A Corleone le opere degli studenti dell’Accademia

Si chiama ‘Immagini di legalità’, come il concorso promosso dalla Corte dei Conti per i 70 anni della sua istituzione. L’inaugurazione venerdì al complesso monumentale di Sant’Agostino

di Ruggero Altavilla

È una Corleone distante dagli stereotipi di “coppola e lupara” quella raccontata dalle opere degli studenti dell’Accademia di Belle arti di Palermo e che sarà inaugurata venerdì 28 nel complesso monumentale di Sant’Agostino. Qui, nel comune sciolto per mafia due anni fa, noto al mondo come “la città del padrino”, patria di boss del calibro di Bernardo Provenzano, Luciano Liggio, Salvatore Riina e Leoluca Bagarella, c’è la speranza dei giovani allievi che hanno partecipato al concorso ‘Immagini di legalità’ promosso dalla Corte dei Conti per la Regione Siciliana in occasione dei 70 anni della sua istituzione. Una collaborazione con l’accademia di Palermo che ora porterà all’esposizione, venerdi alle 16, di 21 lavori pittorici realizzati con tecniche e materiali diversi.

Tra le opere esposte sino al 18 novembre c’è anche ‘Con/corde’ di Alfonso Rizzo, studente di Racalmuto, al secondo anno del biennio del corso di Pittura dell’Accademia che ha vinto la borsa di studio offerta dall’ Associazione magistrati della Corte dei conti. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è intervenuto alla cerimonia di premiazione avvenuta l’11 maggio scorso a Palermo , alla Società siciliana per la storia patria.

La rassegna degli studenti dell’accademia di belle arti costituisce un tassello di un percorso espositivo ispirato al tema della legalità e che comprende anche due mostre fotografiche precedentemente allestite nel Complesso monumentale Sant’Agostino del comune sciolto per mafia: una dedicata alle figure dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino curata dall’agenzia Ansa, l’altra dedicata al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e inaugurata lo scorso 3 settembre in occasione del 36esimo anniversario dell’omicidio.

“Questo invito all’accademia, di cui siamo orgogliosi, le riconosce un ruolo da protagonista nel campo della produzione artistica contemporanea – ha detto il direttore Mario Zito – La mostra a Corleone si inserisce in un contesto più ampio di forme di collaborazione con diverse istituzioni del territorio. Come la convenzione siglata con la Corte dei Conti per la Regione siciliana, un progetto comune che ha dato già i suoi frutti. Oltre al concorso ‘Immagini di legalità’, nelle due sedi della Corte dei Conti sono esposte 70 opere realizzate dagli studenti dell’Accademia di Belle Arti. Opere che narrano il quotidiano attraverso la creatività di chi fa arte”.

Dopo l’inaugurazione, la mostra sarà aperta al pubblico da lunedì a venerdì dalle 9 alle 13 e il mercoledì anche nel pomeriggio dalle 15.30 alle 18.

Si chiama ‘Immagini di legalità’, come il concorso promosso dalla Corte dei Conti per i 70 anni della sua istituzione. L’inaugurazione venerdì al complesso monumentale di Sant’Agostino

di Ruggero Altavilla

È una Corleone distante dagli stereotipi di “coppola e lupara” quella raccontata dalle opere degli studenti dell’Accademia di Belle arti di Palermo e che sarà inaugurata venerdì 28 nel complesso monumentale di Sant’Agostino. Qui, nel comune sciolto per mafia due anni fa, noto al mondo come “la città del padrino”, patria di boss del calibro di Bernardo Provenzano, Luciano Liggio, Salvatore Riina e Leoluca Bagarella, c’è la speranza dei giovani allievi che hanno partecipato al concorso ‘Immagini di legalità’ promosso dalla Corte dei Conti per la Regione Siciliana in occasione dei 70 anni della sua istituzione. Una collaborazione con l’accademia di Palermo che ora porterà all’esposizione, venerdi alle 16, di 21 lavori pittorici realizzati con tecniche e materiali diversi.

Tra le opere esposte sino al 18 novembre c’è anche ‘Con/corde’ di Alfonso Rizzo, studente di Racalmuto, al secondo anno del biennio del corso di Pittura dell’Accademia che ha vinto la borsa di studio offerta dall’ Associazione magistrati della Corte dei conti. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è intervenuto alla cerimonia di premiazione avvenuta l’11 maggio scorso a Palermo , alla Società siciliana per la storia patria.

La rassegna degli studenti dell’accademia di belle arti costituisce un tassello di un percorso espositivo ispirato al tema della legalità e che comprende anche due mostre fotografiche precedentemente allestite nel Complesso monumentale Sant’Agostino del comune sciolto per mafia: una dedicata alle figure dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino curata dall’agenzia Ansa, l’altra dedicata al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e inaugurata lo scorso 3 settembre in occasione del 36esimo anniversario dell’omicidio.

“Questo invito all’accademia, di cui siamo orgogliosi, le riconosce un ruolo da protagonista nel campo della produzione artistica contemporanea – ha detto il direttore Mario Zito – La mostra a Corleone si inserisce in un contesto più ampio di forme di collaborazione con diverse istituzioni del territorio. Come la convenzione siglata con la Corte dei Conti per la Regione siciliana, un progetto comune che ha dato già i suoi frutti. Oltre al concorso ‘Immagini di legalità’, nelle due sedi della Corte dei Conti sono esposte 70 opere realizzate dagli studenti dell’Accademia di Belle Arti. Opere che narrano il quotidiano attraverso la creatività di chi fa arte”.

Dopo l’inaugurazione, la mostra sarà aperta al pubblico da lunedì a venerdì dalle 9 alle 13 e il mercoledì anche nel pomeriggio dalle 15.30 alle 18.

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Borgo Schirò, quell’antico paradiso perduto

Una delle prime città rurali siciliane, nata alla fine degli anni ’30 del secolo scorso e adesso abbandonata. Ma vive nel ricordo di chi vi ha vissuto. E adesso l’Esa potrebbe recuperarla

di Giulio Giallombardo

C’era una volta Borgo Schirò. Un villaggio di cento anime su un’altura a dieci chilometri da Corleone, nato alla fine degli anni ’30 del secolo scorso per sostenere la colonizzazione del latifondo. Fu una delle prime “città rurali” siciliane: un microcosmo bucolico dove ogni vita era legata all’altra, quasi un esperimento sociale scandito dal ciclo delle stagioni e dai ritmi della natura. Un idillio durato trent’anni o poco più, segnato dal terremoto del Belìce, spartiacque “epocale” dopo il quale il borgo iniziò lentamente il suo oblio. Un’agonia che ha visto decimarsi, anno dopo anno, i già pochi residenti che lo abitavano, fino a quando a Borgo Schirò rimase soltanto la famiglia Solazzo, andata via agli inizi degli anni Novanta. Furono gli ultimi a lasciare le case, dopo di loro, solo il parroco per qualche anno, saltuariamente, si occupò della chiesa.

“Era un paradiso, tutto quello che ci serviva era a portata di mano, non mancava nulla”, ricorda tutto nitidamente Luigi Solazzo, la cui famiglia gestiva il negozio di generi alimentari e la trattoria del borgo. La sua infanzia, fino alle scuole elementari, è trascorsa fra quelle case coloniche, edificate intorno ad una grande piazza, dove il geometrico campanile della chiesa, sembrava venir fuori da un paesaggio “metafisico” di De Chirico. Tutto era ad un passo: la scuola, l’ufficio postale, l’ambulatorio medico, la caserma dei carabinieri, le botteghe, elementi di una comunità autosufficiente in cui il tempo scorreva lento.

“Passavamo le giornate ad inventarci sempre giochi nuovi, – ricorda Solazzo – ci divertivamo a fare le case con i rami potati dagli alberi, oppure, tendendo i capi di una fune, facevamo finta di guidare un autobus tra le case del borgo, con tutti i ragazzini che salivano e scendevano alle fermate. E ancora, davamo da mangiare alle galline, si raccoglievano le uova e poi, la grande festa era quando il pecoraio faceva la ricotta e la mangiavamo tutti insieme oppure quando venivano a marchiare gli animali”.

Luigi Solazzo, adesso commerciante sessantenne, è figlio del primo matrimonio celebrato nella chiesa di Borgo Schirò. Da quando la sua famiglia lasciò il borgo all’inizio del ‘90, dopo una tentata rapina in cui la madre rimase ferita, preferisce non tornare nei luoghi della sua infanzia. Troppo forte il contrasto tra i suoi ricordi e quello che rimane di quel piccolo insediamento intitolato al giovane arbëresh Giacomo Schirò, medaglia d’oro al valor militare, ucciso nel 1920 a Piana degli Albanesi. Adesso, da quel borgo è sparita ogni traccia di vita umana. La natura lentamente sta prendendo il sopravvento su quello che resta degli edifici, in passato preda dei vandali e adesso usati, di tanto in tanto, come teatro per sfide di softair, come testimoniato dalle tracce di “proiettili” e scritte sulle pareti.

È un clima irreale quello che si respira adesso a Borgo Schirò, ormai diventata una delle più note “ghost town” siciliane. Dopo una decina di chilometri di provinciale, fatta a passo d’uomo tra dossi e voragini, il cartello stradale che dà il benvenuto stride ancor di più con il paesaggio che ci si trova davanti. Una decina di edifici, tutti sul punto di venir giù da un momento all’altro, circondano un’enorme piazza. Pesa l’effetto straniante dei murales realizzati tempo fa dagli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Palermo, ormai scoloriti e deturpati dal tempo. Tra un rudere e l’altro, c’è spazio anche per l’odore acre di bruciato, segno di un incendio probabilmente recente nella vecchia sede del Partito fascista. Pochi sono gli edifici “visitabili” all’interno, non senza rischio per la propria incolumità, tra questi l’ambulatorio medico e la scuola. Gli altri o sono stati murati, come la chiesa, in passato abbondantemente depredata e vandalizzata, o sono inaccessibili perché invasi da sterpaglie, rifiuti e detriti.

Agli echi di un passato florido, rispondono, come note stonate, quelli di un presente di fantasmi. Eppure, per Borgo Schirò qualcosa sembra timidamente muoversi all’orizzonte. Anni fa si era fatta avanti l’idea di un possibile recupero, che comprendesse anche gli edifici di Borgo Borzellino, altra piccola “ghost town” vicina a San Cipirello. Era stato sottoscritto un protocollo d’intesa tra la facoltà di Agraria dell’Università di Palermo, la Regione Siciliana, l’Istituto regionale della Vite e dell’Olio e il Comune di Monreale, per trasformare i due borghi in centri direzionali dell’agricoltura, con l’idea di realizzare un polo fieristico per la Valle dello Jato.

Nel 2009, l’Ente di Sviluppo agricolo aveva predisposto il progetto pilota “La via dei borghi”, finalizzato al recupero ed alla messa in sicurezza di dieci borghi rurali siciliani, tra cui anche lo Schirò. “Una parte degli edifici – si legge nel progetto – sarà recuperata per infopoint, assistenza tecnica, ricovero animali, promozione e degustazione dei prodotti tipici della zona, con attrezzature per attività sportive di ippo e cicloturismo, escursioni al parco archeologico del monte Jato, alla riserva reale di Ficuzza, a Piana degli Albanesi ed alle cantine di Camporeale. A questo – si prefiggevano i progettisti dell’Esa – si associa l’attività didattico-divulgativa per la conservazione e la conoscenza delle antiche tradizioni agricole e artigianali, la creazione di laboratori didattici con gli animali di allevamento del territorio e la gestione faunistica della quaglia comune”. Un progetto che per il solo Borgo Schirò prevedeva un impegno di spese complessive per 5 milioni e 600mila euro.

Adesso, fa sapere il presidente dell’Esa, Nicolò Caldarone, il Consiglio d’amministrazione ha deliberato di affidare un incarico professionale all’ex dirigente generale del Dipartimento regionale dei Beni culturali, Maria Elena Volpes. L’intenzione è quella di mettere ordine, cercando di rilanciare il progetto di valorizzazione dei borghi rurali affidati all’Esa, per ristrutturarli e riconsegnarli ai Comuni di competenza. Ma il grande ostacolo per il recupero di Borgo Schirò, è legato soprattutto ai costi, per questo la strategia da seguire – fanno sapere dall’Esa – sarà quella di individuare nuovi utilizzi e forme d’investimento, pensando anche ad un primo intervento parziale di messa in sicurezza.

Piccoli spiragli, come la tesi di laurea di una studentessa dell’Accademia di Belle Arti di Palermo, Marilisa Cusimano, che, due anni fa, attraverso una ricostruzione grafica degli edifici, ha immaginato un possibile recupero del sito, pensandolo come centro culturale di nuova generazione, dedicato, tra l’altro, all’arte contemporanea ed al turismo. Un sogno che, forse un giorno, potrebbe diventare realtà. Ma attualmente la strada per la rinascita di Borgo Schirò, è come quella provinciale che lo collega al resto del mondo: un susseguirsi di dossi e buche difficili da attraversare.

Una delle prime città rurali siciliane, nata alla fine degli anni ’30 del secolo scorso e adesso abbandonata. Ma vive nel ricordo di chi vi ha vissuto. E adesso l’Esa potrebbe recuperarla

di Giulio Giallombardo

C’era una volta Borgo Schirò. Un villaggio di cento anime su un’altura a dieci chilometri da Corleone, nato alla fine degli anni ’30 del secolo scorso per sostenere la colonizzazione del latifondo. Fu una delle prime “città rurali” siciliane: un microcosmo bucolico dove ogni vita era legata all’altra, quasi un esperimento sociale scandito dal ciclo delle stagioni e dai ritmi della natura. Un idillio durato trent’anni o poco più, segnato dal terremoto del Belìce, spartiacque “epocale” dopo il quale il borgo iniziò lentamente il suo oblio. Un’agonia che ha visto decimarsi, anno dopo anno, i già pochi residenti che lo abitavano, fino a quando a Borgo Schirò rimase soltanto la famiglia Solazzo, andata via agli inizi degli anni Novanta. Furono gli ultimi a lasciare le case, dopo di loro, solo il parroco per qualche anno, saltuariamente, si occupò della chiesa.

“Era un paradiso, tutto quello che ci serviva era a portata di mano, non mancava nulla”, ricorda tutto nitidamente Luigi Solazzo, la cui famiglia gestiva il negozio di generi alimentari e la trattoria del borgo. La sua infanzia, fino alle scuole elementari, è trascorsa fra quelle case coloniche, edificate intorno ad una grande piazza, dove il geometrico campanile della chiesa, sembrava venir fuori da un paesaggio “metafisico” di De Chirico. Tutto era ad un passo: la scuola, l’ufficio postale, l’ambulatorio medico, la caserma dei carabinieri, le botteghe, elementi di una comunità autosufficiente in cui il tempo scorreva lento.

“Passavamo le giornate ad inventarci sempre giochi nuovi, – ricorda Solazzo – ci divertivamo a fare le case con i rami potati dagli alberi, oppure, tendendo i capi di una fune, facevamo finta di guidare un autobus tra le case del borgo, con tutti i ragazzini che salivano e scendevano alle fermate. E ancora, davamo da mangiare alle galline, si raccoglievano le uova e poi, la grande festa era quando il pecoraio faceva la ricotta e la mangiavamo tutti insieme oppure quando venivano a marchiare gli animali”.

Luigi Solazzo, adesso commerciante sessantenne, è figlio del primo matrimonio celebrato nella chiesa di Borgo Schirò. Da quando la sua famiglia lasciò il borgo all’inizio del ‘90, dopo una tentata rapina in cui la madre rimase ferita, preferisce non tornare nei luoghi della sua infanzia. Troppo forte il contrasto tra i suoi ricordi e quello che rimane di quel piccolo insediamento intitolato al giovane arbëresh Giacomo Schirò, medaglia d’oro al valor militare, ucciso nel 1920 a Piana degli Albanesi. Adesso, da quel borgo è sparita ogni traccia di vita umana. La natura lentamente sta prendendo il sopravvento su quello che resta degli edifici, in passato preda dei vandali e adesso usati, di tanto in tanto, come teatro per sfide di softair, come testimoniato dalle tracce di “proiettili” e scritte sulle pareti.

È un clima irreale quello che si respira adesso a Borgo Schirò, ormai diventata una delle più note “ghost town” siciliane. Dopo una decina di chilometri di provinciale, fatta a passo d’uomo tra dossi e voragini, il cartello stradale che dà il benvenuto stride ancor di più con il paesaggio che ci si trova davanti. Una decina di edifici, tutti sul punto di venir giù da un momento all’altro, circondano un’enorme piazza. Pesa l’effetto straniante dei murales realizzati tempo fa dagli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Palermo, ormai scoloriti e deturpati dal tempo. Tra un rudere e l’altro, c’è spazio anche per l’odore acre di bruciato, segno di un incendio probabilmente recente nella vecchia sede del Partito fascista. Pochi sono gli edifici “visitabili” all’interno, non senza rischio per la propria incolumità, tra questi l’ambulatorio medico e la scuola. Gli altri o sono stati murati, come la chiesa, in passato abbondantemente depredata e vandalizzata, o sono inaccessibili perché invasi da sterpaglie, rifiuti e detriti.

Agli echi di un passato florido, rispondono, come note stonate, quelli di un presente di fantasmi. Eppure, per Borgo Schirò qualcosa sembra timidamente muoversi all’orizzonte. Anni fa si era fatta avanti l’idea di un possibile recupero, che comprendesse anche gli edifici di Borgo Borzellino, altra piccola “ghost town” vicina a San Cipirello. Era stato sottoscritto un protocollo d’intesa tra la facoltà di Agraria dell’Università di Palermo, la Regione Siciliana, l’Istituto regionale della Vite e dell’Olio e il Comune di Monreale, per trasformare i due borghi in centri direzionali dell’agricoltura, con l’idea di realizzare un polo fieristico per la Valle dello Jato.

Nel 2009, l’Ente di Sviluppo agricolo aveva predisposto il progetto pilota “La via dei borghi”, finalizzato al recupero ed alla messa in sicurezza di dieci borghi rurali siciliani, tra cui anche lo Schirò. “Una parte degli edifici – si legge nel progetto – sarà recuperata per infopoint, assistenza tecnica, ricovero animali, promozione e degustazione dei prodotti tipici della zona, con attrezzature per attività sportive di ippo e cicloturismo, escursioni al parco archeologico del monte Jato, alla riserva reale di Ficuzza, a Piana degli Albanesi ed alle cantine di Camporeale. A questo – si prefiggevano i progettisti dell’Esa – si associa l’attività didattico-divulgativa per la conservazione e la conoscenza delle antiche tradizioni agricole e artigianali, la creazione di laboratori didattici con gli animali di allevamento del territorio e la gestione faunistica della quaglia comune”. Un progetto che per il solo Borgo Schirò prevedeva un impegno di spese complessive per 5 milioni e 600mila euro.

Adesso, fa sapere il presidente dell’Esa, Nicolò Caldarone, il Consiglio d’amministrazione ha deliberato di affidare un incarico professionale all’ex dirigente generale del Dipartimento regionale dei Beni culturali, Maria Elena Volpes. L’intenzione è quella di mettere ordine, cercando di rilanciare il progetto di valorizzazione dei borghi rurali affidati all’Esa, per ristrutturarli e riconsegnarli ai Comuni di competenza. Ma il grande ostacolo per il recupero di Borgo Schirò, è legato soprattutto ai costi, per questo la strategia da seguire – fanno sapere dall’Esa – sarà quella di individuare nuovi utilizzi e forme d’investimento, pensando anche ad un primo intervento parziale di messa in sicurezza.

Piccoli spiragli, come la tesi di laurea di una studentessa dell’Accademia di Belle Arti di Palermo, Marilisa Cusimano, che, due anni fa, attraverso una ricostruzione grafica degli edifici, ha immaginato un possibile recupero del sito, pensandolo come centro culturale di nuova generazione, dedicato, tra l’altro, all’arte contemporanea ed al turismo. Un sogno che, forse un giorno, potrebbe diventare realtà. Ma attualmente la strada per la rinascita di Borgo Schirò, è come quella provinciale che lo collega al resto del mondo: un susseguirsi di dossi e buche difficili da attraversare.

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