Santa Venerina, cuore antico del Bosco di Aci

Borgo agricolo alle pendici dell’Etna, ricco di vigneti e distillerie, era al centro della storica distesa verde adesso quasi del tutto perduta

di Livio Grasso

Piccolo borgo sulle pendici dell’Etna, Santa Venerina è un tassello importante per conoscere parte della storia del leggendario Bosco di Aci, noto pure come “Lucus Jovis”, ovvero bosco sacro a Giove. Il territorio presenta delle zone collinari che si sono formate nel corso dei secoli per via delle eruzioni laviche, determinando lo sviluppo di molti dislivelli. Le fonti archeologiche, inoltre, riportano che quest’area vanta un retroscena storico di ampia portata.

Santa Venerina (foto Wikipedia)

Si tratta di una zona che in passato è stata popolata da siculi, greci, romani, bizantini, arabi e normanni. Ma l’evoluzione del paesino in senso moderno avvenne nel 18esimo secolo grazie alla frammentazione territoriale che ha interessato un piccolo tratto del Bosco di Aci, la contea di Mascali e la cittadina di Zafferana Etnea. Proprio a quel periodo risale la nascita del primo centro abitato e l’edificazione della piccola cappella dedicata a Santa Venera, patrona di Jaci. Verso la metà del secolo successivo, la contrada fu ampiamente sfruttata per la grande fertilità del suolo ottenendo dei grandi benefici commerciali. Infatti, nel giro di poco tempo furono raggiunti altissimi livelli di produzione attraverso la coltura di viti, agrumi e ulivi.

Scorcio di campagne attorno a Santa Venerina

Non a caso, Santa Venerina fu per parecchi anni un vero e proprio borgo agricolo dalle mille risorse. Secondo antiche testimonianze, già a partire dal 16esimo secolo, qui si produceva una gran varietà di vini ancora oggi molto diffusi e apprezzati. Tra i più famosi rientrano il nerello mascalese, il nerello ammantellato e il grecau. Ciascuna di queste specialità vinicole ha riscosso il massimo successo nei primi decenni del Novecento, registrando un elevato numero di vendite su larga scala.

Case del borgo

Altro punto forte della località sono le distillerie, sorte intorno al 1850 e tuttora adibite alla produzione di alcolici. A tal proposito godono di molta fama la grappa, i brandy e vari liquori agli agrumi. L’intensa produttività di questa borgata, dunque, è da sempre dipesa dallo sfruttamento agricolo dei terreni, motori trainanti  dell’economia locale. Tuttavia, ben presto la florida vegetazione del luogo subì una grave battuta d’arresto a causa degli insediamenti dell’uomo sempre più invasivi. Ciò ha generato la riduzione del paesaggio naturalistico a tutto vantaggio del nucleo urbano, che ospita monumenti di grande pregio.

Il museo del Palmento

I più importanti sono il Museo del Palmento, la Chiesa Madre di Santa Venera e quella del Sacro Cuore di Gesù. Quest’ultima, in particolare, possiede uno spiccato valore storico e artistico. Progettata nel 1875 per volere di Pio IX, fu il primo edificio di culto della Sicilia a essere dedicato al Sacro Cuore di Gesù. L’incarico edilizio venne affidato all’ingegnere Angelo Fichera Rapisarda e all’architetto Giuseppe Musmeci Zappalà. I documenti d’archivio, per di più, riferiscono che l’avvio dei lavori fu preceduto dalla benedizione del pontefice stesso. Si tramanda, inoltre, che, a seguito della carenza di fondi, il Papa abbia persino contribuito all’acquisto delle campane.

La Chiesa Madre di Santa Venera

La chiesa, ultimata del tutto nel 1904, è soprattutto nota per gli incantevoli affreschi del pittore Primo Panciroli. A lui si attribuiscono l’Ascensione di Gesù e le Quattro virtù teologali, rispettivamente realizzate nel 1907 e 1920. Famoso in tutta la Sicilia orientale, viene anche ricordato per aver lasciato la propria impronta artistica in altre parrocchie del versante etneo.

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