Quella grotta della Quisquina che fu rifugio della Santuzza

Tradizione vuole che tra i monti di Santo Stefano si nascose per 12 anni Rosalia Sinibaldi, diventata la patrona di Palermo, dando vita a una storia di devozione che lega il capoluogo ai territori dell’Agrigentino

di Giulio Giallombardo

È un anfratto così stretto che per entrare bisogna chinarsi. Si nasconde tra i fitti boschi di un luogo che gli arabi chiamavano “koschin”, ovvero “oscuro”. Parola all’origine del nome Quisquina, monte dove si trova la grotta dentro cui visse per 12 anni Rosalia Sinibaldi, la “Santuzza” di Palermo. Attorno a quel piccolo antro, fu costruito l’eremo che oggi è uno dei più importanti della Sicilia, a pochi chilometri dal borgo di Santo Stefano Quisquina.

L’ingresso della grotta

Quella grotta, oggi meta di pellegrinaggi, tanto quanto l’altra su Monte Pellegrino, a Palermo, è stata scelta da Rosalia per rifugiarsi in preghiera, durante la fuga dal capoluogo. La giovane figlia del conte Sinibaldo Sinibaldi, signore di Monte delle Rose e Quisquina, scappa da casa per non sposare il principe Baldovino che la famiglia ha scelto per lei e, dal 1150 al 1162, si nasconde dove meglio non si può: in quell’antro della Quisquina, all’interno dei territori del padre.

L’iscrizione nella grotta

Il segno della presenza di Rosalia nella grotta è racchiuso in un’iscrizione in latino arcaico scoperta da due muratori palermitani nel 1624, quaranta giorni dopo il ritrovamento delle ossa della Santuzza su Monte Pellegrino: “Ego Rosalia Sinibaldi Quisquinae et Rosarum domini filia amore Domini mei Jesu Christi in hoc antro habitari decrevi” (“Io Rosalia Sinibaldi, figlia del signore della Quisquina e del Monte delle Rose, per amore del mio Signore Gesù Cristo, ho deciso di abitare in questa grotta”). È il testamento spirituale della Santa scolpito con le proprie mani. Dopo questo periodo di penitenza alla Quisquina, Rosalia decide di tornare a Palermo, dove le è concesso dalla regina Margherita, commossa dalla vocazione religiosa della giovane, di trasferirsi nella grotta su Monte Pellegrino dove continua a vivere in preghiera e in solitudine fino alla morte, avvenuta a 40 anni, il 4 settembre del 1170.

 

Quasi cinque secoli dopo, quando il culto della Santuzza ha la sua consacrazione con la processione del 1625 che libera Palermo dalla peste, gli stefanesi chiedono all’arcivescovo di Palermo, il cardinale Giannettino Doria, le reliquie della Santa, che vengono donate in uno splendido busto argenteo il 25 settembre 1625. Nel 1693 un ricco mercante genovese, Francesco Scassi, si ritira nella Quisquina e fonda la congregazione dei monaci devoti a Santa Rosalia, facendo costruire i primi ambienti del convento. Dopo aver fatto edificare la chiesa, delle cellette, una cucina ed una stalla, decide di ritirarsi e vivere qui con altri tre uomini: due genovesi e un abitante di Santo Stefan. I quattro fonderanno una congregazione indipendente di frati devoti a Santa Rosalia che col tempo diventerà del tutto autosufficiente: il frantoio, il granaio, la calzoleria, la falegnameria e quant’altro si trova all’interno dell’eremo.

L’eremo di Santo Stefano Quisquina

Dopo un periodo di splendore per la struttura, che nel Settecento riceve le visite di vescovi, principi e cardinali ed è anche oggetto delle loro donazioni, alla fine dell’Ottocento inizia la decadenza fino al 1928, quando la congregazione viene sciolta e i frati cacciati dall’eremo. Ma c’è chi resiste, come l’ultimo eremita rimasto a vivere tra i boschi della Quisquina: fra Vicè che ha condotto in solitudine gli ultimi anni della sua vita, grazie all’elemosina della gente dei borghi vicini, morendo nel 1986 a 98 anni.

Il belvedere dell’eremo

Oggi resta una storia di devozione che lega Palermo a Santo Stefano, e che ha dato vita anche all’Itinerarium Rosaliae, un percorso di 180 chilometri, tra sentieri, regie trazzere e mulattiere, che permette di riscoprire luoghi della Santuzza nel suo cammino verso la grotta, attraverso l’entroterra siciliano tra le province di Palermo ed Agrigento. Inoltre, ogni martedì che segue la prima domenica di giugno il busto con le reliquie di Rosalia viene portato in processione dalla Chiesa Madre di Santo Stefano fino all’eremo, un rito che si ripete dal 1625.

La stanza del Principe all’interno dell’eremo

“È una Santa che affascina molto, non solo le comunità siciliane, ma anche gli stranieri – spiega Giuseppe Adamo, responsabile della Pro Loco Santo Stefano Quisquina che gestisce l’eremo – . Al di là dell’aspetto religioso, è stata una grande rivoluzionaria. Pensiamo a una ragazzina di 14 anni che per scelta si ribella alla volontà del padre e scappa di casa. Farebbe notizia oggi, figuriamoci nel 12esimo secolo. Oggi il nostro eremo è frequentato non solo dai tanti devoti, ma anche da turisti stranieri, soprattutto tedeschi che arrivano affascinati dall’arte e dalla natura, in una zona dove sono presenti anche eccellenze alimentari, come formaggi, salumi e carne”.

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