Quel baglio del Cinquecento dimenticato tra cemento e clacson

Sulla circonvallazione di Palermo, in via Scorzadenaro, c’è un’antica villa che versa da tempo in condizioni di abbandono. Diversi gli appelli per la riqualificazione

di Antonio Schembri

Una vicenda di abbandono e poi di recupero che nel giro di pochi anni diventa di nuovo una storia di degrado e di oblìo. Ciò che oggi resta del Baglio Scorzadenaro, gioiello palermitano del tardo Cinquecento a due passi dal carcere di Pagliarelli e quasi sfiorato dal cavalcavia che incrocia viale della Regione Siciliana, è un esempio di bellezza architettonica negletta. Ridotta pressoché all’invisibilità da una modernità avanzata in funzione della rapidità dei collegamenti di una città diventata policentrica; ma che, come in molti casi, non ha tenuto conto delle testimonianze che connettono Palermo a periodi storici contrassegnati dalla diffusione di grande bellezza architettonica nel suo tessuto topografico. Pezzi pregiati di patrimonio immobiliare, in questo caso dimenticati nella frenesia e nel frastuono di autoveicoli in transito continuo.

Baglio Scorzadenaro

Proprio a cavallo tra la fine del ‘500 e il ‘600 il capoluogo siciliano accolse infatti importanti operazioni urbanistiche, accompagnate, nelle aree periferiche, dalla costruzione di sontuose residenze di campagna circondate da vasti giardini coltivati. Il Baglio Scorzadenaro fu una di queste. Il movimento terra per la costruzione della nuova casa circondariale nei primi anni ’80 del secolo scorso ha risparmiato solo il palazzetto nobiliare in stile liberty, ottenuto, nel primo scorcio del Novecento, dalla ristrutturazione dell’antica vaccheria secondo la volontà degli ultimi proprietari privati, i Giuffrè, che utilizzarono questa porzione di residenza per lo più a scopo di villeggiatura. Nessuna traccia, pare, dei discendenti di questa famiglia nobiliare. Così come del resto del grande agglomerato agricolo, attorno al cui cortile si trovavano anche costruzioni settecentesche, inclusa una chiesetta dedicata a Sant’Anna, ubicato appunto alla fine della via Scorzadenaro, antica strada legata al mercato di bestiame, chiamata così perché – si tramanda – i compratori ingenui venivano fregati (scorzati) con prezzi gonfiati oppure con animali scadenti.

Vista dai balconi sulla circonvallazione

“Per sottrarre questo bene al degrado l’unica via è restituirlo ai cittadini. Se no, ci metterà poco a perdersi definitivamente come è successo per tanti altri antichi immobili palermitani dal dopoguerra a oggi”. Lo affermano Concetta Amella e Mirko Dentici, rispettivamente consigliere comunale e consigliere della Quarta Circoscrizione per il Movimento 5 Stelle, che hanno di recente richiamato l’attenzione di prefettura e amministrazione comunale per individuare un percorso di valorizzazione di questo plesso, oggi di proprietà del Comune.

Porte finestre del piano superiore

Abbiamo fatto un sopralluogo nei due livelli dell’immobile. Appena sufficienti le torce dei telefoni, dato che in alcuni ambienti (soprattutto i saloni del piano terra) si procede nel buio pesto. Per accedere al piano superiore, dove passa qualche spiraglio di luce da finestre danneggiate è stato invece necessario arrampicarsi, in quanto la parte più bassa della scala è stata eliminata su provvedimento della prefettura per scoraggiare squatters e tossici che hanno frequentato la struttura per periodi più o meno lunghi.

 

Nella penombra, uno scenario di decadimento. Sia nella parte bassa, a partire dall’ingresso attuale (che non corrisponde al portale principale dell’edificio), sia in quella superiore dove le finestre sono state sigillate da mattoni e pannelli di compensato, il lockdown protettivo dell’edificio ha finito di fatto quasi per fossilizzare uno stato di degrado ancora adesso sotto forma di infissi e vetrate in pezzi sul pavimento, affreschi e greche liberty sbrecciati, graffiti incomprensibili su pareti affrescate. “Prima del provvedimento erano stati trovati anche diversi materassi e mucchi di indumenti”, aggiunge Dentici.

Sala al primo piano

A un’iniziale azione di recupero Baglio Scorzadenaro era già stato in effetti sottoposto. Tredici anni fa il Comune di Palermo intervenne per adeguare il palazzetto ai criteri di sicurezza antisismica: un’operazione da 520mila euro, finanziata con fondi Por. Subito dopo, però, questo bene è rimpiombato nell’indifferenza. Troppo salati i costi per recuperarlo e valorizzarlo per intero. “Non disponendo di altre risorse da investirvi, l’amministrazione comunale  pensò inizialmente di affidarlo al corpo di polizia municipale, che rinunciò a allestirvi una propria sede; ente individuato come il più accreditato per rilevare l’immobile fu poi l’Avis, grazie a un affidamento di 12 anni. Ma anche l’associazione nazionale per le donazioni del sangue si tirò indietro di fronte alla prospettiva di investire quasi 400mila euro. “Importo che oggi, con il peggioramento del degrado, sarebbe più esoso, almeno corrispondente a quello già speso oltre un decennio fa”, spiega Concetta Amella.

Infissi distrutti

Di recente, riferiscono i due consiglieri, sono arrivate richieste d’affidamento da parte qualche altra associazione, anche sportiva. Pure loro interessate a fare di Baglio Scorzadenaro il loro centro di rappresentanza. “Ma finora è stato un continuo punto e a capo: tutti si tirano indietro quando si accenna alle pessime condizioni in cui versano gli interni della struttura”, ribadisce Amella. “La prima cosa da fare, intanto, sarebbe vincolare quest’area, tra l’altro ricca di verde – riprende Dentici – . E avviare un ragionamento sulla destinazione più consona alla storia di questo immobile pregiato: ovvero quella di spazio espositivo o da utilizzare per convegni. La conversione in questo senso del Baglio Scorzadenaro sarebbe funzionale alla crescita culturale di una macro area periferica ma densamente abitata come quella di Pagliarelli-Villagrazia”.

Una triste situazione di stasi, insomma, quella attuale, che rischia di vanificare le risorse impiegate a suo tempo dal Comune. Resterà in ogni caso ad aleggiare la domanda su come, 40 anni fa, si sia potuta concedere l’autorizzazione ai lavori di sopraelevazione stradale senza tenere conto almeno della presenza di questa villa d’epoca. Dando quasi per scontata, prima o dopo, la sua fine sotto i caterpillar.

(Foto Antonio Schembri)

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