San Giovanni di Malta, la chiesa rifugio di Caravaggio

Ha una storia burrascosa come quella del pittore che ospitò nella sua fuga. È un luogo di resistenza, di miracoli e di rinascita, uno dei più affascinanti di Messina. Sarà aperta al pubblico durante il festival Le Vie dei Tesori, nei week-end dal 14 al 30 settembre

di Federica Certa

Ha cinquecento anni di storia, una tempra indomita e un destino di resilienza. Tanto da essere sopravvissuta a terremoti, bombardamenti, minacce e continue trasformazioni. Del resto sono iscritte nelle sue origini il travaglio, la lotta e la metamorfosi: il viaggio di San Placido, co-patrono di Messina che nel VI secolo dopo Cristo era arrivato in città su ordine di san Benedetto, per fondare qui il primo monastero dell’Ordine in Sicilia; la costruzione del cenobio, nei pressi della foce del fiume Boccetta. E poco dopo l’invasione di un’orda di pirati turchi, che avrebbero saccheggiato il sito e sottoposto i monaci ad un lungo martirio: Placido, legato ad un albero di ulivo, si era rifiutato di abiurare e per punizione gli era stata tagliata la lingua. Con lui i fratelli Eutichio, Vittorio, la piccola Flavia e altri trenta monaci avevano trovato la morte fra le fiamme.

E’ nata così, sulla scia di una devozione testarda e di un’antica reliquia – una porzione di lingua in un vasetto di vetro, di cui oggi però non resta traccia – la chiesa San Giovanni di Malta-San Placido e Compagni martiri, che rivive nelle visite guidate delle Vie dei tesori, nei week-end dal 14 al 30 settembre, a cura dell’associazione “Aura”.

Un luogo di resistenza, di miracoli e di rinascita, nonostante le persecuzioni religiose e i tanti agguati dei nemici. Della struttura cinquecentesca, opera dell’architetto Giacomo Del Duca, allievo prediletto di Michelangelo Buonarroti, oggi rimane solo l’altare maggiore, sovrastato dal dipinto della Madonna della lettera, realizzato nel 1745 come ex voto per la guarigione dalla peste. Colpa dei terremoti e dei progetti di ricostruzione, che nel 1908 avevano previsto di ridurre l’edificio ad una piccola porzione, corrispondente appunto all’abside, per far posto al nuovo Palazzo della Prefettura.

Ma, anche se “tagliata”, mutilata, rimpiccolita, San Giovanni di Malta continua ed essere un luogo di grande fascinazione. La parte più suggestiva è senz’altro il sacello sopraelevato, un vano ligneo ampio circa 16 metri quadri, che tra il 1616 e il 1624 il Senato messinese volle erigere per custodire le spoglie dei santi, ritrovate vent’anni prima nel sottosuolo.

“Nel 1588 – spiega Marco Grassi, vicepresidente dell’associazione ‘Aura’ e segretario della sezione cittadina degli ‘Amici del museo’ – in un sarcofago di marmo furono ritrovati gli scheletri di Placido e dei fratelli. In particolare, in corrispondenza di uno dei quattro crani, c’era un’ampolla di vetro contenente una porzione di lingua, attribuita al martire fondatore. Poi, negli anni successivi, furono individuati i resti dei trenta monaci trucidati. Con la costruzione del sacello senatoriale fu definita la collocazione delle spoglie, come la conosciamo oggi: le ossa conservate in una ventina di sarcofagi seicenteschi ricoperti da tessuti preziosi, le scatole craniche dei fratelli collocate in mezzibusti d’argento cesellati a tutto tondo dagli artigiani messinesi”.

È il 1608 e Caravaggio, in fuga da Malta – dove era stato imprigionato in un pozzo con l’accusa di omicidio – è a Messina. Il Gran Priore di San Giovanni, Antonio Martelli, gli dà un posto sicuro dove nascondersi e l’artista, per sdebitarsi, gli dedica un ritratto. Le burrascose vicende biografiche del pittore sono doppiamente legate alla chiesa e al culto di san Placido: non solo Caravaggio qui trovò rifugio, ma rievocò forse il rinvenimento delle reliquie nel maestoso dipinto La resurrezione di Lazzaro, conservato nel Museo regionale di Messina, come si evince dal recente studio della professoressa Donatella Spagnolo: “L’artista – dice Grassi – potrebbe aver assistito alla prodigiosa guarigione di un ragazzino, in concomitanza con i rinvenimenti sacri. E a questa potrebbe essersi ispirato nel suo dipinto”.

C’è tanto da vedere e da raccontare, in San Giovanni di Malta. Lungo lo scalone che conduce al reliquiario e nelle stanze al secondo piano sono custoditi dipinti, sculture e antichi paramenti sacri in seta, ricamati con fili d’oro. E’ il tesoro del Museo di san Placido, fra cui si trova anche l’originale bolla di papa Sisto V che sanciva il culto del benedettino, la statuetta in argento realizzata nel 1613 dal maestro messinese Artale Patti, e le due formelle superstiti, sempre in argento, che decoravano la cassa lignea utilizzata per portare le reliquie dei martiri in processione due volte l’anno, ad agosto e ottobre.

Il cortile anteriore, poi, è quasi un luogo “esoterico”: qui scorre ancora una robusta vena della sorgente benedetta che, come vuole la tradizione, nel XVI secolo aveva alleviato le pene di tanti fedeli, quando in massa erano arrivati in San Giovanni richiamati dal prodigio dell’acqua che sgorgava dalle spoglie dei santi. E accanto c’è l’ulivo del supplizio, o meglio un ulivo secolare che discende da quello del martirio. “La pianta originale si era quasi del tutto seccata in seguito al sisma del 1908 – ricorda Francesca Mangano, dell’associazione ‘Aura’ – ma, su richiesta di monsignor D’Arrigo, le radici erano state estirpate e trasferite nel convento del Sacro cuore di Gesù, dove le suore erano riuscite a salvare e ripiantare un ramo”. Innaffiato, cresciuto e divenuto un prolifico albero da frutto.

Da marzo 2015 ad agosto 2016 San Giovani di Malta è stata sede dello speciale Anno Giubilare concesso da Papa Francesco in onore dei 1500 anni dalla nascita di San Placido, anticipando così il Giubileo della misericordia.

Per partecipare alle visite guidate nella chiesa, nel museo e nel sacello basta scaricare i coupon a breve disponibili su leviedeitesori.it: un “pacchetto” di dieci incontri costa dieci euro. Sullo stesso sito verranno pubblicati il carnet dei luoghi del festival e i dettagli della manifestazione.

Ha una storia burrascosa come quella del pittore che ospitò nella sua fuga. È un luogo di resistenza, di miracoli e di rinascita, uno dei più affascinanti di Messina. Sarà aperta al pubblico durante il festival Le Vie dei Tesori, nei week-end dal 14 al 30 settembre

di Federica Certa

Ha cinquecento anni di storia, una tempra indomita e un destino di resilienza. Tanto da essere sopravvissuta a terremoti, bombardamenti, minacce e continue trasformazioni. Del resto sono iscritte nelle sue origini il travaglio, la lotta e la metamorfosi: il viaggio di San Placido, co-patrono di Messina che nel VI secolo dopo Cristo era arrivato in città su ordine di san Benedetto, per fondare qui il primo monastero dell’Ordine in Sicilia; la costruzione del cenobio, nei pressi della foce del fiume Boccetta. E poco dopo l’invasione di un’orda di pirati turchi, che avrebbero saccheggiato il sito e sottoposto i monaci ad un lungo martirio: Placido, legato ad un albero di ulivo, si era rifiutato di abiurare e per punizione gli era stata tagliata la lingua. Con lui i fratelli Eutichio, Vittorio, la piccola Flavia e altri trenta monaci avevano trovato la morte fra le fiamme.

E’ nata così, sulla scia di una devozione testarda e di un’antica reliquia – una porzione di lingua in un vasetto di vetro, di cui oggi però non resta traccia – la chiesa San Giovanni di Malta-San Placido e Compagni martiri, che rivive nelle visite guidate delle Vie dei tesori, nei week-end dal 14 al 30 settembre, a cura dell’associazione “Aura”.

Un luogo di resistenza, di miracoli e di rinascita, nonostante le persecuzioni religiose e i tanti agguati dei nemici. Della struttura cinquecentesca, opera dell’architetto Giacomo Del Duca, allievo prediletto di Michelangelo Buonarroti, oggi rimane solo l’altare maggiore, sovrastato dal dipinto della Madonna della lettera, realizzato nel 1745 come ex voto per la guarigione dalla peste. Colpa dei terremoti e dei progetti di ricostruzione, che nel 1908 avevano previsto di ridurre l’edificio ad una piccola porzione, corrispondente appunto all’abside, per far posto al nuovo Palazzo della Prefettura.

Ma, anche se “tagliata”, mutilata, rimpiccolita, San Giovanni di Malta continua ed essere un luogo di grande fascinazione. La parte più suggestiva è senz’altro il sacello sopraelevato, un vano ligneo ampio circa 16 metri quadri, che tra il 1616 e il 1624 il Senato messinese volle erigere per custodire le spoglie dei santi, ritrovate vent’anni prima nel sottosuolo.

“Nel 1588 – spiega Marco Grassi, vicepresidente dell’associazione ‘Aura’ e segretario della sezione cittadina degli ‘Amici del museo’ – in un sarcofago di marmo furono ritrovati gli scheletri di Placido e dei fratelli. In particolare, in corrispondenza di uno dei quattro crani, c’era un’ampolla di vetro contenente una porzione di lingua, attribuita al martire fondatore. Poi, negli anni successivi, furono individuati i resti dei trenta monaci trucidati. Con la costruzione del sacello senatoriale fu definita la collocazione delle spoglie, come la conosciamo oggi: le ossa conservate in una ventina di sarcofagi seicenteschi ricoperti da tessuti preziosi, le scatole craniche dei fratelli collocate in mezzibusti d’argento cesellati a tutto tondo dagli artigiani messinesi”.

È il 1608 e Caravaggio, in fuga da Malta – dove era stato imprigionato in un pozzo con l’accusa di omicidio – è a Messina. Il Gran Priore di San Giovanni, Antonio Martelli, gli dà un posto sicuro dove nascondersi e l’artista, per sdebitarsi, gli dedica un ritratto. Le burrascose vicende biografiche del pittore sono doppiamente legate alla chiesa e al culto di san Placido: non solo Caravaggio qui trovò rifugio, ma rievocò forse il rinvenimento delle reliquie nel maestoso dipinto La resurrezione di Lazzaro, conservato nel Museo regionale di Messina, come si evince dal recente studio della professoressa Donatella Spagnolo: “L’artista – dice Grassi – potrebbe aver assistito alla prodigiosa guarigione di un ragazzino, in concomitanza con i rinvenimenti sacri. E a questa potrebbe essersi ispirato nel suo dipinto”.

C’è tanto da vedere e da raccontare, in San Giovanni di Malta. Lungo lo scalone che conduce al reliquiario e nelle stanze al secondo piano sono custoditi dipinti, sculture e antichi paramenti sacri in seta, ricamati con fili d’oro. E’ il tesoro del Museo di san Placido, fra cui si trova anche l’originale bolla di papa Sisto V che sanciva il culto del benedettino, la statuetta in argento realizzata nel 1613 dal maestro messinese Artale Patti, e le due formelle superstiti, sempre in argento, che decoravano la cassa lignea utilizzata per portare le reliquie dei martiri in processione due volte l’anno, ad agosto e ottobre.

Il cortile anteriore, poi, è quasi un luogo “esoterico”: qui scorre ancora una robusta vena della sorgente benedetta che, come vuole la tradizione, nel XVI secolo aveva alleviato le pene di tanti fedeli, quando in massa erano arrivati in San Giovanni richiamati dal prodigio dell’acqua che sgorgava dalle spoglie dei santi. E accanto c’è l’ulivo del supplizio, o meglio un ulivo secolare che discende da quello del martirio. “La pianta originale si era quasi del tutto seccata in seguito al sisma del 1908 – ricorda Francesca Mangano, dell’associazione ‘Aura’ – ma, su richiesta di monsignor D’Arrigo, le radici erano state estirpate e trasferite nel convento del Sacro cuore di Gesù, dove le suore erano riuscite a salvare e ripiantare un ramo”. Innaffiato, cresciuto e divenuto un prolifico albero da frutto.

Da marzo 2015 ad agosto 2016 San Giovani di Malta è stata sede dello speciale Anno Giubilare concesso da Papa Francesco in onore dei 1500 anni dalla nascita di San Placido, anticipando così il Giubileo della misericordia.

Per partecipare alle visite guidate nella chiesa, nel museo e nel sacello basta scaricare i coupon a breve disponibili su leviedeitesori.it: un “pacchetto” di dieci incontri costa dieci euro. Sullo stesso sito verranno pubblicati il carnet dei luoghi del festival e i dettagli della manifestazione.

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1 Comment

  1. Cara Maria Antonia, ti riferisci ai “Paesi dei Tesori” di alcuni anni addietro, di cui curavamo anche gli spostamenti in pullman. Adesso non abbiamo previsto alcuno spostamento fra una città e l’altra, impegno assai complesso, se ci pensi, considerato che quest’anno coinvolgiamo dieci città siciliane.

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