Il Castagno dei Cento Cavalli in gara al concorso europeo Albero dell’anno 2022

Il millenario monumento della natura di Sant’Alfio, alle pendici dell’Etna, dopo essere arrivato primo nel concorso Tree of the year 2021, è in gara per l’Italia all’European Tree of the Year 2022

di Marco Russo

È stato eletto Albero Italiano 2021 e adesso è in gara per l’Italia al concorso internazionale European Tree of the Year 2022. Il Castagno dei Cento Cavalli, “gigante di Sant’Alfio, che sorge alle pendici dell’Etna, è in competizione con altri 16 alberi di castagno, vincitori dei vari contest nazionali europei.

Il Castagno dei Cento Cavalli

Il sindaco di Sant’Alfio, Giuseppe Maria Nicotra, e la sua giunta hanno fatto visita all’assessore regionale al Territorio, Toto Cordaro. “Insieme al governo regionale abbiamo fortemente sostenuto la campagna per il concorso italiano del castagno etneo, considerato forse il più famoso e antico del mondo, con i suoi 3mila anni, e siamo orgogliosi che rappresenti l’Italia al contest europeo in cui auspichiamo lo stesso successo», ha detto l’assessore Cordaro lodando l’iniziativa del Comune che ha dato i natali al castagno.

La targa dell’Italian Tree of the Year 2021

Il “Castagno” vincitore del Concorso Europeo Albero dell’anno 2022 verrà proclamato il 17 marzo a Bruxelles nella sede del Parlamento Europeo. È possibile votare il Castagno dei 100 Cavalli fino al 28 febbraio sul sito della Giant Trees Foundation (questo il link).

Il Castagno dei Cento Cavalli dipinto da Jean-Pierre Houël

Con i suoi 28 metri di altezza e 68 di diametro della chioma, il Castagno di Sant’Alfio è un monumento verde la cui storia si fonde con la leggenda. Come quella di una misteriosa regina (che gli studiosi identificano in Giovanna d’Angiò o un secolo dopo d’Aragona) e di cento cavalieri con i loro destrieri, che, si narra, trovarono riparo da un temporale sotto le sue enormi fronde. È stato ritratto da molti viaggiatori del Grand Tour, fra i quali Patrick Brydone e Jean Houel, che nel 1787 rimase impressionato dalla sua grandezza: “La sua mole è tanto superiore a quella degli altri alberi, – scrive nel Voyage de la Sicile, de Malta e Lipari – che mai si può esprimere la sensazione provata nel descriverlo”.

Le mille vite delle reti da pesca: il sogno di tre giovani creativi di Mazara

Gli scarti di lavorazione diventano borse, oggetti e arredi con un progetto sostenibile portato avanti da tre designer. Lanciata una raccolta fondi per realizzare una sartoria sociale e un centro per il riciclo in un container recuperato

di Giulio Giallombardo

Fare rete per salvare il mare. Riuso, riciclo e creatività per trasformare uno scarto in borse, oggetti e arredi. Un esempio virtuoso di economia circolare che ha preso forma nei magazzini dei sarcitori del porto di Mazara del Vallo, dove si custodiscono mestieri antichi. È lì che le reti da pesca danneggiate vengono riparate dai pochi maestri che ancora oggi conoscono i segreti di questa tecnica. Ma è anche lì che, un anno fa, tre giovani professionisti under 35, con esperienza nel design e nella rigenerazione urbana, hanno dato vita a un progetto innovativo che adesso sta crescendo.

Il team di Risacca, Cristiano Pesca, Carlo Roccafiorita e Federica Ditta

I mazaresi doc Carlo Roccafiorita e Federica Ditta, insieme a Cristiano Pesca, umbro ma ormai mazarese d’adozione, hanno pensato di trasformare gli scarti delle reti da pesca danneggiate, in originali borse da mare o da trekking urbano, che hanno venduto sui social. In sei mesi, con il progetto Risacca, hanno riciclato una tonnellata di reti da pesca, testato i primi prodotti e vinto il premio europeo Green Impact Med. Adesso, dopo una prima fase di incubazione con la Fondazione di Messina, hanno lanciato una raccolta fondi per realizzare il Risacca Lab: una sartoria sociale e un centro per il riciclo in un container recuperato. Se finanziato, nascerà a Mazara del Vallo un nuovo presidio ecologico in grado di trasformare le reti in oggetti d’uso quotidiano, offrire opportunità di lavoro e sensibilizzare sempre più abitanti sul tema della plastica nel mare.

Una delle borse di Risacca

“Tracciando un bilancio di questo primo anno di lavoro, siamo soddisfatti per tutto quello che riguarda la nostra ricerca e la risposta che abbiamo avuto in termini di partner del nostro progetto”, spiega a Le Vie dei Tesori, Carlo Roccafiorita, 32enne manager di Risacca e fondatore dell’associazione Periferica, che dal 2013 promuove iniziative di rigenerazione urbana a Mazara. “In questi mesi abbiamo raccolto diversi feedback grazie ai quali adesso stiamo lavorando su nuovi prodotti – prosegue – . Dopo una prima fase dedicata al riuso delle reti, con cui abbiamo realizzato un centinaio di sacche, ci stiamo dedicando adesso al riciclo del materiale”.

Rete di nylon

I tre giovani creativi si sono interrogati su come questi scarti di reti potessero essere trasformati per diventare altro. Un complesso meccanismo di rigenerazione a cui viene sottoposto il materiale recuperato, che può presentare diversi livelli di usura. “Parliamo di reti costituite principalmente da nylon, quindi riciclabili all’infinito – aggiunge Roccafiorita – . Attraverso una particolare lavorazione del materiale, che viene triturato, pressato e fuso, abbiamo disegnato e realizzato una nuova linea di prodotti, che vanno dalle tovaglie, agli orologi da parete, e ancora cover per smartphone, piatti, stoviglie e altri oggetti di uso comune che possono trovare spazio in case, negozi o ristoranti”.

La scelta delle reti nel magazzino di un sarcitore

Un lavoro che inizia ancor prima che la rete diventi scarto vero e proprio, intercettata nei magazzini dei sarcitori. “Le reti si buttano via perché logorate o rotte durante la pesca – spiega l’imprenditore – . Ove possibile, la parte danneggiata va sostituita e poi gettata, e noi interveniamo proprio in questa fase, recuperando questi pezzi che diversamente andrebbero smaltiti. La rete viene raccolta e catalogata in base al livello di usura. Se troppo danneggiata la trituriamo, altrimenti la riutilizziamo, ritessendola con i nostri sarti. Abbiamo calcolato che possiamo riutilizzare il 70 per cento della rete che raccogliamo, il 20 per cento lo ricicliamo. Alla fine rimane una percentuale molto bassa di scarto, circa il 5-10 per cento, che è inutilizzabile”.

Uno scorcio di Mazara

Un progetto plasmato sull’anima di Mazara, città storicamente legata all’industria ittica, da diversi anni in piena crisi tra disoccupazione, calo dell’indotto e mancato ricambio generazionale. “Il rapporto con la comunità di pescatori e sarcitori mazaresi è alla base del nostro lavoro – aggiunge l’imprenditore – . Ci siamo posti sin dall’inizio l’obiettivo di realizzare prodotti di comunità, coinvolgendo le maestranze e senza i sarcitori non avremmo potuto dare vita a questo progetto. Abbiamo mappato tutti i magazzini del porto che potevano essere interessati a collaborare con noi, così loro ci forniscono le reti e noi le lavoriamo”.

Esempio di sarcitura

Ma sono poche le maestranze, soprattutto dai 70 anni in su, a portare avanti questa attività. Così, il team di Risacca, con il supporto di Federpesca, sta immaginando un percorso educativo e formativo per fare nascere nuovi sarcitori e tramandare questa tecnica anche alle giovani generazioni. Parallelamente, è partita anche la raccolta fondi, supportata da Banca Etica per realizzare a Mazara un centro di raccolta e riciclo delle reti da pesca e della plastica recuperata dal mare, oltre che una sartoria sociale che potrebbe creare occupazione.

Disco di reti riciclate

Fino al 13 febbraio sarà possibile donare sulla piattaforma Produzionidalbasso.com (questo il link) e ricevere in cambio prodotti artigianali, servizi e persino vacanze studio per i donatori più generosi. Fino a quando scriviamo sono stati raccolti quasi 4mila euro, con un obiettivo prefissato di 26.250 euro. “Sono fondi che servirebbero per comprare i macchinari di lavorazione della plastica e realizzare il Risacca Lab nel parco dell’associazione Periferica – conclude Roccafiorita – . ma la nostra visione è di replicarlo in ogni porto italiano. Vediamo Mazara come un primo test per rispondere a un bisogno diffuso in molte città e comunità nate intorno al mare”.

Isola Lunga in vendita, Cordaro: “Priorità al rispetto dell’ambiente”

Sta suscitando molte polemiche l’annuncio pubblicato da una nota casa d’aste inglese. C’è il timore di possibili speculazioni nella Riserva dello Stagnone di Marsala. L’assessore regionale all’Ambiente: “Prima la tutela dei nostri tesori”

di Giulio Giallombardo

“Trattativa riservata”. Come tutto quello che ruota attorno alla vendita di parte dell’Isola Lunga, la più grande dello Stagnone di Marsala. L’annuncio pubblicato online sul sito della filiale italiana di Sotheby’s, casa d’aste inglese tra le più importanti del mondo, sta suscitando le reazioni di ambientalisti, amministratori e esponenti politici, che temono possibili speculazioni nel cuore della riserva naturale. Davanti all’ipotesi di vendita, resta cauto l’assessore regionale all’Ambiente, Toto Cordaro: “Per noi la tutela dell’ambiente e dei nostri tesori è e resterà la priorità, approfondiremo la questione e poi ci esprimeremo in maniera compiuta e definitiva”, ha detto a Le Vie dei Tesori.

Le isole dello Stagnone

Più netta la posizione contraria degli ambientalisti, con Gianfranco Zanna, presidente di Legambiente Sicilia che si domanda: “Ma che visione si ha oggi in Sicilia delle aree protette? Delle magnifiche cartoline in bella vista, su cui possono affacciarsi, meglio ancora se direttamente standoci dentro, resort a 5 stelle, alberghi e ristoranti. Vale per l’isola di Capo Passero, per la Pillirina a Siracusa, adesso per l’isola Lunga dello Stagnone di Marsala. Allo Stagnone – prosegue Zanna – non bastava l’invasione senza regole del kitesurf, che ha contribuito al degrado di una delle riserve più importanti e delicate del nostro patrimonio naturalistico, adesso con la vendita di una parte dell’isola Lunga si presenta un’ipotesi di speculazione in netto e chiaro contrasto con le finalità istitutive dell’area protetta”. La proposta di Legambiente Sicilia è che la gestione della riserva, di competenza del Libero Consorzio di Trapani, possa passare all’istituendo Parco nazionale delle Isole Egadi e del litorale trapanese, “che – aggiunge Zanna – aspettiamo da più di 14 anni e la nascita dell’Area marina protetta prevista da più di 30 anni”.

Salina Genna a Marsala

Dubbi su un eventuale vendita anche dal Wwf Sicilia. “Prendiamo atto di questa intenzione, – afferma Pietro Ciulla, neo delegato per la Sicilia – ma a questo punto sarebbe bene che la Regione intervenisse per acquisire il bene. In ogni caso, qualora andasse in porto una eventuale trattativa, sappiano i nuovi proprietari che saremo rigidissimi nel verificare che vengano rispettati i vincoli della riserva”.

Saline di Marsala

Dello stesso avviso anche il deputato e segretario regionale del Pd Sicilia Anthony Barbagallo, che propone che l’isola venga acquisita al demanio regionale, anche se dalla casa d’aste inglese rassicurano che la trattativa non prevede alcun intento speculativo. Mentre il sindaco di Marsala, Massimo Grillo, si è detto fermamente contrario a qualsiasi ipotesi di una struttura ricettiva nell’isola: “Ben vengano i privati, come un imprenditore che ci ha promesso di recuperare un antico mulino, ma diciamo assolutamente no ai resort nell’Isola Lunga. Anzi abbiamo chiesto alla Regione di poter gestire noi l’area della riserva dello Stagnone, che ha bisogno di essere valorizzata e per questo faremo un avviso pubblico per coinvolgere i privati nel recupero dell’isola di Schola”.

Vista aerea di Isola Lunga

La vendita – come si legge nell’annuncio di Sotheby’s – riguarda 88 dei 120 ettari dell’isola. Dell’area fanno parte degli edifici diruti che possono essere restaurati e ospitare fino a 20 camere con altrettanti servizi. “L’Isola è conosciuta per la presenza di famose saline rigeneranti, e per i conosciuti percorsi ‘benessere’ che rientrano tra le esperienze più affascinanti – si legge nell’annuncio – . La Riserva Naturale di Isola Lunga è ricca di paesaggi mozzafiato che la rendono unica al mondo per il suo habitat, biodiversità, per la naturale vocazione al benessere psicofisico e per la sua fauna e flora. L’isola è attraversata da una strada sterrata che percorre tutto un bosco di pini marittimi dai profumi inebrianti. Dal lato ‘di ponente’ troviamo le saline, mentre dalla parte opposta si trova una lunga spiaggia di sabbia finissima bianca, chiamata Tahiti per la bellezza e trasparenza del suo mare”.

Passi avanti verso la riserva naturale di Punta Bianca

Approvata la proposta di perimetrazione, passo propedeutico all’istituzione dell’area protetta che nascerà attorno alla scogliera di marna sulla costa di Agrigento

di Marco Russo

La sua bianca marna è stata più volte presa di mira dai vandali. Imbrattata con vernice rossa, incisa con scritte e disegni, addirittura scolpita da un ignoto che ha ricavato un volto sulla roccia. Non ha avuto pace in questi anni Punta Bianca, la splendida scogliera sulla costa di Agrigento, poco distante dalla “sorella” Scala dei Turchi. Ma adesso, finalmente, è stato fatto un decisivo passo avanti verso l’istituzione della riserva.

Punta Bianca (foto Davide Mauro, Wikipedia)

Il Consiglio regionale per la Protezione del patrimonio naturale, presieduto dall’assessore regionale al Territorio e all’Ambiente, Toto Cordaro, ha approvato la proposta di perimetrazione presentata dal dipartimento regionale Ambiente per l’istituzione della riserva di Punta Bianca e scoglio Patella, esprimendosi favorevolmente – fanno sapere dalla Regione – sull’inserimento della proposta nel Piano regionale dei parchi e delle riserve. Si tratta di un’area di circa 300 ettari ricadenti tra Agrigento e Palma di Montechiaro.

Da sinistra, l’assessore Toto Cordaro, Fabio Galluzzo di Mare Vivo Sicilia e Claudio Lombardo di Mareamico

Questa decisione segue l’incontro di qualche settimana fa tra l’assessore Cordaro, il generale Maurizio Scardino, comandante militare dell’Esercito in Sicilia, i rappresentanti delle associazioni ambientaliste, Fabio Galluzzo di Mare Vivo Sicilia e Claudio Lombardo di Mareamico, propedeutico alla decisione della perimetrazione.

L’ex caserma della Guardia costiera su Punta Bianca (foto Davide Mauro, Wikipedia)

Il passaggio successivo sarà la pubblicazione del perimetro agli albi pretori dei Comuni interessati, Agrigento e Palma di Montechiaro, per un periodo di trenta giorni, per le osservazioni da parte del pubblico, come previsto dalla norma, cui faranno seguito l’audizione in quarta commissione dell’Ars e il decreto assessoriale di modifica del Piano. L’inserimento nel Piano costituisce il fondamentale passaggio affinché la riserva possa essere istituita, seguendo l’iter previsto dall’articolo 6 della legge regionale 98 del 1991.

Il sito era già stato identificato come area di “notevole interesse pubblico” nel 2001 da un decreto dell’allora assessorato regionale ai Beni culturali e ambientali. I Comuni di Agrigento e di Palma di Montechiaro, nella primavera di quest’anno, avevano già aderito alla proposta di istituzione della riserva. “L’impegno assunto dal presidente della Regione Siciliana sarà mantenuto – afferma l’assessore Cordaro – . Faremo in modo che l’iter venga concluso in tempi rapidi, affinché entro la prossima primavera la riserva di Punta Bianca diventi realtà”.

(La prima foto grande in alto è di Davide Mauro, da Wikipedia)

Passi avanti verso l’Area marina protetta di Capo Zafferano

Presentata ufficialmente la proposta di tutela del tratto di mare tra Aspra e Solanto, già Sito di interesse comunitario e custode di un patrimonio di biodiversità

di Ruggero Altavilla

Uno specchio di mare cristallino che custodisce fondali ricchi di biodiversità. Estese praterie sommerse di Posidonia, rocce coralline, calette e paesaggi da cartolina. Capo Zafferano è un piccolo miracolo creato dalla natura, e per questo sempre più da tutelare. Prosegue il cammino verso l’istituzione dell’area marina protetta in questo tratto sovrastato da Monte Catalfano, già importante oasi ambientale e paesaggistica terrestre. A due anni dall’istituzione del Sito di interesse comunitario “Fondali di Capo Zafferano”, i tempi per la costituzione di un’area marina protetta in quello specchio d’acqua tra Aspra e Solanto, sono sempre più maturi.

Capo Zafferano al tramonto (foto Giulio Giallombardo)

È stato ribadito nel corso di un incontro che si è svolto recentemente a Bagheria, a Palazzo Butera, a cui hanno partecipato esperti, amministratori, operatori del territorio per presentare ufficialmente la proposta di istituzione dell’area marina protetta di Capo Zafferano. L’incontro è stato organizzato dal Cesvit, Centro Studi per lo Sviluppo Territoriale, insieme al comitato promotore dell’iniziativa di cui fanno parte il Comune di Bagheria e quello di  Santa Flavia, oltre al Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Scienze del Mare e il Dipartimento di Scienze della Terra e del Mare dell’Università di Palermo.

Capo Zafferano (foto Ziegler175, Wikipedia)

“Oggi abbiamo fatto nascere qualcosa di importante – ha detto Orazio Amenta, presidente del Cesvit – destinata a fare virare la via dello sviluppo verso altri binari rispetto al passato – dice Amenta – Pare impossibile che a Bagheria e Santa Flavia oggi siamo riusciti a lanciare l’idea di un’area marina protetta a Capo Zafferano”. L’incontro è servito anche a fare il punto sullo stato delle coste, sugli impegni che le pubbliche amministrazioni devono prendere per migliorare la salute delle acque del territorio, ascoltando chi il mare lo vive e lo studia, con un solo obiettivo: utilizzare il mare quale risorsa di sviluppo ma rispettandone la natura.

Il faro di Capo Zafferano (foto Giulio Giallombardo)

I promotori, nel corso dell’incontro, hanno inoltre informato che è in programma la stesura di un protocollo d’intesa tra tutti gli enti, associazioni, organizzazioni intervenute al convegno e promotrici dell’iniziativa e tra tutte quelle che si vorranno aggiungere per chiedere al Parlamento l’introduzione di Capo Zafferano nell’elenco delle aree di reperimento riportate nella Legge 394/91, primo passo per avviare l’iter di riconoscimento dell’ area marina protetta.

Bagheria, Palazzo Butera

All’incontro per rappresentare l’amministrazione comunale di Bagheria ha preso parte l’assessore Emanuele Tornatore che è intervenuto nella doppia veste di amministratore ma anche di archeologo con esperienza proprio su un’area marina come quella di Ustica. “Crediamo in questo progetto – ha detto Tornatore – che è politico ma anche scientifico, culturale, ambientale e turistico. Sono contento di vedere altri amministratori di Comuni vicini perché lavoriamo già, come distretto, come un unico territorio ed anche l’area marina potrebbe essere gestita allo stesso modo coinvolgendo la comunità che la vive”.

Il mare di Capo Zafferano (foto Giulio Giallombardo)

Nei fondali che circondano il promontorio di Capo Zafferano sono stati censiti numerosi habitat di notevole importanza, fra cui una vasta prateria di Posidonia oceanica, che si estende da uno a circa 30-32 metri di profondità. La Posidonia, che svolge un ruolo rilevante nella produzione di ossigeno, non è una pianta qualsiasi, le sue praterie rivestono un’enorme funzionalità per la vita del mare e il suo litorale, tanto da essere strettamente protetta da norme nazionali ed internazionali. Oltre alla prateria di Posidonia, l’area di Capo Zafferano presenta altre emergenze naturalistiche tra cui il “coralligeno” tipico dei fondali rocciosi.

(La prima foto grande in alto è di Jason Boldero, licenza CC BY 2.0)

L’ex stazione Lolli di Palermo diventerà un campus universitario

Approvato il progetto presentato dalla Lumsa che prevede un’infrastruttura culturale con auditorium, biblioteca, aule, uffici e spazi aggregativi per gli studenti

di Redazione

Un auditorium da 250 posti, una biblioteca con 20mila volumi, aule didattiche, sala lettura, caffetteria e uffici. L’area dell’ex stazione Lolli di Palermo ospiterà un campus universitario con più di 14mila metri quadrati destinati alla didattica e alla ricerca. In variante allo strumento urbanistico, è stato approvato dall’assessorato Territorio e ambiente, guidato da Toto Cordaro, con decreto del dirigente generale Calogero Beringheli, il progetto presentato dall’Università Lumsa per il restauro e la riqualificazione dell’ex area Lolli e del collegio Casa Bianca.

L’orologio dell’ex stazione Lolli

Il progetto – fanno sapere dalla Regione Siciliana – prevede il restauro architettonico degli edifici e la riqualificazione urbana dell’area, con la sua riconversione in una vera e propria “infrastruttura culturale”, grazie alla presenza di un grande auditorium, una biblioteca di 368 metri quadrati, nuove aule, una cappella, una caffetteria e uffici amministrativi. Prevista anche la sistemazione delle aree esterne, con la realizzazione del “Parco dei binari”, un grande spazio di aggregazione per gli studenti del Campus.

La stazione Lolli in una foto d’epoca

“Si tratta di un contributo importante per la nostra città – afferma l’assessore Cordaro – che consente di riqualificare un’ampia area del centro cittadino che versa in stato di abbandono, restituendola alla collettività. Ma è anche un progetto di interesse regionale, perché consente a tanti giovani di accedere a percorsi di alta formazione direttamente in Sicilia, con un notevole risparmio per le famiglie sui costi legati a un trasferimento fuori dall’Isola”.

L’ex stazione Lolli

Entrata in servizio nel 1891, la stazione di Palermo Lolli, all’altezza della centralissima via Dante, nasce come terminale della linea Palermo-Castelvetrano-Trapani. Prende il nome dalla via Lolli, sulla quale sorgeva, ma conserva lo stesso nome anche dopo il 1910, quando la strada viene ribattezzata via Dante. Nel 1974, con l’apertura della Stazione Notarbartolo, Lolli perde il suo utilizzo per il servizio passeggeri e viene utilizzata solo per il traffico merci. Di lì a poco verrà chiusa definitivamente. Negli ultimi anni si era affacciata l’idea di trasformare l’ex stazione in un museo delle ferrovie, adesso all’orizzonte un campus universitario potrebbe salvare l’area dall’abbandono.

Le Madonie entrano a far parte della rete Europarc

Il Parco ha fatto l’ingresso nella Federazione delle aree protette europee, che riunisce oasi naturali e riserve di biosfera in 38 nazioni

di Redazione

Una nuova medaglia nel palmarès delle Madonie. Il Parco è entrato nella rete Europarc, la Federazione delle aree protette europee, che riunisce oasi naturali e riserve di biosfera in 38 nazioni. La decisione è stata presa dal Consiglio della Federazione, che nei giorni scorsi ha ufficializzato l’ingresso del parco regionale siciliano nella prestigiosa rete naturalistica del Vecchio Continente.

Monte Mufara sulle Madonie

Europarc è l’organizzazione ombrello per le aree protette europee, che riunisce parchi nazionali, regionali, naturali e riserve, con lo scopo comune di proteggere la varietà unica di habitat e paesaggi dell’Europa. La Federazione mette insieme un’ampia gamma di organizzazioni e di individui impegnati nella politica e nella pratica di gestire parchi e aree protette in tutta Europa. Nei 27 anni di esistenza ha fatto molto per diffondere le “buone pratiche” e per promuovere un sentire comune nella rete delle aree protette. All’assemblea generale di Europarc nel 1999 a Zakopane, in Polonia, è stato approvato un documento strategico dai membri della Federazione, che fornisce uno schema quadro per i futuri sviluppi della rete, ovvero conservare interamente paesaggio e diversità biologica del continente.

Piano Cervi

“Ennesimo prestigioso riconoscimento di livello internazionale per il Parco e per l’intero territorio madonita. – dice l’assessore regionale al Territorio, Toto Cordaro – a dimostrazione del lavoro fin qui fatto, della buona gestione del Parco che unita alla bellezza e alle qualità dell’area protetta costituiscono un eccellente trampolino di lancio per la promozione e la crescita, per far conoscere le nostre bellezze naturali e geologiche in Europa e non solo”.

Faggi delle Madonie

“L’ingresso nelle rete Europarc – afferma il presidente dell’ente Parco, Angelo Merlino – è un’ulteriore riconoscimento del lavoro di promozione che il Parco sta svolgendo. Venti anni fa, un altro ingresso in una rete europea, quella dell’European Geopark Network, ci ha portato quest’anno a festeggiarne il ventennale. In un mondo ormai globalizzato, fare rete con realtà internazionali è diventata una necessità”.

L’albero dell’anno è siciliano: vince il Castagno dei Cento Cavalli

Il millenario monumento della natura vicino a Sant’Alfio, alle pendici dell’Etna, è arrivato primo nel concorso “Tree of the year 2021″

di Marco Russo

Leggenda vuole che fu rifugio per cento cavalieri durante un temporale. Riempì i taccuini dei viaggiatori del Grand Tour, che ne rimasero affascinati. È stato dichiarato Monumento Messaggero di pace durante un convegno internazionale dell’Unesco. È tra gli alberi più grandi del mondo, se non il più grande, se si potesse dimostrare che i tre fusti appartengono allo stesso corpo. È abituato ai primati il Castagno dei Cento Cavalli di Sant’Alfio, alle pendici dell’Etna, che oggi aggiunge una nuova medaglia al suo palmarès: l’albero siciliano è il vincitore del concorso “Tree of the year 2021″. La proclamazione del vincitore è avvenuta ieri a Buttrio, in provincia di Udine, in occasione della “Giornata nazionale dell’albero”.

Il Castagno dei Cento Cavalli

Arrivato tra i quattro finalisti, il castagno millenario di Sant’Alfio ha conquistato il pubblico con i suoi 28 metri di altezza e 68 di diametro della chioma. Sul diametro del tronco il dibattito è aperto: si presenta costituito da tre fusti, rispettivamente di 13, 20 e 21 metri; dunque la circonferenza potrebbe arrivare ad oltre 50 metri se si potesse affermare che i tre grossi fusti che compongono la sua struttura appartengono ad uno stesso albero. In questo caso sarebbe anche l’albero più grosso al mondo.

La targa dell’Italian Tree of the Year 2021

Nella votazione on line, ha raccolto 36.210 preferenze, distaccandosi di molto dal secondo classificato, il castagno di Grisolia di Cosenza, e adesso rappresenterà l’Italia nel 2022 per il titolo di “European Tree of the Year”. Gli altri alberi in gara erano il castagno di Nardo, che si trova nel bosco vicino a Morrice, sul confine tra Abruzzo e Molise, e quello di Laion, vicino a Bolzano, uno dei più grandi del Nord Italia. Scopo del concorso annuale, organizzato da Giant Trees Foundation onlus in collaborazione e con il patrocino del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, è puntare l’attenzione sulle bellezze naturalistiche della Penisola, sottolineando l’importanza dei vecchi alberi, patrimonio naturale e culturale.

Il Castagno dei Cento Cavalli dipinto da Jean-Pierre Houël

Un monumento verde la cui storia si fonde con la leggenda. Come quella di una misteriosa regina (che gli studiosi identificano in Giovanna d’Angiò o un secolo dopo d’Aragona) e di cento cavalieri con i loro destrieri, che, si narra, trovarono riparo da un temporale sotto le sue enormi fronde. È stato ritratto da molti viaggiatori del Grand Tour, fra i quali Patrick Brydone e Jean Houel, che nel 1787 rimase impressionato dalla sua grandezza: “La sua mole è tanto superiore a quella degli altri alberi, – scrive nel Voyage de la Sicile, de Malta e Lipari – che mai si può esprimere la sensazione provata nel descriverlo”.

Il tronco dell’albero

“Il monumentale ‘Castagno dei 100 cavalli’ del Comune di Sant’Alfio vince la sfida dell’anno e con lui vince la Sicilia e il suo patrimonio arboreo, legato alla popolazione e al territorio, che va sempre più tutelato e protetto – dice l’assessore regionale all’Ambiente, Toto Cordaro – adesso il plurimillenario castagno andrà a rappresentare l’Italia per il titolo europeo ‘European tree of the year per il 2022′”.

Federico Maria Butera vince il Premio Demetra

Lo studioso siciliano al primo posto nella competizione letteraria dedicata alla saggistica ambientale organizzata da Comieco ed Elba Book Festival

di Ruggero Altavilla

È uno dei pionieri della ricerca sulle energie e le fonti rinnovabili. Federico Maria Butera, autore del libro “Affrontare la complessità. Per governare la transizione ecologica”, ha vinto la prima edizione del Premio Demetra, organizzata da Comieco ed Elba Book Festival.

I finalisti del Premio Demetra

Accademico originario di Mezzojuso, nel Palermitano, professore emerito di fisica tecnica ambientale al Politecnico di Milano, Butera si è classificato al primo posto nella competizione letteraria dedicata alla saggistica ambientale pubblicata da editori indipendenti, organizzata insieme a Esa Elbana Servizi Ambientali, Unicoop Tirreno e con il patrocinio del Parco nazionale Arcipelago Toscano.

Federico Maria Butera

Durante la premiazione, avvenuta in chiusura della settima edizione di Elba Book, la giuria, composta da Ermete Realacci, presidente Fondazione Symbola; Sabrina Giannini, giornalista e scrittrice; Ilaria Catastini, editrice; Duccio Bianchi, responsabile scientifico; Giorgio Rizzoni, direzione Elba Book, ha premiato, tra le 38 opere candidate, proposte da 25 editori indipendenti, quelle che sono state ritenute le migliori pubblicazioni a tema ambientale di carattere saggistico e di inchiesta in lingua originale italiana da editori indipendenti nel periodo compreso tra l’1 gennaio 2018 e il 15 maggio 2021. Alla base del Premio letterario Demetra – fanno sapere gli organizzatori – c’è il desiderio di Comieco di sostenere e promuovere la letteratura ambientale, favorendone una maggiore diffusione nella piena convinzione che essa possa svolgere un ruolo centrale nella formazione di una maggiore coscienza ambientale nei cittadini.

I libri a Rio nell’Elba

“Un libro importante per comprendere le grandi trasformazioni avvenute, gli immensi rischi futuri e soprattutto la complessità della necessaria transizione ecologica – si legge nelle motivazioni del premio a Butera – . Nel momento in cui la conversione ecologica dell’economia e della società può diventare l’asse centrale delle politiche, questo libro ci offre una visione di insieme e ci mostra le connessioni ecologiche e sociali delle nuove tecnologie e delle nuove politiche. Un libro necessario per gli educatori ambientali”.

Il direttore artistico Marco Belli saluta la platea

Federico Maria Butera inizia la sua carriera accademica nel 1970 all’Istituto di Fisica tecnica dell’Università di Palermo. Partecipa alle prime attività della International Energy Agency relative ai temi dell’efficienza energetica e dell’uso delle fonti rinnovabili nell’edilizia e, come consulente di agenzie dell’Onu e della Banca Mondiale, affronta anche tematiche inerenti allo sviluppo sostenibile nei Paesi in via di sviluppo. Nel 1990 si trasferisce alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, dove promuove nella didattica l’integrazione del parametro energia nella progettazione architettonica e costituisce una unità di ricerca interdisciplinare con la quale, fra l’altro, mette in pratica la metodologia della progettazione integrata nel progetto un edificio destinato ad accogliere il Dipartimento di Scienze Ambientali dell’Università di Tsinghua, a Pechino, il Sino-Italian Energy Efficient Building, inaugurato nel 2006.

Anticipando i futuri obblighi comunitari, applica il modello della progettazione integrata a quelli che sono fra i primi edifici a energia zero realizzati in Italia (la Leaf House, nelle Marche) e in Europa (il Rec Conference Center, Budapest), inaugurati nel 2008. Dal 2007 collabora con l’agenzia dell’Onu Habitat per la divulgazione e la formazione, sul tema della sostenibilità a scala urbana e di edificio. È autore di oltre 200 articoli scientifici, di libri e manuali e di numerosi articoli divulgativi su quotidiani e riviste. È presidente dell’associazione Borghi dei Tesori, che sta organizzando un festival diffuso in Sicilia, sotto l’egida della Fondazione Le Vie dei Tesori, coinvolgendo 60 piccoli centri dell’Isola.

Le Vie dei Tesori News

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