Rosa Balistreri, il suo canto ora è un tesoro

L’artista originaria di Licata è stata iscritta nel registro delle “Eredità immateriali della Sicilia”, nel capitolo “Libro delle pratiche espressive e dei repertori orali”, destino singolare per una dal temperamento anarchico, ma anche un modo per non scordarla

Furono in molte a dirsene eredi. Tante, troppe. Ancora oggi, a quasi trent’anni dalla morte. Ma Rosa Balistreri è stata unica, inimitabile nonostante i “numerosi tentativi di imitazione”. Unica la sua voce, come l’acqua tutt’altro che dolce del Salso che sfocia lì dove nacque, a Licata, e che d’estate, poco più che in secca, quasi stride sulle pietre, una voce effetto carta vetrata, già roca di suo, arrochita ancora di più dalla nicotina. Unica la sua chitarra, le dita consumate sulle corde, su quelle sei lame sottili, dita dure, decise, come sospettasse, guardinga, che quello strumento che accompagnava il suo canto potesse conferire grazia in eccesso alla sua voce che invece voleva arrivasse forte, tumultuosa, tonante, lancinante.

Morì di settembre, a 63 anni. Nella Palermo che aveva amato e odiato ed è sepolta nella Firenze che aveva amato e odiato. Perché Rosa non ha avuto tregua. Ovunque. Mai. E forse per questo oggi è difficile ricordarla, renderle omaggio: perché è impossibile separare quella rabbia di musica da quella rabbia di vita.

Il ricordo è consegnato a tutta una serie di tributi (concerti, spettacoli teatrali, commemorazioni, dischi postumi sparsi qua e là) e, stabilmente, da un po’ di mesi, a uno “status” che, per quel che fu il suo temperamento anarchico, sembra quasi uno scherzo. Ma tant’è. Anzi, menomale che qualcuno se n’è ricordato. Rosa è iscritta infatti nel registro delle “Eredità immateriali della Sicilia”, capitolo “Libro delle pratiche espressive e dei repertori orali”. Figurarsi per una che quando la definivi cantante, ti guardava con un disincanto sornione e replicava “cantanti cu? iu?”.

Meglio così, comunque. Meglio se questo riconoscimento, questo attestato abbia fatto partire nella sua città natale un “concorso di idee” per la realizzazione di un murale che sia “ben visibile” nel centro storico e che ci si augura di imminente realizzazione. Ben venga il proposito di fissare in un’icona una esistenza difficile in realtà da fissare, compressa com’è stata tra dolore e rivolta, tra destino e scelta, tra rassegnazione e riscatto, tra umiliazioni e applausi. Il carcere, i delitti, le violenze, i suicidi, le botte. Ma anche il bello, suvvia: il barbaglio argenteo dell’Arno, Buttitta e Dario Fo, i riflettori di Milano, le Feste de l’Unità, il rosseggiare dei velluti dei teatri, gli studi di registrazione e i recital, perfino quei lontanissimi universi di “Canzonissima” e del Sanremo negato. Una “vita amara” ma con brevi squarci di serenità.

Tra due anni sarà il trentennale della morte e occorrerà pensarci in tempo ad un ricordo di qualità, non generico, non occasionale. Speriamo che per quell’occasione il murale sia già bell’e dipinto.

L’artista originaria di Licata è stata iscritta nel registro delle “Eredità immateriali della Sicilia”, nel capitolo “Libro delle pratiche espressive e dei repertori orali”, destino singolare per una dal temperamento anarchico, ma anche un modo per non scordarla

Furono in molte a dirsene eredi. Tante, troppe. Ancora oggi, a quasi trent’anni dalla morte. Ma Rosa Balistreri è stata unica, inimitabile nonostante i “numerosi tentativi di imitazione”. Unica la sua voce, come l’acqua tutt’altro che dolce del Salso che sfocia lì dove nacque, a Licata, e che d’estate, poco più che in secca, quasi stride sulle pietre, una voce effetto carta vetrata, già roca di suo, arrochita ancora di più dalla nicotina. Unica la sua chitarra, le dita consumate sulle corde, su quelle sei lame sottili, dita dure, decise, come sospettasse, guardinga, che quello strumento che accompagnava il suo canto potesse conferire grazia in eccesso alla sua voce che invece voleva arrivasse forte, tumultuosa, tonante, lancinante.

Morì di settembre, a 63 anni. Nella Palermo che aveva amato e odiato ed è sepolta nella Firenze che aveva amato e odiato. Perché Rosa non ha avuto tregua. Ovunque. Mai. E forse per questo oggi è difficile ricordarla, renderle omaggio: perché è impossibile separare quella rabbia di musica da quella rabbia di vita.

Il ricordo è consegnato a tutta una serie di tributi (concerti, spettacoli teatrali, commemorazioni, dischi postumi sparsi qua e là) e, stabilmente, da un po’ di mesi, a uno “status” che, per quel che fu il suo temperamento anarchico, sembra quasi uno scherzo. Ma tant’è. Anzi, menomale che qualcuno se n’è ricordato. Rosa è iscritta infatti nel registro delle “Eredità immateriali della Sicilia”, capitolo “Libro delle pratiche espressive e dei repertori orali”. Figurarsi per una che quando la definivi cantante, ti guardava con un disincanto sornione e replicava “cantanti cu? iu?”.

Meglio così, comunque. Meglio se questo riconoscimento, questo attestato abbia fatto partire nella sua città natale un “concorso di idee” per la realizzazione di un murale che sia “ben visibile” nel centro storico e che ci si augura di imminente realizzazione. Ben venga il proposito di fissare in un’icona una esistenza difficile in realtà da fissare, compressa com’è stata tra dolore e rivolta, tra destino e scelta, tra rassegnazione e riscatto, tra umiliazioni e applausi. Il carcere, i delitti, le violenze, i suicidi, le botte. Ma anche il bello, suvvia: il barbaglio argenteo dell’Arno, Buttitta e Dario Fo, i riflettori di Milano, le Feste de l’Unità, il rosseggiare dei velluti dei teatri, gli studi di registrazione e i recital, perfino quei lontanissimi universi di “Canzonissima” e del Sanremo negato. Una “vita amara” ma con brevi squarci di serenità.

Tra due anni sarà il trentennale della morte e occorrerà pensarci in tempo ad un ricordo di qualità, non generico, non occasionale. Speriamo che per quell’occasione il murale sia già bell’e dipinto.

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