Quell’antico villaggio romano su Monte Pellegrino

Tracce di una struttura in muratura, probabilmente una cisterna, sono visibili nell’area di Piano della Grotta, dove furono ritrovate anche monete e ceramiche

di Giulio Giallombardo

Sembra un anonimo muro scalcinato, eppure è un pezzo di storia che sbuca fuori dalla terra. Ciò che resta di una struttura in muratura di epoca romana, affiora dal manto erboso di Piano della Grotta, su Monte Pellegrino, dove è sepolto uno scrigno di tesori. La montagna “sacra” che sovrasta Palermo è disseminata di antichissime testimonianze sedimentate tra le sue rocce, ma il pianoro poco distante dal santuario di Santa Rosalia e facilmente raggiungibile percorrendo via Monte Ercta, la strada asfaltata attualmente chiusa al traffico, nasconde anche un insediamento fortificato di datazione incerta di cui sono visibili oggi soltanto poche tracce.

L’area di Piano della Grotta interessata dagli scavi

Una è quella che – secondo gli studiosi – potrebbe essere stata una cisterna rivestita di cocciopesto, all’interno dell’area fortificata. La fase finale di occupazione della zona, caratterizzata da crolli, è riferibile alla tarda età imperiale, ma quella più antica finora individuata è inquadrabile fra il IV e il III secolo avanti Cristo. La scoperta del sito è frutto di una delle poche indagini archeologiche sistematiche eseguite su Monte Pellegrino, che risale ormai a quasi trent’anni fa. Nel 1992 fu avviato un intervento esplorativo nella zona di Piano della Grotta, dove già in precedenza lo storico Gaetano Pottino aveva segnalato la presenza dei resti di una cinta muraria. “La fortificazione – scrive l’archeologa Carmela Angela Di Stefano nel volume ‘Archeologia e territorio’ – consisteva nei resti di un muraglione largo poco più di un metro, eretto a secco con pietre locali di varia pezzatura. L’area che ricadeva all’interno di questo perimetro fortificato era disseminata di crolli di pietre e laterizi e di frammenti di ceramica”.

Piano della Grotta da Pizzo Monaco

Gli scavi, infatti, hanno portato alla luce, oltre a diverse tegole, anche numerose ceramiche da mensa, diffuse nell’antichità romana, il fondo di una raffinata coppa vicina alla produzione dell’atelier des petites éstampilles, così definita per la presenza di piccole stampiglie di vario tipo, e alcune monete di bronzo della zecca di Panormus. Sotto questo strato, sono stati rinvenuti materiali lapidei e laterizi, che nascondevano in parte resti di strutture murarie realizzate a secco, tra cui la presunta cisterna. Alla fine del 1995, l’esplorazione venne ripresa per completare i saggi iniziati qualche anno prima. Nell’area della cisterna furono rinvenute altre monete e ceramiche di varie epoche, ma sempre inquadrabili tra il III secolo avanti Cristo e il V dopo Cristo. L’impianto della struttura ha fatto pensare ad una fase edilizia più recente.

“Di forma rettangolare, con spigoli arrotondati per meglio contenere le spinte interne – scrive ancora Di Stefano – essa era costruita con pietrame di varia pezzatura legato con malta di calce e presentava un rivestimento interno di cocciopesto. Il riempimento risultò costituito da discariche recenti e da opere di spietramento effettuate probabilmente in relazione ai lavori agricoli. Dai dati di scavo sembra probabile che, dopo l’abbandono del sito, la cisterna abbia subito opere di smantellamento di due delle pareti perimetrali, e l’apertura di un varco nella parete di nord-est”.

Scritta bizantina nella Valle del Porco (foto: Giuseppe Ippolito)

Ma il sito scoperto trent’anni fa, è solo uno dei tanti segni che i secoli hanno lasciato su Monte Pellegrino, chiamato Ercta dai greci per la sua ripidezza e Gebel Grin dagli arabi, ovvero “monte vicino”. Oltre le più note incisioni rupestri che decorano le pareti delle grotte dell’Addaura, oppure la necropoli rupestre della Montagnola, tra i tesori segreti di Monte Pellegrino c’è anche un’antica iscrizione bizantina incisa su una roccia lungo il sentiero della Valle del Porco, che dalle scuderie reali della Favorita, si inerpica fino a raggiungere il Gorgo di Santa Rosalia, piccolo specchio d’acqua a due passi dal santuario. La scritta in greco, risalente ai primi decenni del VII secolo, recita: “Sii glorificato ovunque sempre, o Dio”, alla cui sinistra è rappresentata una croce su un triangolo tra le lettere I e S. La scritta si trova a circa metà del sentiero che sale stretto nella vallata, un cammino devozionale irto e a tratti impervio, ma che ripaga della fatica di averlo percorso.

Tracce di una struttura in muratura, probabilmente una cisterna, sono visibili nell’area di Piano della Grotta, dove furono ritrovate anche monete e ceramiche

di Giulio Giallombardo

Sembra un anonimo muro scalcinato, eppure è un pezzo di storia che sbuca fuori dalla terra. Ciò che resta di una struttura in muratura di epoca romana, affiora dal manto erboso di Piano della Grotta, su Monte Pellegrino, dove è sepolto uno scrigno di tesori. La montagna “sacra” che sovrasta Palermo è disseminata di antichissime testimonianze sedimentate tra le sue rocce, ma il pianoro poco distante dal santuario di Santa Rosalia e facilmente raggiungibile percorrendo via Monte Ercta, la strada asfaltata attualmente chiusa al traffico, nasconde anche un insediamento fortificato di datazione incerta di cui sono visibili oggi soltanto poche tracce.

L’area di Piano della Grotta interessata dagli scavi

Una è quella che – secondo gli studiosi – potrebbe essere stata una cisterna rivestita di cocciopesto, all’interno dell’area fortificata. La fase finale di occupazione della zona, caratterizzata da crolli, è riferibile alla tarda età imperiale, ma quella più antica finora individuata è inquadrabile fra il IV e il III secolo avanti Cristo. La scoperta del sito è frutto di una delle poche indagini archeologiche sistematiche eseguite su Monte Pellegrino, che risale ormai a quasi trent’anni fa. Nel 1992 fu avviato un intervento esplorativo nella zona di Piano della Grotta, dove già in precedenza lo storico Gaetano Pottino aveva segnalato la presenza dei resti di una cinta muraria. “La fortificazione – scrive l’archeologa Carmela Angela Di Stefano nel volume ‘Archeologia e territorio’ – consisteva nei resti di un muraglione largo poco più di un metro, eretto a secco con pietre locali di varia pezzatura. L’area che ricadeva all’interno di questo perimetro fortificato era disseminata di crolli di pietre e laterizi e di frammenti di ceramica”.

Piano della Grotta da Pizzo Monaco

Gli scavi, infatti, hanno portato alla luce, oltre a diverse tegole, anche numerose ceramiche da mensa, diffuse nell’antichità romana, il fondo di una raffinata coppa vicina alla produzione dell’atelier des petites éstampilles, così definita per la presenza di piccole stampiglie di vario tipo, e alcune monete di bronzo della zecca di Panormus. Sotto questo strato, sono stati rinvenuti materiali lapidei e laterizi, che nascondevano in parte resti di strutture murarie realizzate a secco, tra cui la presunta cisterna. Alla fine del 1995, l’esplorazione venne ripresa per completare i saggi iniziati qualche anno prima. Nell’area della cisterna furono rinvenute altre monete e ceramiche di varie epoche, ma sempre inquadrabili tra il III secolo avanti Cristo e il V dopo Cristo. L’impianto della struttura ha fatto pensare ad una fase edilizia più recente.

“Di forma rettangolare, con spigoli arrotondati per meglio contenere le spinte interne – scrive ancora Di Stefano – essa era costruita con pietrame di varia pezzatura legato con malta di calce e presentava un rivestimento interno di cocciopesto. Il riempimento risultò costituito da discariche recenti e da opere di spietramento effettuate probabilmente in relazione ai lavori agricoli. Dai dati di scavo sembra probabile che, dopo l’abbandono del sito, la cisterna abbia subito opere di smantellamento di due delle pareti perimetrali, e l’apertura di un varco nella parete di nord-est”.

Scritta bizantina nella Valle del Porco (foto: Giuseppe Ippolito)

Ma il sito scoperto trent’anni fa, è solo uno dei tanti segni che i secoli hanno lasciato su Monte Pellegrino, chiamato Ercta dai greci per la sua ripidezza e Gebel Grin dagli arabi, ovvero “monte vicino”. Oltre le più note incisioni rupestri che decorano le pareti delle grotte dell’Addaura, oppure la necropoli rupestre della Montagnola, tra i tesori segreti di Monte Pellegrino c’è anche un’antica iscrizione bizantina incisa su una roccia lungo il sentiero della Valle del Porco, che dalle scuderie reali della Favorita, si inerpica fino a raggiungere il Gorgo di Santa Rosalia, piccolo specchio d’acqua a due passi dal santuario. La scritta in greco, risalente ai primi decenni del VII secolo, recita: “Sii glorificato ovunque sempre, o Dio”, alla cui sinistra è rappresentata una croce su un triangolo tra le lettere I e S. La scritta si trova a circa metà del sentiero che sale stretto nella vallata, un cammino devozionale irto e a tratti impervio, ma che ripaga della fatica di averlo percorso.

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