Scoprire Palermo attraverso i Qanat

Il pubblico de Le Vie dei Tesori può tornare a esplorare un sito molto amato e davvero particolare per la sua finezza ingegneristica. Abbiamo chiesto alla responsabile del Cai di raccontarne il senso

di Antonella Lombardi

La prima reazione è di stupore: per un siciliano, l’acqua è, da generazioni, ricchezza e risorsa rara allo stesso tempo, che non ci si aspetta di trovare in abbondanza dopo essersi calati per una scala a pioli. Indosso si ha il casco di ordinanza e intorno quel tipico gorgoglio che allontana i rumori della strada a cui siamo ormai assuefatti. E poi il buio, e quel senso di quiete sconosciuto ai più, complici le luci artificiali che scandiscono tutte le ore del nostro quotidiano. I Qanat sono una sorpresa continua e non a caso sono uno dei siti più amati dal pubblico de Le Vie dei Tesori. Appena riaperti, potranno essere visitati nei tre giorni a disposizione: sabato 17 e sabato 24 novembre dalle 9 alle 17 (4 turni da 20 persone ciascuno) e domenica 25 dalle ore 9 alle 14.

Ma per scoprire meglio uno dei più affascinanti lasciti del mondo arabo, ci siamo fatti raccontare il senso di questo luogo da Silvia Sammataro, referente del gruppo speleologico Cai per la sezione di Palermo, che da anni incontra cittadini e curiosi tra le “radici” del nostro sottosuolo. “Come ogni ipogeo artificiale che insiste all’interno di una città questo sito ha le sue peculiarità e fragilità – spiega – ma grazie a una convenzione con l’Amap possiamo raccontarlo a chi non lo hai mai visto e non può immaginarne la preziosità. Un bene conosciuto è sempre un bene salvaguardato”. 

Nella Conca d’Oro l’acqua delle sorgenti veniva convogliata attraverso gallerie e cunicoli in grado di sfruttare una pendenza minima: i pozzi, nel centro urbano, potevano così pescare a una profondità notevolmente inferiore rispetto a quella in cui si trovava il livello della falda, con poco dispendio di energia. “In giro si vedono ancora i catusi, dei cilindri di terracotta che fino ai primi del ‘900 portavano l’acqua nelle case – spiega Silvia Sammataro – ma i Qanat di Palermo sono davvero unici, ad esempio per l’orografia del territorio che mostra da una parte le sorgenti e dall’altra il loro utilizzo, e poi per delle accortezze utilizzate nella loro costruzione, come il rivestimento delle pareti in alcuni tratti. Una finezza predisposta per ottenere due risultati: preservare la purezza dell’acqua, che così non si sporcava nel momento in cui il flusso attraversava dei banchi friabili, e dare consistenza allo scavo prevenendo gli smottamenti”.

Non ci sono esempi altrettanto estesi in altre zone della Sicilia, un tratto che rende questo opera di alta ingegneria araba un unicum in città. A esserne stregati sono soprattutto i bambini, 9-10 anni l’età consigliata per la visita, accompagnati ovviamente dai genitori. “Ma tutti, da grandi a piccini sono affascinati dai Qanat – racconta l’esperta – ci si avvicina a questo sito con molta fantasia e circospezione allo stesso tempo. Gli ipogei sono noti spesso attraverso film, ma una volta dentro ci si lascia trasportare dalle emozioni e dalla penombra, sperimentando lo spazio confinato rispetto all’esterno, il rumore delle sorgenti e, allo stesso tempo, il silenzio che convive in questi anfratti. Quando poi spegniamo ogni luce per fare la ‘prova del buio’ si rimane spesso spiazzati, e dopo l’iniziale smarrimento sono tutti entusiasti per questa esperienza, non siamo più abituati all’assenza di luce, al silenzio, ma proprio cosi si scopre un bene prezioso per tutti”.

Un bene che ora lo staff del Cai è pronto a fare esplorare a tutti: per partecipare basterà seguire questo link, scegliere orario e giorno, prenotare, e poi presentarsi una mezz’ora prima a fondo Micciulla, zona Corso Calatafimi alta. Sono consigliati abbigliamento comodo e un cambio di abiti perché ci si potrebbe bagnare.

Il pubblico de Le Vie dei Tesori può tornare a esplorare un sito molto amato e davvero particolare per la sua finezza ingegneristica. Abbiamo chiesto alla responsabile del Cai di raccontarne il senso

di Antonella Lombardi

La prima reazione è di stupore: per un siciliano, l’acqua è, da generazioni, ricchezza e risorsa rara allo stesso tempo, che non ci si aspetta di trovare in abbondanza dopo essersi calati per una scala a pioli. Indosso si ha il casco di ordinanza e intorno quel tipico gorgoglio che allontana i rumori della strada a cui siamo ormai assuefatti. E poi il buio, e quel senso di quiete sconosciuto ai più, complici le luci artificiali che scandiscono tutte le ore del nostro quotidiano. I Qanat sono una sorpresa continua e non a caso sono uno dei siti più amati dal pubblico de Le Vie dei Tesori. Appena riaperti, potranno essere visitati nei tre giorni a disposizione: sabato 17 e sabato 24 novembre dalle 9 alle 17 (4 turni da 20 persone ciascuno) e domenica 25 dalle ore 9 alle 14.

Ma per scoprire meglio uno dei più affascinanti lasciti del mondo arabo, ci siamo fatti raccontare il senso di questo luogo da Silvia Sammataro, referente del gruppo speleologico Cai per la sezione di Palermo, che da anni incontra cittadini e curiosi tra le “radici” del nostro sottosuolo. “Come ogni ipogeo artificiale che insiste all’interno di una città questo sito ha le sue peculiarità e fragilità – spiega – ma grazie a una convenzione con l’Amap possiamo raccontarlo a chi non lo hai mai visto e non può immaginarne la preziosità. Un bene conosciuto è sempre un bene salvaguardato”. 

Nella Conca d’Oro l’acqua delle sorgenti veniva convogliata attraverso gallerie e cunicoli in grado di sfruttare una pendenza minima: i pozzi, nel centro urbano, potevano così pescare a una profondità notevolmente inferiore rispetto a quella in cui si trovava il livello della falda, con poco dispendio di energia. “In giro si vedono ancora i catusi, dei cilindri di terracotta che fino ai primi del ‘900 portavano l’acqua nelle case – spiega Silvia Sammataro – ma i Qanat di Palermo sono davvero unici, ad esempio per l’orografia del territorio che mostra da una parte le sorgenti e dall’altra il loro utilizzo, e poi per delle accortezze utilizzate nella loro costruzione, come il rivestimento delle pareti in alcuni tratti. Una finezza predisposta per ottenere due risultati: preservare la purezza dell’acqua, che così non si sporcava nel momento in cui il flusso attraversava dei banchi friabili, e dare consistenza allo scavo prevenendo gli smottamenti”.

Non ci sono esempi altrettanto estesi in altre zone della Sicilia, un tratto che rende questo opera di alta ingegneria araba un unicum in città. A esserne stregati sono soprattutto i bambini, 9-10 anni l’età consigliata per la visita, accompagnati ovviamente dai genitori. “Ma tutti, da grandi a piccini sono affascinati dai Qanat – racconta l’esperta – ci si avvicina a questo sito con molta fantasia e circospezione allo stesso tempo. Gli ipogei sono noti spesso attraverso film, ma una volta dentro ci si lascia trasportare dalle emozioni e dalla penombra, sperimentando lo spazio confinato rispetto all’esterno, il rumore delle sorgenti e, allo stesso tempo, il silenzio che convive in questi anfratti. Quando poi spegniamo ogni luce per fare la ‘prova del buio’ si rimane spesso spiazzati, e dopo l’iniziale smarrimento sono tutti entusiasti per questa esperienza, non siamo più abituati all’assenza di luce, al silenzio, ma proprio cosi si scopre un bene prezioso per tutti”.

Un bene che ora lo staff del Cai è pronto a fare esplorare a tutti: per partecipare basterà seguire questo link, scegliere orario e giorno, prenotare, e poi presentarsi una mezz’ora prima a fondo Micciulla, zona Corso Calatafimi alta. Sono consigliati abbigliamento comodo e un cambio di abiti perché ci si potrebbe bagnare.

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