vedere quel mondo che loro immaginavano come un mondo migliore.

Al largo di Capo Granitola, mi misi alla cappa e Horus fermò la sua corsa. Presi i fiori comprati la sera prima, li buttai in mare e io, che sono un cattolico punto o niente praticante, recitai una preghiera. E pensai, quasi con rabbia, ad un popolo, il mio, che giorno dopo giorno diventa sempre più intollerante e, diciamolo pure, più razzista. E ricordai anche che non c’è Paese al mondo dove non ci sia, come residente, almeno un italiano.

Noi siamo un popolo segnato dall’emigrazione. Non abbiamo argomenti per essere razzisti. Certo, dovremmo avere più memoria. Alla fine dell’800 e per la prima parte del ‘900, l’esodo degli italiani verso gli altri mondi non subì pause. Nel 1883, a Glasgow, fu costruita una nave, la Sirio, proprio per trasportare gli emigrati italiani dall’altra parte dell’Oceano Atlantico. La Sirio, per anni, fece la navetta tra Genova e l’America del Sud: Brasile, Uruguay, Argentina. Il 2 agosto del 1906 partì da Genova con la stessa rotta, ma non arrivò mai nel porto di Plata: il comandante fece male i suoi calcoli e la Sirio andò a schiantarsi sulle secche che stanno davanti a Capo Palos, sulla costa meridionale della Spagna.

L’impatto fu forte, le caldaie esplosero e, a parte una trentina di disperati che si salvarono nuotando fino alla costa, tutti gli altri morirono. Il bilancio fu di 500 morti. Francesco De Gregori, nel 1972, scrisse una canzone per ricordare questo naufragio. O meglio, riscrisse una canzone che era conosciuta tra gli emigranti del Nord Italia, quelli che si imbarcavano sulla Sirio.

Da Genova, il Sirio partivano
per l’America varcare, varcare i confin
e da bordo cantar si sentivano
tutti allegri del suo, del suo destin
E fra loro un vescovo c’era
dando a tutti la sua benedizion
Tutto il Sirio un orribile scoglio
di tanta gente la mise, la misera fin.
Padri e madri bracciava i suoi figli
che sparivano tra le onde, le onde del mar
E fra loro un vescovo c’era
dando a tutti la sua benedizion
E fra loro un vescovo c’era
dando a tutti la sua be…, la sua benedizion

(Foto: Igor Petyx)

In quel tratto di mare fra Mazara e Sciacca, quando si arriva nel Canale di Sicilia, si finisce per entrare in un enorme tragico cimitero di troppi migranti morti. Ed è per pudore che non ho guardato verso l’acqua. Ma qualche riflessione è emersa…

Per andare da Mazara a Sciacca si percorrono poco più di 30 miglia. Tecnicamente Mazara è già nel Canale di Sicilia, ma nella mia mente il confine io l’ho messo proprio nella città del Trapanese. So che è sbagliato, ma quando mi metto una cosa in mente.
Il giorno prima della partenza sono andato a comprare dei fiori e l’indomani, in mare, non ho messo lenze in acqua. Il Canale di Sicilia è un cimitero. Lì sotto ci sono migliaia di morti che hanno avuto dalla vita lo sfregio più grande: se ne sono andati senza una tomba e neppure un cadavere, il loro: mare e pesci hanno annientato pure quello. In quel tratto di mare la profondità non è tanta: non si superano i cento metri. Ma cento metri sono tanti per poter vedere il fondo. Ma non fu questo che mi spinse a non tentare di guardare giù. Non lo feci per paura, ma per pudore. O, se preferite, per rispetto verso quel popolo di disperati che sono morti senza neppure vedere quel mondo che loro immaginavano come un mondo migliore.

Al largo di Capo Granitola, mi misi alla cappa e Horus fermò la sua corsa. Presi i fiori comprati la sera prima, li buttai in mare e io, che sono un cattolico punto o niente praticante, recitai una preghiera. E pensai, quasi con rabbia, ad un popolo, il mio, che giorno dopo giorno diventa sempre più intollerante e, diciamolo pure, più razzista. E ricordai anche che non c’è Paese al mondo dove non ci sia, come residente, almeno un italiano.

Noi siamo un popolo segnato dall’emigrazione. Non abbiamo argomenti per essere razzisti. Certo, dovremmo avere più memoria. Alla fine dell’800 e per la prima parte del ‘900, l’esodo degli italiani verso gli altri mondi non subì pause. Nel 1883, a Glasgow, fu costruita una nave, la Sirio, proprio per trasportare gli emigrati italiani dall’altra parte dell’Oceano Atlantico. La Sirio, per anni, fece la navetta tra Genova e l’America del Sud: Brasile, Uruguay, Argentina. Il 2 agosto del 1906 partì da Genova con la stessa rotta, ma non arrivò mai nel porto di Plata: il comandante fece male i suoi calcoli e la Sirio andò a schiantarsi sulle secche che stanno davanti a Capo Palos, sulla costa meridionale della Spagna.

L’impatto fu forte, le caldaie esplosero e, a parte una trentina di disperati che si salvarono nuotando fino alla costa, tutti gli altri morirono. Il bilancio fu di 500 morti. Francesco De Gregori, nel 1972, scrisse una canzone per ricordare questo naufragio. O meglio, riscrisse una canzone che era conosciuta tra gli emigranti del Nord Italia, quelli che si imbarcavano sulla Sirio.

Da Genova, il Sirio partivano
per l’America varcare, varcare i confin
e da bordo cantar si sentivano
tutti allegri del suo, del suo destin
E fra loro un vescovo c’era
dando a tutti la sua benedizion
Tutto il Sirio un orribile scoglio
di tanta gente la mise, la misera fin.
Padri e madri bracciava i suoi figli
che sparivano tra le onde, le onde del mar
E fra loro un vescovo c’era
dando a tutti la sua benedizion
E fra loro un vescovo c’era
dando a tutti la sua be…, la sua benedizion

(Foto: Igor Petyx)

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1 Comment

  1. Beh, caro Giovanni, il sottoscritto, che non è mai stato uomo di mare e che, purtroppo, mai lo sarà, condivide con te comunque qualcosa (‘na poco di patologie, De Gregori direbbe “ha qualcosa nel cappello”) per cui ha smesso di lavorare e di vivere la sua vita e ne vive un’altra senza barca nè moto,la vive in casa. Scrivo pure, ma quello è un altro discorso.
    Condiviso ciò, confesso che ti leggo anch’io seppur saltuariamente, perchè saltuario è il mio accesso a F/B e devo dire che la definizione di “minchiate” che ti ostini a dare alle tue notiziuole giornaliere mi troverebbe d’accordo se non fosse che nascondono pregi che non tutti sono in grado di scovare consciamente, ad esempio la quotidianità, la tua situazione fisica in contrasto con i pericoli del mare, la tua posizione privilegiata in confronto di altri che come me barca non hanno, il tuo modo understatement di narrare ciò che ti accade trascorrendo la propria esistenza sull’instabile tavola di un’imbarcazione e navigando sempre avendo puntata in caduta verticale sulla propria testa quella spada di Damocle costituita dalla/e tue patologie.
    Detto questo ti dichiaro che ho apprezzato moltissimo quanto scrivi a proposito del tratto di mare che fa capo a Torretta Granitola (luogo a me ben noto) e in generale del Canale di Sicilia, al punto da aspettarmi, leggendo, tu descrivessi qualche macabro incontro.
    A tal proposito scrissi qualche anno fa “Mare nostrum”, una poesia che, se vorrai pubblicarla sul tuo blog, mi pregerò di inviarti a stretto giro.
    Buon proseguimento.
    Giorgio Passalacqua

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