Dolci segreti, quelle ricette sussurrate all’orecchio

Dal chiuso dei conventi di Erice, alle pasticcerie di Ragusa e Piana Degli Albanesi, la Sicilia è una miniera di delizie che solo in pochi sanno come cucinare

di Marcella Croce

Con i suoi cinque conventi di clausura, Erice era uno dei centri principali di produzione dolciaria. I conventi ericini sono oggi tutti vuoti, ma le vetrine delle pasticcerie di Maria Grammatico sono ancora piene dei loro famosi dolci. Maria li confeziona personalmente, secondo le antiche ricette apprese nell’orfanotrofio di terziarie francescane di San Carlo, dove ha passato quindici anni della sua gioventù dopo la morte del padre negli anni ‘50.

Il convento di San Carlo è stato da tempo trasformato nella sala mostre “La Salerniana”, ma sopravvive l’arte che Maria Grammatico apprese fra quelle mura austere. È una felice eccezione: molte ricette di deliziosi dolci sono state seppellite con le monache che le conoscevano. “Le crespelle di San Giuseppe sono conosciute in tutta la Sicilia sudorientale perché una suora benedettina catanese si ‘spogliò’ e ne ha diffuso la ricetta”, racconta Enzo Di Pasquale, titolare dell’omonima pasticceria di Ragusa. “Ci sono ancora 8 o 9 monache nel convento e sono tutte oltre gli ottanta. Per anni ho pregato la madre superiora di darci le loro ricette, ma non c’è stato nulla da fare”.

Un amore per i segreti che non è limitato ai soli ambienti conventuali: “Un pasticcere che lavorava nel mio laboratorio conosceva una ricetta che gli era stata trasmessa da suo padre, anch’egli pasticcere”, continua Di Pasquale. “Mi aveva detto che un giorno avrebbe fatto quei dolci, ma di notte, e solo se non ci fosse stato nessuno presente, ma poi è morto e la ricetta non la conosce nessuno, neanche i suoi figli”.

Una signora di Piana degli Albanesi che confeziona ogni anno dei meravigliosi quanto misteriosi dolci natalizi, ha confessato che la ricetta se la trasmettono solo di madre in figlia, e se la dicono all’orecchio. Verrà purtroppo inevitabilmente il momento in cui a una figlia non importerà più di ascoltare da una madre quel segreto.

Dal chiuso dei conventi di Erice, alle pasticcerie di Ragusa e Piana Degli Albanesi, la Sicilia è una miniera di delizie che solo in pochi sanno come cucinare

di Marcella Croce

Con i suoi cinque conventi di clausura, Erice era uno dei centri principali di produzione dolciaria. I conventi ericini sono oggi tutti vuoti, ma le vetrine delle pasticcerie di Maria Grammatico sono ancora piene dei loro famosi dolci. Maria li confeziona personalmente, secondo le antiche ricette apprese nell’orfanotrofio di terziarie francescane di San Carlo, dove ha passato quindici anni della sua gioventù dopo la morte del padre negli anni ‘50.

Il convento di San Carlo è stato da tempo trasformato nella sala mostre “La Salerniana”, ma sopravvive l’arte che Maria Grammatico apprese fra quelle mura austere. È una felice eccezione: molte ricette di deliziosi dolci sono state seppellite con le monache che le conoscevano. “Le crespelle di San Giuseppe sono conosciute in tutta la Sicilia sudorientale perché una suora benedettina catanese si ‘spogliò’ e ne ha diffuso la ricetta”, racconta Enzo Di Pasquale, titolare dell’omonima pasticceria di Ragusa. “Ci sono ancora 8 o 9 monache nel convento e sono tutte oltre gli ottanta. Per anni ho pregato la madre superiora di darci le loro ricette, ma non c’è stato nulla da fare”.

Un amore per i segreti che non è limitato ai soli ambienti conventuali: “Un pasticcere che lavorava nel mio laboratorio conosceva una ricetta che gli era stata trasmessa da suo padre, anch’egli pasticcere”, continua Di Pasquale. “Mi aveva detto che un giorno avrebbe fatto quei dolci, ma di notte, e solo se non ci fosse stato nessuno presente, ma poi è morto e la ricetta non la conosce nessuno, neanche i suoi figli”.

Una signora di Piana degli Albanesi che confeziona ogni anno dei meravigliosi quanto misteriosi dolci natalizi, ha confessato che la ricetta se la trasmettono solo di madre in figlia, e se la dicono all’orecchio. Verrà purtroppo inevitabilmente il momento in cui a una figlia non importerà più di ascoltare da una madre quel segreto.

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