Un teatro fantasma nel cuore della Kalsa

Rimane soltanto il nome sull’ingresso di quello che è stato uno dei palcoscenici più vivaci della Palermo dell’Ottocento. Il San Ferdinando, poi chiamato Umberto I, fu distrutto dalle bombe dell’ultimo conflitto mondiale. Le ultime sue tracce rivivono in un B&B

di Giulio Giallombardo

Era il tempio delle “vastasate” e del teatro popolare. Adesso rimane solo l’antica scritta all’ingresso e il nome in un bed and breakfast all’interno. Eppure, il San Ferdinando prima e il Real Teatro Umberto I, come si chiamò in seguito, era uno dei più vivaci nella Palermo dell’Ottocento e il preferito del re Ferdinando di Borbone, a cui fu dedicato.

Il nome lo si può leggere sopra il portone del palazzo al civico 8 di via Merlo, alla Kalsa, a due passi da Palazzo Mirto. Scorre seguendo l’arco di quello che un tempo era l’ingresso del teatro, completamente distrutto durante i bombardamenti dell’ultimo conflitto mondiale. Nessuna traccia dell’antico edificio ha resistito e, se non fosse per quella scritta sul muro, varcando la soglia del palazzo, dove oggi si trova un condominio, nulla farebbe pensare di trovarsi in quello che una volta era il foyer di un teatro con quattro ordini di palchi.

Fu costruito tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, in quello che era il giardino del principe Resuttano, con il benestare della regina Maria Carolina. Antonio Carini, che gestiva alcuni “casotti”, volle trasformare quello che si trovava nel giardino in un teatro stabile. Così iniziarono i lavori su progetto dell’architetto Antonio Cariglini, che terminarono nel 1801, anno dell’inaugurazione della struttura, col nome di Teatro Nazionale. Piaceva molto al re Ferdinando di Borbone che, poco dopo, concesse di dare il proprio nome all’edificio che venne ribattezzato Teatro San Ferdinando.

Il cartellone era piuttosto popolare, soprattutto nei primi anni. Trovavano spazio commedie in dialetto siciliano, ma anche drammi giocosi in musica, come il “Ser Marcantonio” di Stefano Pavesi, che, sulla scia del successo che ebbe l’opera nel resto d’Italia, fu rappresentato nel 1816 inaugurando la stagione. Sono diverse le testimonianze storiche dell’epoca che sottolineano i pregi decorativi del teatro. Il sipario fu dipinto da Vincenzo Riolo, ispirandosi al tema del trionfo della virtù sul vizio, mentre Gaspare Palermo, nella sua “Guida istruttiva per Palermo e i suoi dintorni” del 1859, scriveva: “Ha quattro ordini di palchi, leggiadramente dipinto, e nella chiave dell’arco del palcoscenico è un orologio per comodo”. Nello stesso anno don Giovanni Carini chiese al re di aggiungere al nome San Ferdinando l’appellativo di reale, ma appena un anno dopo, sulla scia delle vicende risorgimentali divenne Teatro nazionale a San Ferdinando.

Così, dopo l’evacuazione delle truppe borboniche, nel giugno del 1860 in quel teatro venne messa in scena una commedia seguita da un ballo intitolato “Risorgimento”, mentre pochi giorni dopo, sull’onda dei sentimenti antiborbonici, fu rappresentato il dramma anonimo “Salvatore Maniscalco”, dedicato al funzionario di polizia del Regno delle due Sicilie. L’opera fece molto scalpore e fu replicata più volte, tanto che lo storico Raffaele De Cesare scrisse: “È inutile dire che quella rappresentazione era tutta una sfuriata contro l’ex direttore di polizia, la cui persona, al comparire sulla scena, era salutata da un uragano di fischi e da un coro selvaggio di imprecazioni”. A quel punto restava solo da cancellare quel “Ferdinando” troppo ingombrante e poco gradito. Così il teatro venne intitolato al principe Umberto fino alla morte di Vittorio Emanuele II, avvenuta nel 1878. Poi, a partire dal 1883 l’edificio prese definitivamente il nome di Real Teatro Umberto I.

Ma gli anni d’oro di quel palcoscenico stavano ormai per finire. Dopo un periodo di abbandono, il teatro fu rilevato e restaurato tra la fine degli anni Venti e i Trenta del secolo scorso, dal Dopolavoro Postelegrafonico. Il presidente dell’ente era allora il cavaliere ufficiale Alfredo Donaduti, che volle portare all’Umberto I la Filodrammatica Stabile Postelegrafonica, ma le bombe americane erano dietro l’angolo e nel 1943 rasero al suolo il teatro e non solo quello. Così, adesso, nonostante la scritta che campeggia all’ingresso e il nome preso in prestito da un b&b, il tempo di applausi, risate e fervori è ormai sparito per sempre.

Rimane soltanto il nome sull’ingresso di quello che è stato uno dei palcoscenici più vivaci della Palermo dell’Ottocento. Il San Ferdinando, poi chiamato Umberto I, fu distrutto dalle bombe dell’ultimo conflitto mondiale. Le ultime sue tracce rivivono in un B&B

di Giulio Giallombardo

Era il tempio delle “vastasate” e del teatro popolare. Adesso rimane solo l’antica scritta all’ingresso e il nome in un bed and breakfast all’interno. Eppure, il San Ferdinando prima e il Real Teatro Umberto I, come si chiamò in seguito, era uno dei più vivaci nella Palermo dell’Ottocento e il preferito del re Ferdinando di Borbone, a cui fu dedicato.

Il nome lo si può leggere sopra il portone del palazzo al civico 8 di via Merlo, alla Kalsa, a due passi da Palazzo Mirto. Scorre seguendo l’arco di quello che un tempo era l’ingresso del teatro, completamente distrutto durante i bombardamenti dell’ultimo conflitto mondiale. Nessuna traccia dell’antico edificio ha resistito e, se non fosse per quella scritta sul muro, varcando la soglia del palazzo, dove oggi si trova un condominio, nulla farebbe pensare di trovarsi in quello che una volta era il foyer di un teatro con quattro ordini di palchi.

Fu costruito tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, in quello che era il giardino del principe Resuttano, con il benestare della regina Maria Carolina. Antonio Carini, che gestiva alcuni “casotti”, volle trasformare quello che si trovava nel giardino in un teatro stabile. Così iniziarono i lavori su progetto dell’architetto Antonio Cariglini, che terminarono nel 1801, anno dell’inaugurazione della struttura, col nome di Teatro Nazionale. Piaceva molto al re Ferdinando di Borbone che, poco dopo, concesse di dare il proprio nome all’edificio che venne ribattezzato Teatro San Ferdinando.

Il cartellone era piuttosto popolare, soprattutto nei primi anni. Trovavano spazio commedie in dialetto siciliano, ma anche drammi giocosi in musica, come il “Ser Marcantonio” di Stefano Pavesi, che, sulla scia del successo che ebbe l’opera nel resto d’Italia, fu rappresentato nel 1816 inaugurando la stagione. Sono diverse le testimonianze storiche dell’epoca che sottolineano i pregi decorativi del teatro. Il sipario fu dipinto da Vincenzo Riolo, ispirandosi al tema del trionfo della virtù sul vizio, mentre Gaspare Palermo, nella sua “Guida istruttiva per Palermo e i suoi dintorni” del 1859, scriveva: “Ha quattro ordini di palchi, leggiadramente dipinto, e nella chiave dell’arco del palcoscenico è un orologio per comodo”. Nello stesso anno don Giovanni Carini chiese al re di aggiungere al nome San Ferdinando l’appellativo di reale, ma appena un anno dopo, sulla scia delle vicende risorgimentali divenne Teatro nazionale a San Ferdinando.

Così, dopo l’evacuazione delle truppe borboniche, nel giugno del 1860 in quel teatro venne messa in scena una commedia seguita da un ballo intitolato “Risorgimento”, mentre pochi giorni dopo, sull’onda dei sentimenti antiborbonici, fu rappresentato il dramma anonimo “Salvatore Maniscalco”, dedicato al funzionario di polizia del Regno delle due Sicilie. L’opera fece molto scalpore e fu replicata più volte, tanto che lo storico Raffaele De Cesare scrisse: “È inutile dire che quella rappresentazione era tutta una sfuriata contro l’ex direttore di polizia, la cui persona, al comparire sulla scena, era salutata da un uragano di fischi e da un coro selvaggio di imprecazioni”. A quel punto restava solo da cancellare quel “Ferdinando” troppo ingombrante e poco gradito. Così il teatro venne intitolato al principe Umberto fino alla morte di Vittorio Emanuele II, avvenuta nel 1878. Poi, a partire dal 1883 l’edificio prese definitivamente il nome di Real Teatro Umberto I.

Ma gli anni d’oro di quel palcoscenico stavano ormai per finire. Dopo un periodo di abbandono, il teatro fu rilevato e restaurato tra la fine degli anni Venti e i Trenta del secolo scorso, dal Dopolavoro Postelegrafonico. Il presidente dell’ente era allora il cavaliere ufficiale Alfredo Donaduti, che volle portare all’Umberto I la Filodrammatica Stabile Postelegrafonica, ma le bombe americane erano dietro l’angolo e nel 1943 rasero al suolo il teatro e non solo quello. Così, adesso, nonostante la scritta che campeggia all’ingresso e il nome preso in prestito da un b&b, il tempo di applausi, risate e fervori è ormai sparito per sempre.

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