Restauro in vista per la misteriosa Lettera del diavolo

Il documento del 1676 che, secondo la leggenda, fu dettato dall’Anticristo a una monaca, è tornato negli archivi del Museo Diocesano di Agrigento

di Giulio Giallombardo

Un misterioso incrocio di alfabeti. Segni che ricordano il greco, latino, runico, cirillico, fusi in un’alchimia che continua a incuriosire studiosi e appassionati di storia e esoterismo. La “Lettera del diavolo”, che secondo la leggenda fu dettata nel 1676 dall’Anticristo in persona a una monaca agrigentina nel monastero delle Benedettine di Palma di Montechiaro, è un rompicapo che ha ancora molto da raccontare. Con l’inizio della pandemia, il documento esposto nella torre campanaria della Cattedrale di Agrigento (anche se c’è chi sostiene che si tratti di una copia dell’originale custodito nel monastero di Palma) è ritornato negli archivi della Diocesi.

Ritratto di suor Crocifissa (foto Wikipedia)

“La lettera verrà sottoposta a restauro, ma non sappiamo ancora se sarà esposta nuovamente – spiega a Le Vie dei Tesori News Alice Natalello, operatrice culturale del Museo Diocesano di Agrigento – . L’ufficio Beni culturali della Diocesi non ha ancora deciso se riallestire lo spazio e con che modalità. Si tratta della lettera originale del 1676 – puntualizza – , un documento antico che non può stare esposto per troppo tempo”.

La Diocesi, dunque, preferisce lasciare per il momento fuori dai riflettori l’enigmatica lettera, valorizzando altri tesori, come i quattro sarcofagi di epoca romana e greca, tornati dopo 55 anni nella Cattedrale (ve ne abbiamo parlato qui). “Al di là della valenza misteriosa e letteraria, – prosegue Natalello – il documento non rappresenta certamente l’elemento che in questo momento la Diocesi vuole mettere in maggiore evidenza, ci sono elementi storicamente più importanti che vogliamo valorizzare”.

La Lettera del diavolo (foto da sites.google.com/site/beatacorbera)

Eppure la lettera scritta da Isabella Tomasi, che prese con i voti il nome di suor Maria Crocifissa, ha attirato la curiosità di scrittori come Giuseppe Tomasi di Lampedusa, suo pronipote, Andrea Camilleri e Sergio Campailla. Ma anche di studiosi come i fisici e informatici del Ludum Science Center di Catania, che quattro anni fa, attraverso un algoritmo, tentarono di decifrare il contenuto del documento. Una lettera scritta l’11 agosto 1676 dopo che di notte – racconta la suora alle consorelle – era venuto a farle visita uno stuolo di demoni, che la lasciò tramortita a terra nella sua cella, “mezza faccia sinistra imbrattata da nero inchiostro”, con foglio e calamaio sulle ginocchia.

Monastero delle Benedettine di Palma di Montechiaro

I ricercatori del Ludum inserirono in un programma di decriptazione pescato dal “deep web” diversi alfabeti che la suora poteva conoscere, dal greco, al latino, al runico delle antiche popolazioni germaniche, fino a quello degli yazidi, il popolo che abitò il Sinjar iracheno prima della comparsa dell’Islam. Da questa babele di caratteri, l’algoritmo tirò fuori una possibile traduzione della lettera, poche frasi tutte da interpretare: “Forse ormai certo Stige”, riferito a uno dei fiumi infernali; “Poiché Dio Cristo Zoroastro seguono le vie antiche e sarte cucite dagli uomini, Ohimé”. E ancora: “Un Dio che sento liberare i mortali”.

La Cattedrale di San Gerlando

Un “memoriale diabolico” – dice suor Maria Crocifissa nel verbale che scrisse l’abbadessa del convento di Palma – che “vien dell’Inferno inviato in Paradiso, contro l’ingiusto che chiede giustizia” e “sarà leggibile il giorno del giudizio”.

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