Sullo Stretto a caccia di “feluche”

Fra pochi giorni, completati alcuni lavori sulla mia Horus, lascerò Marina di Ragusa e tornerò nello Ionio. Mi fermerò un paio di giorni a Siracusa, ospite della Lega navale e ne approfitterò per consentire ai miei meravigliosi medici di fare il punto sulla mia salute. Poi risalirò verso Nord, mi riposerò all’ancora sotto Taormina e poi farò rotta su Messina. Navigare nelle acque di “Sua Maestà lo Stretto” non è come fare una passeggiata in gondola, come potete vedere in questo video girato con raffiche a 40 nodi.

Fra pochi giorni, completati alcuni lavori sulla mia Horus, lascerò Marina di Ragusa e tornerò nello Ionio. Mi fermerò un paio di giorni a Siracusa, ospite della Lega navale e ne approfitterò per consentire ai miei meravigliosi medici di fare il punto sulla mia salute. Poi risalirò verso Nord, mi riposerò all’ancora sotto Taormina e poi farò rotta su Messina. Navigare nelle acque di “Sua Maestà lo Stretto” non è come fare una passeggiata in gondola, come potete vedere in questo video girato con raffiche a 40 nodi.

Se date uno sguardo alla carta geografica, capirete perché bisogna tenere occhi aperti, nervi saldi e avere un minimo di esperienza. In questo imbuto storto si mescolano due mari, lo Ionio e il Tirreno, che hanno temperature e salinità diverse. Questi due mari, secondo gli orari e delle stagioni, si scontrano a volte in superficie, altre a una profondità di venti/trenta metri. La situazione potrebbe migliorare o peggiorare secondo le condizioni climatiche. In ogni caso questo matrimonio tra dissimili finisce sempre col provocare un casino. Proprio come succede a terra quando a unirsi sono persone incompatibili.

Questo casino ha nomi ben definiti. Ci sono le scale di mare, i garofali, i bastardi, le macchie d’olio. Io, uscendo da Reggio un paio di anni fa, mi sono soffermato, e divertito, proprio con i garofali, i gorghi. Il gorgo più grosso è chiamato “Cariddi”, a sud di Capo Peloro. Un grosso garofalo formato invece dalla corrente scendente si trova tra Punta San Raineri e l’ingresso del porto di Messina. Mi sono divertito a mettere la prua nella parte esterna del garofalo, quella a favore della mia rotta. In quel momento la barca accelerava, come se fosse “sparata” in avanti dalla rotazione delle acque. I pericoli non sono costituiti solo dalle forze della natura. Qui ci sono anche i traghetti che giorno e notte fanno la spola tra Messina e Reggio e tra Messina e Villa San Giovanni. I comandanti vanno avanti e indietro e non danno precedenza a nessuno. E per una volta hanno ragione: nello Stretto è in vigore un Codice della Navigazione molto particolare. Sono loro, i traghetti, ad avere “diritto di rotta”. Poi ci sono i cargo e le navi da crociera che vanno su e giù dal Tirreno allo Ionio e dallo Ionio al Tirreno. Infine, c’è la variabile impazzita che sono le feluche. Si tratta di barconi di venti e più metri con un bompresso enorme. Immaginate una barca che a prua ha un “naso” lungo una quarantina di metri, sulla punta del quale sta un omino con una fiocina. Il “naso” della feluca così lungo serve per potersi avvicinare quanto più è possibile al pesce senza che questo se ne accorga. Quando dall’albero della barca avvistano un pesce spada, comincia la caccia: da lassù urlano ordini a quello con la fiocina e la barca si mette all’inseguimento.

Quella del pesce spada, nello Stretto, è una pesca che risale ad almeno duemila anni. È un sistema che resiste solo perché dei cocciuti pescatori, figli di altrettanti cocciuti pescatori e via risalendo le generazioni, non se la sentono o non vogliono fare diversamente. Il risultato è che di queste imbarcazioni, tra Sicilia e Calabria, ce ne sono al massimo una decina. Ad “ammazzare” questa tecnica è anche il progressivo riscaldamento dell’acqua del mare: quando la temperatura supera i venticinque gradi, difficilmente questi pesci salgono in superficie e allora i felucari tornano a casa sconfitti. Ancora oggi, nonostante l’avvento della tecnologia, qui nello Stretto è la tradizione a comandare. Nessuno lo vorrà mai confermare, ma sembra che ancora oggi si faccia ricorso alla runzata: prima di caricare le reti sulle barche, si ordina ad alcuni bambini di farvi la pipì sopra. Pare che con questo “accessorio” la pesca sia più ricca. Un altro rito è di tracciare con un coltellino una croce sulla guancia destra del pesce spada catturato. Importante è che a incidere la croce non sia il fiocinatore ma il comandante della barca. Tutti lo fanno ma nessuno sa spiegare il perché. Qualcuno sostiene che sia un riconoscimento al valore di combattente della preda. In ogni caso, se risalendo o scendendo per le acque dello Stretto vedete una feluca, non statevi a chiedere chi abbia la precedenza: statene alla larga. Eviterete di trovarvi nella spiacevole situazione di stare tra il fiocinatore e il pesce spada.

Da sei anni si è liberato di appartamenti, mobili, armadi e vive sulla sua barca, assaporando ogni giorno la libertà. Ecco la Sicilia vista dal mare secondo Giovanni Chiappisi. Porti, paesaggi, personaggi, incontri

Fra pochi giorni, completati alcuni lavori sulla mia Horus, lascerò Marina di Ragusa e tornerò nello Ionio. Mi fermerò un paio di giorni a Siracusa, ospite della Lega navale e ne approfitterò per consentire ai miei meravigliosi medici di fare il punto sulla mia salute. Poi risalirò verso Nord, mi riposerò all’ancora sotto Taormina e poi farò rotta su Messina. Navigare nelle acque di “Sua Maestà lo Stretto” non è come fare una passeggiata in gondola, come potete vedere in questo video girato con raffiche a 40 nodi. Se date uno sguardo alla carta geografica, capirete perché bisogna tenere occhi aperti, nervi saldi e avere un minimo di esperienza. In questo imbuto storto si mescolano due mari, lo Ionio e il Tirreno, che hanno temperature e salinità diverse. Questi due mari, secondo gli orari e delle stagioni, si scontrano a volte in superficie, altre a una profondità di venti/trenta metri. La situazione potrebbe migliorare o peggiorare secondo le condizioni climatiche. In ogni caso questo matrimonio tra dissimili finisce sempre col provocare un casino. Proprio come succede a terra quando a unirsi sono persone incompatibili.

Questo casino ha nomi ben definiti. Ci sono le scale di mare, i garofali, i bastardi, le macchie d’olio. Io, uscendo da Reggio un paio di anni fa, mi sono soffermato, e divertito, proprio con i garofali, i gorghi. Il gorgo più grosso è chiamato “Cariddi”, a sud di Capo Peloro. Un grosso garofalo formato invece dalla corrente scendente si trova tra Punta San Raineri e l’ingresso del porto di Messina. Mi sono divertito a mettere la prua nella parte esterna del garofalo, quella a favore della mia rotta. In quel momento la barca accelerava, come se fosse “sparata” in avanti dalla rotazione delle acque.

I pericoli non sono costituiti solo dalle forze della natura. Qui ci sono anche i traghetti che giorno e notte fanno la spola tra Messina e Reggio e tra Messina e Villa San Giovanni. I comandanti vanno avanti e indietro e non danno precedenza a nessuno. E per una volta hanno ragione: nello Stretto è in vigore un Codice della Navigazione molto particolare. Sono loro, i traghetti, ad avere “diritto di rotta”. Poi ci sono i cargo e le navi da crociera che vanno su e giù dal Tirreno allo Ionio e dallo Ionio al Tirreno. Infine, c’è la variabile impazzita che sono le feluche. Si tratta di barconi di venti e più metri con un bompresso enorme. Immaginate una barca che a prua ha un “naso” lungo una quarantina di metri, sulla punta del quale sta un omino con una fiocina. Il “naso” della feluca così lungo serve per potersi avvicinare quanto più è possibile al pesce senza che questo se ne accorga. Quando dall’albero della barca avvistano un pesce spada, comincia la caccia: da lassù urlano ordini a quello con la fiocina e la barca si mette all’inseguimento.

Quella del pesce spada, nello Stretto, è una pesca che risale ad almeno duemila anni. È un sistema che resiste solo perché dei cocciuti pescatori, figli di altrettanti cocciuti pescatori e via risalendo le generazioni, non se la sentono o non vogliono fare diversamente. Il risultato è che di queste imbarcazioni, tra Sicilia e Calabria, ce ne sono al massimo una decina. Ad “ammazzare” questa tecnica è anche il progressivo riscaldamento dell’acqua del mare: quando la temperatura supera i venticinque gradi, difficilmente questi pesci salgono in superficie e allora i felucari tornano a casa sconfitti. Ancora oggi, nonostante l’avvento della tecnologia, qui nello Stretto è la tradizione a comandare. Nessuno lo vorrà mai confermare, ma sembra che ancora oggi si faccia ricorso alla runzata: prima di caricare le reti sulle barche, si ordina ad alcuni bambini di farvi la pipì sopra. Pare che con questo “accessorio” la pesca sia più ricca. Un altro rito è di tracciare con un coltellino una croce sulla guancia destra del pesce spada catturato. Importante è che a incidere la croce non sia il fiocinatore ma il comandante della barca. Tutti lo fanno ma nessuno sa spiegare il perché. Qualcuno sostiene che sia un riconoscimento al valore di combattente della preda. In ogni caso, se risalendo o scendendo per le acque dello Stretto vedete una feluca, non statevi a chiedere chi abbia la precedenza: statene alla larga. Eviterete di trovarvi nella spiacevole situazione di stare tra il fiocinatore e il pesce spada.

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