Risplenderà il gioiello bizantino dei Peloritani

Sarà riqualificata l’area esterna e verrà allestito un museo dedicato all’abbazia dei Santissimi Pietro e Paolo d’Agrò di Casalvecchio Siculo

di Ruggero Altavilla

Un gioiello architettonico, sintesi di stile bizantino, arabo e normanno, nascosto tra i monti Peloritani. Si prepara a rinascere l’abbazia dei Santissimi Pietro e Paolo d’Agrò, a pochi passi da Casalvecchio Siculo. Il Comune del Messinese, infatti, godrà di un finanziamento da parte dell’assessorato regionale dei Beni culturali per la conservazione del borgo medievale con la chiesa normanna dei Santissimi Apostoli Pietro e Paolo, che comprende la riqualificazione del verde e dei beni architettonici e storici. Si tratta di risorse che ammontano a quasi 347mila euro – come si legge in un recente decreto del Dipartimento regionale dei Beni culturali – da finanziare con fondi del Programma operativo complementare 2014-2020.

La facciata della chiesa dei Santissimi Pietro e Paolo d’Agrò

Un intervento molto atteso dall’amministrazione comunale di Casalvecchio, che prevede la riqualificazione dell’area davanti alla chiesa, con la sistemazione dei muretti, nuovi elementi di arredo urbano, come panchine e fioriere, e un’adeguata illuminazione. L’intenzione, inoltre, è di creare un museo immersivo dedicato alla basilica, nell’antico monastero adiacente alla chiesa. Uno spazio museale al passo coi tempi, arricchito da bookshop e caffetteria.

Interni della chiesa

Il complesso ha origini antichissime e fu un centro notevole di vita spirituale, sociale ed economica. La chiesa originaria risaliva presumibilmente all’incirca al 560. Fu in seguito completamente distrutta dagli arabi e quindi ricostruita nel 1117. La chiesa molto probabilmente fu danneggiata nel 1169 a causa del fortissimo terremoto che quell’anno colpì la Sicilia orientale. Fu quindi ristrutturata e rinnovata nel 1172 dall’architetto Gherardo il Franco, come si può dedurre dall’iscrizione in greco antico posta sull’architrave della porta d’ingresso. Da quel restauro la chiesa non subì altre modifiche e si è conservata praticamente intatta.

Prospetto laterale

Dopo secoli di permanenza, alla fine del ‘700, i frati si trasferirono in un’altra sede a Messina, poiché l’aria era diventata insalubre e quasi irrespirabile a causa dell’acqua imputridita dell’Agrò proveniente dalle coltivazioni di lino lungo il fiume. Successivamente la chiesa di fatto praticamente abbandonata e per molti anni servì addirittura da deposito per attrezzature contadine. Una lento oblio che durò fino agli anni ‘60 del secolo scorso, interrotto solo dalle visite di studiosi dell’architettura medievale sia italiani che stranieri. A partire dagli anni Sessanta la chiesa fu ripulita, restaurata, riaperta al culto e alle visite. Adesso un passo ulteriore verso una più completa riqualificazione.

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1 Comment

  1. Ma gli scavi archeologici sulla sponda opposta del torrente, a Scifì , dove si presume fosse il primo insediamento del convento, non troveranno mai un finanziamento?

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