Il grifone tornerà a volare sulle Madonie

Firmato un accordo di collaborazione scientifica tra i vertici dell’assessorato regionale all’Ambiente, i presidenti del Parco delle Madonie e dei Nebrodi e l’Istituto zooprofilattico della Sicilia

di Redazione

Reintrodurre l’avvoltoio grifone nel territorio del Parco delle Madonie, così come già avvenuto con successo nel Parco dei Nebrodi. È l’obiettivo della Regione Siciliana, attraverso l’assessorato dell’Ambiente, che proprio oggi ha firmato un accordo di collaborazione scientifica. Attorno allo stesso tavolo l’assessore Toto Cordaro; il governatore del distretto 2110 Sicilia-Malta del Rotary International, Alfio Di Costa; i presidenti del Parco delle Madonie, Angelo Merlino, e di quello dei Nebrodi, Domenico Barbuzza; il sindaco di Isnello Marcello Catanzaro e il commissario straordinario dell’Istituto zooprofilattico sperimentale della Sicilia “A.Mirri”, Salvatore Seminara.

La firma dell’accordo

L’avvoltoio grifone (Gyps fulvus)  è stato presente sulle Madonie fino agli anni ’50 del secolo scorso. Per farlo ritornare – fanno sapere dalla Regione – si punterà sull’esperienza maturata dall’ente Parco dei Nebrodi, che da oltre due decenni ha avviato un analogo progetto che nel corso del 2020 ha registrato 41 nidificazioni (di cui 31 concluse con l’involo) e una colonia stimata di circa 170 uccelli. L’accordo avrà una validità triennale.

“La tutela dell’ambiente, la biodiversità, la sensibilizzazione all’ecologia e la valorizzazione del territorio – sottolinea l’assessore Cordaro – rappresentano degli obiettivi importanti per il governo regionale. Crediamo che, in questo momento, ci siano tutte le condizioni per riportare il grifone sulle Madonie, mutuando l’esperienza ultradecennale già collaudata sui Nebrodi. Abbiamo voluto coinvolgere diverse realtà, pubbliche e private, proprio per poter raggiungere il risultato più facilmente”.

Un viaggio a dorso di mulo per riscoprire gli asini di Pantelleria

Dopo il ritorno di cinque esemplari nell’isola per il recupero della razza, un gruppo di ragazzi raggiungerà il Piemonte, attraversando tutta l’Italia a piedi

di Lilia Ricca

La sua presenza nell’isola risale a prima del 40 dopo Cristo, data di morte dello scrittore romano Columella che nelle descrizioni delle pratiche agricole in uso nelle aree mediterranee dell’Impero, nel “De Rustica”, parla dell’allevamento di “ottimi asini usati per produrre muli”. Sono trascorsi trentadue anni da quando l’ex Azienda regionale Foreste demaniali ha avviato un progetto di recupero della razza asinina di Pantelleria prima dell’ammissione al registro anagrafico delle razze equine nel 2006. Oggi, un accordo tra la Regione Siciliana e il Parco nazionale di Pantelleria riporta a casa un piccolo nucleo di cinque asini panteschi, uno stallone e quattro-cinque fattrici fino ad ora custodito nel demanio forestale “San Matteo”, di Erice.

Piana di Ghirlanda a Pantelleria

L’asino pantesco per natura forte, robusto e devoto ma più alto rispetto alle altre razze, nel tempo è diventato uno dei simboli di Pantelleria. Presente quasi in ogni famiglia, utilizzato nei pellegrinaggi fino al Santuario della Margana, in tempi più recenti nelle manifestazioni folcloristiche come il Palio del lago o “cursa di li scecchi”. Citato in numerose pubblicazioni di varie epoche, nel 2007 l’asino è stato inserito su un raro francobollo dalle Poste Italiane.

Un esemplare di asino pantesco (foto Fiera Mediterranea del Cavallo)

La scommessa sembra vinta. Prima di una reintroduzione a pieno titolo nell’isola, si valuterà la capacità di adattamento della specie, mentre in prospettiva c’è l’idea di allevare gli animali per il trasporto di materiale nelle aree protette, in campo turistico per le escursioni e in campo terapeutico per la disabilità. “Un segnale importante di come il governo regionale sia attento alle esigenze del territorio, a partire dalle periferie che possiedono grandi potenzialità –  ha dichiarato l’assessore regionale all’Agricoltura, Toni Scilla – . La sinergia tra la Regione e l’isola di Pantelleria punta a salvaguardare e rilanciare il territorio anche per l’aspetto socio-economico”. Secondo il presidente del Parco nazionale, Salvatore Gabriele, il ritorno dell’ansino pantesco, “offre valore aggiunto alla centralità dello sviluppo rurale e dell’agricoltura, che rappresentano occasioni importanti per il rilancio turistico dell’isola”.

Francesco Lanzino con l’asino pantesco Iris (foto Woodvivors)

Intanto, un viaggio di sei mesi, cominciato il 15 aprile, vede coinvolti cinque ragazzi dell’associazione di promozione sociale Aps Woodvivors per un documentario dal titolo “Woodvivors. L’Italia a passo di mulo”, in cui il ventottenne palermitano trapiantato a Pantelleria, Francesco Lanzino, nel ruolo di regista guiderà un’antropologa, un filmaker, una fotografa e una responsabile della logistica, oltre ad un team di supporto che a distanza coordinerà la pubblicazione di contenuti in tempo reale, in un percorso di 2.500 chilometri lungo il Sentiero Italia del Club Alpino Italiano, uno dei più lunghi del mondo, in compagnia delle sue mule Gina e Agnese e di un asino pantesco, costeggiando le dorsali appenniniche seguendo dove possibile le tracce di vecchi tratti e sentieri.

Francesco Lanzino (foto Woodvivors)

L’avventura toccherà alcuni tra i maggiori parchi italiani, da Pantelleria fino al Piemonte, alla scoperta delle antiche tradizioni. Tra i luoghi dell’itinerario ci sono le Madonie, i Nebrodi, l’Etna e l’Aspromonte, la Sila, il Pollino e l’Appenino Lucano; poi il Gran Sasso, la Majella e i Monti Sibillini, passando dalle foreste Casentinesi, l’Appenino Tosco-Emiliano, fino alle Alpi Apuane. “L’idea di questo viaggio nasce nel 2017 dopo un tour siciliano in sella a un mulo”, racconta Francesco Lanzino sui canali web e social di Woodwisors. “Questa è l’occasione per incontrare tanta gente, soprattutto contadini disposti ad aprirti le porte di casa, riscoprendo i sapori delle vecchie tradizioni. Viaggiare con un animale piuttosto che con un mezzo riesce a regalare un contatto empatico e profondo tra gli esseri umani”.

Un momento del viaggio (foto Woodvivors)

Mentre il gruppo fa sosta nel Parco Nazionale dell’Aspromonte di Reggio Calabria, la banda di giovani esploratori ha già salutato l’agricoltore e apicoltore Denny Almanza che ha ereditato le passioni della terra dal nonno, oltre a due ricercatori della Fondazione Edmund Mach che hanno dedicato la loro vita allo studio e alla cura dell’ape mellifera.

Prima del viaggio (foto Woodvivors)

Un ponte tra passato e presente quello proposto dai ragazzi di Woodwisors considerando che il mulo e le mulattiere sono da sempre una costante del mondo rurale, dal nord fino al sud Italia. Una vera e propria ricerca antropologica sul campo per migliorare anche la fruibilità e la leggibilità culturale delle molte realtà italiane. Un animale, il mulo, che forse nella storia meglio si è adattato a variazioni geografiche e ambientali. Un’interpretazione critica che partendo dal passato arriva al presente per trovare le radici di un futuro sostenibile, valorizzando le peculiarità di un Paese dove ogni 30 chilometri si incontrano culture, usanze e lingue diverse.

Le sfide dei giardini del futuro: sempre più sostenibili e innovativi

Confermata la terza edizione del Radicepura Garden Festival di Giarre, che pone la Sicilia al centro di riflessioni sul tema del paesaggio e dell’ambiente

di Redazione

I giardini del futuro strategici per riparare i guasti ambientali o per fornire scorte aggiuntive di cibo. Queste alcune delle suggestioni della terza edizione del Radicepura Garden Festival, biennale organizzata dall’omonima Fondazione, che si inaugura a Giarre il 27 giugno. Torna il festival che  coinvolge grandi protagonisti dell’architettura, del paesaggismo e dell’arte, giovani designer, studiosi, istituzioni, imprese. Fino al 19 dicembre, nel parco botanico, sarà possibile visitare 15 giardini e 4 installazioni, realizzati con le piante messe a disposizione da Piante Faro. Il vivaio – che raccoglie 800 specie e oltre 5000 varietà – rappresenta una delle realtà più innovative del territorio grazie all’attività portata avanti da più di 50 anni da Venerando Faro, insieme ai figli Mario e Michele.

Home Ground, Alfio Garozzo

Il tema di quest’anno è “Giardini per il futuro”, dettato dall’emergenza sanitaria che ha imposto una riflessione su argomenti come sostenibilità e la lotta ai cambiamenti climatici. Gli ambienti verdi sono infatti riconosciuti come efficaci e necessarie risorse, come previsto anche dall’Anno internazionale della salute delle piante promosso dalla Fao. In questo contesto il Festival porta il proprio contributo con la realizzazione di giardini che possano offrire risposte concrete e realizzabili ad alcune di queste istanze, riflettendo su quali saranno le funzioni del giardino nel prossimo futuro, quale ruolo sarà assegnato loro e come saranno progettati.

Labirinto Sonoro, Alfio Garozzo

I temi della terza edizione saranno interpretati dai sette giardini vincitori della call for ideas che si è conclusa nel dicembre 2020 con con più di  500 iscrizioni provenienti da 24 paesi diversi, confermando la dimensione sempre più internazionale del Festival.  La giuria – presieduta da Sarah Eberle, madrina del Festival, e composta da Antonio Perazzi direttore artistico della manifestazione, da Daniela Romano, docente di orticoltura e floricoltura all’Università di Catania, da Alessandro Villari, docente di architettura del paesaggio all’Università Mediterranea, e da Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, collezionista d’arte e presidente della Fondazione omonima – ha individuato i finalisti i cui nomi e progetti saranno resi noti nelle prossime settimane.

Anamorphose, Alfio Garozzo

“Nel corso del 2020 e 2021 – osserva Mario Faro, direttore generale di Radicepura Garden Festival – abbiamo assistito a una crescita importante di interesse verso il tema giardini, ce lo confermano i visitatori del parco e anche l’aumentata attenzione per le professioni del verde, a seguito, purtroppo, dalla pandemia, che ha portato tutti a riscoprire i giardini, i parchi, la natura, i luoghi aperti come spazi in cui vivere, come storicamente è sempre accaduto nei giardini mediterranei. Stimolare e favorire questo cambiamento di sentire collettivo ci rende ancora più orgogliosi di questo Festival, e offre nuovi spunti in termini di visioni e proposte innovative”.

Un occhio virtuale puntato sull’aquila reale dei Nebrodi

È attiva 24 ore su 24 la webcam sul nido dei maestosi rapaci che vivono nelle Rocche del Crasto. Una delle prime esperienze al mondo di telemonitoraggio su questi volatili

di Redazione

È uno dei più maestosi rapaci d’Europa, con un apertura alare che supera facilmente i due metri. Un superpredatore, al vertice della catena alimentare e senza nemici in natura, eccetto naturalmente l’uomo. Sono tre le coppie di aquila reale che volano sopra i Nebrodi. Una di queste vive nel complesso montuoso delle Rocche del Crasto di Alcara li Fusi, dove è presente un nido su cui è puntata una webcam adesso nuovamente attiva 24 ore su 24 (questo il link).

L’aquila che cova sul nido ripresa dalla webcam del Parco dei Nebrodi

È una della prime esperienze al mondo di telemonitoraggio applicato sull’aquila reale. Un occhio digitale perfettamente mimetizzato sopra il nido, che permette di vedere cosa avviene nel nido di un’aquila reale durante la giornata. L’impianto di telerilevamento – fanno sapere dal Parco dei Nebrodi – è stato potenziato ed è adesso nuovamente online dopo . Grazie a un intervento risolutivo sul sistema di trasmissione, con i tecnici di Navigaliberamente e dell’associazione Ambiente Sicilia, è possibile osservare in diretta tutto ciò che accade all’interno del nido. Le immagini in questo periodo permettono, inoltre, l’osservazione della cova di due uova. 

Le Rocche del Crasto

Dal 2006 il sito naturalistico è allo studio del Parco e le immagini riprese sono state inserite in rete, permettendo a tanti studiosi ed appassionati di fauna selvatica di assistere alle scene di vita quotidiana che accadono all’interno del nido. Dalle fasi di restauro – attività che solitamente avviene ad inizio inverno con l’apporto di nuovo materiale vegetale – alla deposizione delle uova, solitamente due, come nella fase attuale, la relativa cova, la nascita e progressiva crescita degli aquilotti, fino all’involo dei piccoli.

Uno scorcio del Parco dei Nebrodi da Cesarò

Nel collocare la webcam – spiegano dal Parco – sono state prese, da parte del personale formato da esperti, tutte le precauzioni dovute per non arrecare nessun disturbo alla coppia di aquile. Le operazioni, infatti, sono state realizzate fuori dal periodo riproduttivo del rapace. Il sistema, inoltre, è anche funzionale a iniziative di educazione ambientale rivolte soprattutto alle scuole, grazie, infatti, ad un monitor installato nel laboratorio della “tana delle idee”, nella sede del Parco di Alcara Li Fusi, i giovani studenti possono vedere in diretta tutto ciò che avviene nel sito. Si attende, adesso, la schiusa delle uova e la nascita degli aquilotti, prevista tra la prima e la seconda settimana di maggio.

Sull’Etna tra bici e trekking: si rinnova la rete dei sentieri

Finanziato il progetto di riqualificazione dei tracciati pedonali e ciclabili del vulcano, lavori su almeno 120 chilometri di percorsi

di Antonio Schembri

Ristrutturazione, manutenzione e messa in sicurezza dei sentieri. Il Parco dell’Etna si apre agli auspici di una bella stagione bloccata dal Covid come l’anno scorso, con una progettualità da 627mila euro che verrà finanziata da fondi comunitari del Po Fesr Sicilia 2014-2020. Il piano dell’ente che dal 1987 sovraintende alla salvaguardia del Parco si è classificato al primo posto nella graduatoria provvisoria stilata dall’assessorato regionale Territorio e Ambiente, che riguarda le operazioni valutate come ammissibili e finanziabili.

I crateri sommitali dell’Etna

Il progetto che riguarda i sentieri pedonali e ciclabili dell’Etna muoverà lavori su almeno 120 chilometri di tracciati, alcuni molto antichi, da rendere più fruibili per il trekking e l’escursionismo in mountain bike: poco meno del 40 per cento della complessiva lunghezza lineare di tutti e 50 i sentieri censiti sulle spalle del vulcano più alto d’Europa. Un ecosistema esteso su un’area di poco meno di 60mila ettari, un terzo della quale protetta in regime di riserva integrale e da 8 anni incluso nella Heritage List dell’Unesco per l’unicità dei suoi aspetti geologici e vulcanologici.

Piano Provenzana, colata lavica del 2002 (foto Antonio Schembri)

“Si tratta di opere tecnicamente semplici ma attese da lungo tempo su tutti i versanti dell’Etna – spiega Carlo Caputo, presidente del Parco – . Riguarderanno in particolare la segnatura dei tracciati, l’apposizione di cartelloni a partire dai singoli Comuni per indicare l’attacco dei sentieri, la realizzazione di staccionate e, dove necessario, la sistemazione del fondo con l’utilizzo di pietrisco”.

Colata lavica nella zona dei monti Sartorius (foto Mathia Coco)

Quello presentato dal Parco dell’Etna costituisce il primo progetto di infrastrutturazione che considera nel loro insieme le vie destinate alla mobilità lenta sul vulcano. Risultato finora mai raggiunto data la complessità di una sentieristica inclusa in proprietà differenti: dal demanio forestale a quello dei 20 Comuni del Parco dell’Etna, passando per numerosi proprietari privati. “Questa progettualità intende unificarli per sviluppare una organica rete sentieristica – dice Caputo – . I tragitti inclusi nel progetto sono almeno 25 e si snodano su distanze molto varie, da alcune decine di chilometri a poche centinaia di metri dentro un contesto ambientale e agricolo unico”.

Betulla e panorama dai monti Sartorius (foto Mathia Coco)

La rete complessiva dei tracciati pedo-ciclistici del vulcano è da 5 mesi consultabile mediante la app del Parco dell’Etna, attivata anche in versione Lis per i non udenti. Uno strumento per dispositivi Apple e Android concepito per preparare al meglio le passeggiate con informazioni sui sentieri, rifugi, punti naturalistici e panoramici, a cui è possibile connettersi attraverso i beacon, i trasmettitori radio a tecnologia Bluetooth per monitorare la presenza di smartphone fino a un raggio fra i 30 e i 50 metri. Ad oggi il Parco dell’Etna ne ha installati in tutto 90. Un sistema ancora da potenziare la cui utilità per la libera fruizione dei sentieri stride con i dubbi, in termini di impatto sull’ambiente e di effettiva sicurezza personale, suscitati proprio dalle camminate senza l’accompagnamento di guide specializzate.

Grotta dei Lamponi (foto Antonio Schembri)

L’Etna rappresenta l’ambiente di maggior riferimento delle attività escursionistiche in Sicilia. Un primato rafforzato anche in tempo di pandemia, come ha dimostrato la riapertura dei sentieri con le nuove regole di distanziamento personale all’indomani del primo lockdown generale, nel maggio del 2020. “Malgrado la riduzione delle visite guidate – aggiunge Caputo – il numero delle persone che, in risposta alla pressione causata dai necessari limiti imposti dalla pandemia, sono andate scoprendo o riconoscendo sempre più valore al contatto diretto con la natura, è aumentato visibilmente sotto forma di presenze individuali o di gruppi composti da pochi escursionisti debitamente distanziati tra loro”.

Rilievi dell’Etna

Tra gli altri progetti su cui lavora adesso il Parco dell’Etna c’è anche la definizione di un marchio di qualità. “In questa maniera – conclude Caputo – intendiamo allinearci a tanti altri parchi italiani. Tale certificazione punterà inizialmente a distinguere e valorizzare la produzione agricola del vulcano, per essere poi estesa al settore dei servizi”.

Ustica guarda al futuro col rilancio dell’Area marina protetta

Nominato un nuovo direttore, già al lavoro sul potenziamento dei servizi, turismo e ricerca scientifica. In arrivo anche fondi per la sistemazione delle coste

di Maria Laura Crescimanno

A Ustica, paradiso dei sub, area marina protetta più antica d’Italia e meta del primo itinerario archeologico subacqueo realizzato da Sebastiano Tusa, dopo oltre due anni di inattività e di attesa, torna la speranza di ripartire presto con nuovi progetti di rilancio. Questa primavera, ancora segnata dalla pandemia, potrebbe infatti essere ricordata per due buone ragioni: l’insediamento di un nuovo direttore arrivato da qualche settimana per far ripartire l’attività dell’Amp, da un lato, e un finanziamento di quasi 4 milioni di euro di fondi europei, finanziabili dalla Regione attraverso l’assessorato al Territorio,  per la risistemazione e messa a fruizione delle principali aree costiere, dall’altro.

Cala Santa Maria (foto Salvo Emma)

A rimettere in moto l’Amp, si è insediato da una settimana circa, con nomina del ministero dell’Ambiente, un manager palermitano, Davide Bruno, esperto di progettazione comunitaria. Bruno, con un passaggio nella Marina Militare di oltre un anno, ha alle spalle esperienza maturata con progetti transfrontalieri mediterranei e alle isole Egadi, a favore del settore della pesca. Adesso, spiega, dovrà lavorare sodo per colmare il gap di oltre due anni nei quali l’Amp non è riuscita nemmeno a garantire le boe di attracco per i diportisti, pressoché nessuna attività di ricerca e divulgazione scientifica, né di comunicazione per i turisti.

Itinerario subacqueo di Punta Cavazzi (foto Salvo Emma)

“Ustica con l’Amp, che conosco sin da quando ero ragazzo avendo fatto qui il mio brevetto e le più belle immersioni, ha grandissime potenzialità ed eccellenze non solo subacquee e per valorizzarla lo spirito che anima già questa nuova direzione è quello della sinergia con la comunità, gli operatori economici e la società civile secondo la logica della collaborazione. L’impatto in queste prime settimane di avvio, è stato più che positivo”. Le priorità sono diverse così come sono i tempi entro cui svilupparle, sottolinea il neodirettore. “Tra i primi obiettivi immediati dobbiamo considerare la realizzazione di campi boe, così come i servizi all’utenza, dal welcome terminal ai servizi per i divers. Inoltre – continua Bruno – ci stiamo attivando per far tornare il Wwf a supporto delle attività di informazione e sensibilizzazione”.

Faro di Punta Omo Morto (foto Maria Laura Crescimanno)

Sul fronte del contrasto alla pandemia, per riavviare il turismo, si punta al completamento delle vaccinazioni e all’utilizzo di azioni di controllo e monitoraggio degli sbarchi. “Immagino tamponi rapidi, comunque tutti quegli interventi necessari per far diventare l’isola Covid-free – prosegue Bruno – . Un’attenzione sarà rivolta alla comunità dei pescatori, a mio avviso veri custodi del mare. Insieme a loro sarà necessario avviare azioni per promuovere la sensibilizzazione e tutela dell’habitat marino, coinvolgendoli in nuove attività, così come gli operatori dell’hospitality, nella scelta di nuove strategie commerciali nell’ottica di una vera destagionalizzazione”.

Il centro di accoglienza dell’Area marina protetta di Ustica

C’è, poi, la ricerca scientifica, che è uno dei pilastri che ha portato all’istituzione dell’Area marina protetta. Sono in programma delle convenzioni con il Cretam dell’Istituto zooprofilattico sperimentale della Sicilia, la Stazione zoologica Anton Dohrn di Napoli e l’Università di Palermo. “In questo momento storico – conclude i neodirettore – abbiamo comunque necessità di razionalizzazione delle spese ed attività di fundraising”.

Campi di lenticchie (foto Maria Laura Crescimanno)

Intanto, ha fatto notizia il progetto di riqualificazione delle aree costiere dell’isola, redatto dall’Agenzia per il Mezzogiorno con utilizzo di fondi Po Fers Sicilia, di cui non è possibile ancora conoscere i tempi di attivazione, che non dipendono, fa sapere il sindaco Salvatore Militello, dall’amministrazione comunale. L’intervento prevede il recupero dell’acquario al porto di cala Santa Marina, sentieristica con accesso per disabili, cannocchiali per avvistamento dell’avifauna e piste ciclabili. E ancora, il recupero dell’area archeologica, la risistemazione dell’edificio comunale a cala Santoro, il recupero della Torre dello Spalmatore e del perimetro esterno e la rinaturalizzazione di alcune aree costiere. Per facilitare la mobilità verde, si prevede inoltre di dotare il comune di scooters elettrici riattivando le stazioni  di ricarica esistenti.

(Nella foto grande in alto di Salvo Emma il faro di Punta Gavazzi)

Le cascate di San Nicola salvate da un gruppo di giovani volontari

Cresce l’attenzione verso il sito naturalistico nelle campagne di Bolognetta, alcuni ragazzi hanno rimosso 200 chili di rifiuti dalle strade circostanti

di Maria Laura Crescimanno

Stanno diventando talmente famose grazie ai social, che incontriamo persino una fotografa australiana fuggita da Parigi per la pandemia, in Sicilia per smart working al caldo della nostra primavera. È arrivata sin qui, tra il salto dell’acqua e la grotta dei Briganti, seguendo Facebook ed Instagram. Ma basterà tutta questa notorietà a salvare questo piccolo paradiso minacciato dai rifiuti?

Cascate di San Nicola

Sono le cascatelle di San Nicola, nelle campagne di Bolognetta (ve ne abbiamo parlato anche qui), un itinerario fluviale non certo adatto ai principianti del trekking, né a famiglie per comodi picnic, che sta suscitando, grazie anche alle splendide foto di Filippo Barbaria, la meraviglia del popolo web. Mentre cresce, di pari passo, la preoccupazione di botanici e naturalisti.  La strada per raggiungerle, la statale 134, diventa man mano che ci si inoltra tra gli uliveti, una vera discarica a cielo aperto, dove la spazzatura brucia sotto il sole e ammorba l’aria.

Cartello sul sentiero

Samuele Buglino, ventenne studente universitario di Casteldaccia, ormai noto come “il ragazzo delle cascate di San Nicola”, è impegnato quotidianamente nella valorizzazione di quest’oasi naturalistica e insieme a altri giovanissimi, ha costituito il comitato “Custodi del territorio”. “Non vogliamo soltanto far conoscere il sito – spiega – che resta non adatto per le gite domenicali dei camminatori poco esperti e mal attrezzati, ma sollevare l’interesse delle istituzioni nei confronti della sua protezione. Il motivo per cui da un anno abbiamo aperto gli account Facebook e Instagram è appunto quello di attirare l’ attenzione delle autorità preposte, ma anche dei volontari per la pulizia e la risistemazione dei camminamenti attorno al fiume”.

Rifiuti lungo la provinciale

Prima dell’alluvione del 2018, quando la devastante piena del torrente Milicia travolse tutto, questo era un paradiso naturale nascosto, ma pur sempre terra di nessuno. “Frequentandolo – prosegue Samuele – ci siamo accorti che in realtà era diventata una discarica. Sul percorso che porta al fiume, o nelle campagne intorno, abbiamo trovato rifiuti ingombranti, persino eternit, scarti di auto, plastica, sacchetti, per non parlare di altra plastica portata dal corso del fiume, le cui acque non sono mai state analizzate. Da quest’anno abbiamo messo dei cartelli, diamo indicazioni su come raggiungere in sicurezza il posto, attiriamo i volontari che si portano guanti e sacchi per raccogliere, poi il Comune, con cui abbiamo avviato una collaborazione, ci fornisce una camionetta che scarica i rifiuti differenziati  per portarli al corretto smaltimento. Sino ad oggi abbiamo liberato l’area da almeno 200 chili di rifiuti,  un fenomeno vergognoso comune a molti corsi d’acqua della Sicilia, qualcuno dovrebbe occuparsene”.

La conca delle cascate (foto Filippo Barbaria)

Il botanico palermitano Orazio Caldarella, che da sempre frequenta e studia la flora di questa zona, ci racconta che a inizio novembre del 2018, il torrente Milicia in questo punto, incontrando una strettoia a monte, si è sollevato di 5,6 metri, per poi esplodere al salto della cascata, spazzando via tutto, olmi, salici, fichi selvatici, tamerici e tutta la flora tipica ripariale. Si sono salvati però i pioppi neri, che hanno resistito alla furia dei detriti. “Adesso, sarebbe auspicabile, dopo aver ripulito completamente e bonificato la strada di accesso, – aggiunge Caldarella – lasciare che la natura, con i suoi tempi, compia da sola la rinaturalizzazione di questo sistema fluviale. Ogni intervento improvvisato di piantumazione, sentieristica e altre iniziative per incentivare la fruizione del sito in modo incontrollato, non coordinato da università, o esperti forestali e naturalisti, che dovrebbero seguire un attenta pianificazione, andrebbe evitata. Meglio lasciar fare alla natura, che mentre noi discutiamo, è già ripartita”.

(La foto grande in alto è di Filippo Barbaria)

Prende corpo il sogno dell’area marina protetta allo Zingaro

Boe intelligenti, immersioni didattiche, e un bollino che certifica la provenienza sicura del pesce. Ecco come potrà cambiare il volto della prima riserva siciliana

di Redazione

Un’unica oasi tutelata, sia in terra che in mare, per valorizzare uno dei paradisi naturali della Sicilia. Prende corpo il sogno di realizzare l’area marina protetta sotto la costa dello Zingaro, tra San Vito Lo Capo e Castellammare del Golfo, che andrebbe integrarsi a quella terrestre, prima riserva naturale istituita in Sicilia.

La riserva naturale dello Zingaro

È il progetto “Amp Zingaro-Scopello”, lanciato con una campagna di crowdfunding dal centro studi Isvam di Palermo, associazione impegnata nella ricerca e sviluppo dell’agricoltura mediterranea sostenibile. Il progetto, nato con l’obiettivo di preservare la qualità delle acque e la biodiversità marina, vanta però allo stesso tempo la concreta possibilità di mettere assieme tutela ambientale e sviluppo di una “economia blu”: sostenibile e circolare.

L’ingresso della riserva

Il progetto di questa nuova area marina protetta – si legge in una nota – punta ad andare oltre, istituendo sia la tutela ambientale, che la fruizione da parte di turisti attenti all’ambiente e operatori economici della zona attraverso uno stazionamento per natanti, la certificazione di pesca sostenibile, immersioni didattiche, campi di volontariato, una premialità economica per i pescatori che si occuperanno di conferire la plastica rimasta incagliata nelle reti e l’istituzione di una caletta della riserva destinata alla pratica del naturismo. Ma questi saranno solo alcuni degli obiettivi del progetto.

Massimo Mirabella

“Una semplice suddivisione in zone A, B, C, con le relative limitazioni imposte dalla legge, a nostro avviso, non apporterebbe niente di nuovo e non aumenterebbe, di fatto, la protezione delle acque poiché queste, già oggi, sono oggetto di particolare attenzione da parte di residenti della zona, di turisti e diportisti – spiega Massimo Mirabella, presidente dell’associazione Isvam – . È corretto e onesto notare, inoltre, che non vi è in questa area alcun elemento di biodiversità caratterizzato da un rischio di estinzione, ma si deve ragionare in termini di volontà globale di preservare quanto già esiste”.

Il centro visitatori

“Mancando quindi la necessità di salvaguardare uno o più elementi specifici della biodiversità marina – prosegue Mirabella – non sussiste il bisogno di limitare ma, al contrario, di regolarne in maniera innovativa la fruizione senza porre vincoli inutilmente stringenti. Ben vengano quindi campi di ormeggio con boe intelligenti, che permetteranno lo stazionamento dei natanti senza compromettere la Posidonia o il transito e stazionamento di barche a vela”.

La spiaggia di Cala Marinella

Stando al progetto che verrà presentato a giorni all’assessore regionale al Territorio e Ambiente, Toto Cordaro, è previsto, fra le tante altre cose, un ruolo attivo dei piccoli pescatori costieri, veri guardiani della risorsa mare e di tanti volontari che si occuperanno di raccogliere le pericolosissime plastiche abbandonate, ma anche di informare con materiali bilingua turisti e diportisti sulle corrette pratiche di fruizione dell’area.  Con l’arrivo dell’estate, l’idea è, inoltre, di lanciare il bollino “Pescato dello Zingaro”, che permetterà agli acquirenti di acquistare il prodotto pescato in quel tratto di mare, con sistemi tradizionali e non invasivi, e allo stesso tempo consentirà ai pescatori di guadagnare qualche euro in più come riconoscimento per il lavoro di raccolta della plastica, incagliata nelle reti.

Piano Battaglia diventerà un museo d’arte a cielo aperto

Siglata un’intesa tra il Parco delle Madonie e l’associazione Pro Piano Battaglia e Madonie per realizzare opere di land art nel cuore dell’area protetta

di Redazione

Un percorso tematico dedicato al rapporto tra arte e natura. Nascerà sulle Madonie e sarà il frutto di un protocollo d’intesa tra l’ente Parco delle Madonie, presieduto da Angelo Merlino, e l’associazione Pro Piano Battaglia e Madonie, di cui presidente Lidia D’Angelo. “Piano Battaglia Land Art: la natura si fa arte” prevede la realizzazione di installazioni site specific, sculture, opere d’arte nate rigorosamente da materiali naturali del territorio, create da artisti invitati dall’organizzazione o dai vincitori del bando che sarà pubblicato annualmente.

Lidia D’Angelo e Angelo Merlino

Il progetto nasce in sinergia con l’associazione Settimana delle Culture, e la direzione artistica è stata affidata all’artista monrealese Giuseppe La Bruna, direttore dell’Accademia di Belle Arti di Venezia fino al 2020. L’iniziativa metterà in relazione creatività e natura al di fuori dei musei, ispirandosi ai numerosi esempi di land art già presenti nei parchi montani di molte regioni italiane. La land art, corrente artistica nata in America alla fine degli anni ‘60, si basa sulla natura che diventa allo stesso tempo strumento, spazio espositivo e opera, che “usa” la natura – pietre, tronchi, alberi, muschio, terra  –  per generare nuove forme e quindi nuovi significati.

Piano Battaglia

Il centro del progetto, il contesto che accoglierà le opere e il focus della riflessione da parte degli artisti coinvolti sarà l’intero territorio di Piano Battaglia, in cui si svilupperanno gli eventi espositivi e performativi, le residenze d’artista e gli incontri con le scolaresche. L’idea di base è quella di innescare un processo di riflessione, operatività, collaborazione tra uomo e natura alla riscoperta del paesaggio e dei legami con la storia e le tradizioni. Un’opportunità per le Madonie, spinte ad un’ulteriore crescita socioculturale ed economica delle realtà locali, con il coinvolgimento delle comunità del comprensorio in sinergia con gli attori che realizzeranno le opere.

Non solo i tulipani di Blufi: tanti fiori selvatici da proteggere

Con la primavera le fioriture spontanee tornano a colorare il paesaggio siciliano, dalle Madonie ai Sicani. Ma molte sono specie rare, come l’orchidea di Branciforti

di Maria Laura Crescimanno

I tulipani di Blufi, che crescono a migliaia in primavera sulle colline madonite, come ogni anno, stanno invadendo con la loro bellezza le pagine dei social e quelle dei giornali online. Sono molte le associazioni di trekking che stanno programmando passeggiate nelle campagne attorno al santuario della Madonna dell’Olio di Blufi, come escursione botanica fuori porta da non perdere, quando si allenteranno le restrizioni per la pandemia.  Ma non sono forse troppi i riflettori accesi – come mettono in guardia alcuni – su questa meraviglia naturale? Intanto a proteggerli dal vandalismo, cui di fatto sono sempre stati esposti, adesso intervengono anche gli abitanti del paesino madonita, che dei tulipani rossi hanno fatto il loro brand: a turno da volontari vigilano di giorno affinché nessuno li raccolga, sradicandoli e danneggiandoli irreparabilmente.

I tulipani di Blufi (foto Giulio Giallombardo)

Le fioriture endemiche spontanee nelle aree montane protette del Parco delle Madonie, area geografica al confluire di tre grandi continenti, sono di straordinario pregio, ben note ai botanici siciliani ed europei. A livello regionale gli endemismi botanici, dai fiori agli arbusti, costituiscono circa il 20 per cento della flora siciliana. I tulipani spontanei, specie a fioritura precoce che viene dalla Persia (Tulipa raddii, dal nome del botanico fiorentino che li descrisse), a decine di migliaia fioriscono da marzo a maggio, formando spettacolari macchie rosse, ma – ricordano gli esperti – crescono radi anche tra i campi delle Petralie, e nelle aree delle Serre di Ciminna, sui monti Sicani.

Orchidea Branciforti (foto Michele Iannizzotto, Wikipedia)

Come spiega il botanico e direttore dell’Orto Botanico di Palermo, Rosario Schicchi, che dalla sua pagina facebook ogni martedì invita ad un breve viaggio naturalistico, occorre avere rispetto per questa piccola Olanda di Sicilia. Inutile, infatti, come invece molti fanno, raccoglierli perché in poche ore seccano e muoiono, perdendo tutta la loro bellezza.

Orchidea piramidale (foto Michele Iannizzotto, Wikipedia)

“Adesso, a maggio, sarà il turno delle orchidee – continua Schicchi – un altro spettacolo naturale di rara fragilità e bellezza. Non raccogliete i piccoli fiori viola, lilla o turchesi che crescono spontanei nei fossi e lungo i sentieri boschivi, potrebbe trattarsi di specie molto rare, al contrario, da fotografare, segnalare e proteggere”. Come quelle appartenenti alla famiglia delle Ophrys, che diventano di anno in anno sempre più rare, oppure come la Orchis Branciforti, che trova casa sulle montagne di Sicilia, in particolare nell’area della Quacella, sulle Madonie, e in Sardegna. Una preziosa orchidea dedicata a Ercole Branciforti, principe di Butera, protettore del botanico siciliano Antonino Bivona Bernardi che descrisse questa specie nel 1813.

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