Quel Caravaggio che rivive all’Oratorio di San Lorenzo

Domani l’inaugurazine della mostra di Santiago Ydáñez, che interpreta il capolavoro rubato. Un’opera che allude all’assenza dell’originale

di Marco Russo

Un furto che a 50 anni di distanza è ancora una ferita aperta, avventuroso, controverso, ispiratore di un racconto di Leonardo Sciascia e al centro anche di un film del regista Roberto Andò.
A quasi cinquant’anni dal furto della Natività di Caravaggio, opera tra le prime 10 più importanti per l’Fbi, e a breve distanza dal “ritorno” del dipinto sotto forma di riproduzione di altissima qualità, la tela dell’artista lombardo appare nuovamente nell’Oratorio di San Lorenzo nell’interpretazione che ne dà il pittore spagnolo Santiago Ydáñez. Domani alle 19, all’oratorio di San Lorenzo l’inaugurazione della mostra organizzata dall’associazione Amici dei Musei Siciliani in collaborazione con l’istituto Cervantes.

L’artista non è nuovo a questo genere di interventi: lo testimoniano le tre versioni di un’altra tela caravaggesca, “Il martirio di San Pietro” della cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo a Roma, e da ultimo la sua rilettura degli affreschi della Villa di Livia attualmente esposti al Museo Nazionale Romano. La sua versione ad acrilico su tela della Natività che fronteggerà l’immagine dell’originale fino al prossimo 16 dicembre 2018, si caratterizza per la fedeltà nella riproposizione delle misure e delle linee generali del dipinto seicentesco, da cui si distanza tuttavia per la libera pennellata di Ydáñez.

Alla compattezza delle forme caravaggesche, scolpite nel buio da una luce tagliente, si sostituisce una visione sfaldata, che ricorda certi esiti già seicenteschi della ricezione di Caravaggio (come nel caso di Giovanni Serodine). Punto focale di entrambe le Natività è la figura del Bambino, il solo brano in cui Ydáñez si distanzia nettamente dal prototipo, attraverso il ricorso al non-finito. In questo Bambino (che non c’è) si può scorgere un’allusione all’assenza dell’originale di Caravaggio, ma soprattutto la volontà di evidenziare la natura di organismo vivente dell’opera d’arte, che ha una sua natività e cresce per stadi successivi fino a raggiungere (o a non raggiungere, come in questo caso) il suo assetto definitivo.

Dopo essersi confrontato con il San Pietro di Santa Maria del Popolo, Ydáñez torna dunque a reinterpretare Caravaggio: ma questa volta il dialogo è con un fantasma, con un’opera che, nella sua assenza, è presente come non mai nell’immaginario collettivo di un Paese e di una regione come l’Italia e la Sicilia, popolati da fantasmi e misteri irrisolti.

Domani l’inaugurazione della mostra di Santiago Ydáñez, che interpreta il capolavoro rubato. Un’opera che allude all’assenza dell’originale

di Marco Russo

Un furto che a 50 anni di distanza è ancora una ferita aperta, avventuroso, controverso, ispiratore di un racconto di Leonardo Sciascia e al centro anche di un film del regista Roberto Andò.
A quasi cinquant’anni dal furto della Natività di Caravaggio, opera tra le prime 10 più importanti per l’Fbi, e a breve distanza dal “ritorno” del dipinto sotto forma di riproduzione di altissima qualità, la tela dell’artista lombardo appare nuovamente nell’Oratorio di San Lorenzo nell’interpretazione che ne dà il pittore spagnolo Santiago Ydáñez. Domani alle 19, all’oratorio di San Lorenzo l’inaugurazione della mostra organizzata dall’associazione Amici dei Musei Siciliani in collaborazione con l’istituto Cervantes.

L’artista non è nuovo a questo genere di interventi: lo testimoniano le tre versioni di un’altra tela caravaggesca, “Il martirio di San Pietro” della cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo a Roma, e da ultimo la sua rilettura degli affreschi della Villa di Livia attualmente esposti al Museo Nazionale Romano. La sua versione ad acrilico su tela della Natività che fronteggerà l’immagine dell’originale fino al prossimo 16 dicembre 2018, si caratterizza per la fedeltà nella riproposizione delle misure e delle linee generali del dipinto seicentesco, da cui si distanza tuttavia per la libera pennellata di Ydáñez.

Alla compattezza delle forme caravaggesche, scolpite nel buio da una luce tagliente, si sostituisce una visione sfaldata, che ricorda certi esiti già seicenteschi della ricezione di Caravaggio (come nel caso di Giovanni Serodine). Punto focale di entrambe le Natività è la figura del Bambino, il solo brano in cui Ydáñez si distanzia nettamente dal prototipo, attraverso il ricorso al non-finito. In questo Bambino (che non c’è) si può scorgere un’allusione all’assenza dell’originale di Caravaggio, ma soprattutto la volontà di evidenziare la natura di organismo vivente dell’opera d’arte, che ha una sua natività e cresce per stadi successivi fino a raggiungere (o a non raggiungere, come in questo caso) il suo assetto definitivo.

Dopo essersi confrontato con il San Pietro di Santa Maria del Popolo, Ydáñez torna dunque a reinterpretare Caravaggio: ma questa volta il dialogo è con un fantasma, con un’opera che, nella sua assenza, è presente come non mai nell’immaginario collettivo di un Paese e di una regione come l’Italia e la Sicilia, popolati da fantasmi e misteri irrisolti.

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