Passi avanti verso l’Area marina protetta di Capo Zafferano

Presentata ufficialmente la proposta di tutela del tratto di mare tra Aspra e Solanto, già Sito di interesse comunitario e custode di un patrimonio di biodiversità

di Ruggero Altavilla

Uno specchio di mare cristallino che custodisce fondali ricchi di biodiversità. Estese praterie sommerse di Posidonia, rocce coralline, calette e paesaggi da cartolina. Capo Zafferano è un piccolo miracolo creato dalla natura, e per questo sempre più da tutelare. Prosegue il cammino verso l’istituzione dell’area marina protetta in questo tratto sovrastato da Monte Catalfano, già importante oasi ambientale e paesaggistica terrestre. A due anni dall’istituzione del Sito di interesse comunitario “Fondali di Capo Zafferano”, i tempi per la costituzione di un’area marina protetta in quello specchio d’acqua tra Aspra e Solanto, sono sempre più maturi.

Capo Zafferano al tramonto (foto Giulio Giallombardo)

È stato ribadito nel corso di un incontro che si è svolto recentemente a Bagheria, a Palazzo Butera, a cui hanno partecipato esperti, amministratori, operatori del territorio per presentare ufficialmente la proposta di istituzione dell’area marina protetta di Capo Zafferano. L’incontro è stato organizzato dal Cesvit, Centro Studi per lo Sviluppo Territoriale, insieme al comitato promotore dell’iniziativa di cui fanno parte il Comune di Bagheria e quello di  Santa Flavia, oltre al Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Scienze del Mare e il Dipartimento di Scienze della Terra e del Mare dell’Università di Palermo.

Capo Zafferano (foto Ziegler175, Wikipedia)

“Oggi abbiamo fatto nascere qualcosa di importante – ha detto Orazio Amenta, presidente del Cesvit – destinata a fare virare la via dello sviluppo verso altri binari rispetto al passato – dice Amenta – Pare impossibile che a Bagheria e Santa Flavia oggi siamo riusciti a lanciare l’idea di un’area marina protetta a Capo Zafferano”. L’incontro è servito anche a fare il punto sullo stato delle coste, sugli impegni che le pubbliche amministrazioni devono prendere per migliorare la salute delle acque del territorio, ascoltando chi il mare lo vive e lo studia, con un solo obiettivo: utilizzare il mare quale risorsa di sviluppo ma rispettandone la natura.

Il faro di Capo Zafferano (foto Giulio Giallombardo)

I promotori, nel corso dell’incontro, hanno inoltre informato che è in programma la stesura di un protocollo d’intesa tra tutti gli enti, associazioni, organizzazioni intervenute al convegno e promotrici dell’iniziativa e tra tutte quelle che si vorranno aggiungere per chiedere al Parlamento l’introduzione di Capo Zafferano nell’elenco delle aree di reperimento riportate nella Legge 394/91, primo passo per avviare l’iter di riconoscimento dell’ area marina protetta.

Bagheria, Palazzo Butera

All’incontro per rappresentare l’amministrazione comunale di Bagheria ha preso parte l’assessore Emanuele Tornatore che è intervenuto nella doppia veste di amministratore ma anche di archeologo con esperienza proprio su un’area marina come quella di Ustica. “Crediamo in questo progetto – ha detto Tornatore – che è politico ma anche scientifico, culturale, ambientale e turistico. Sono contento di vedere altri amministratori di Comuni vicini perché lavoriamo già, come distretto, come un unico territorio ed anche l’area marina potrebbe essere gestita allo stesso modo coinvolgendo la comunità che la vive”.

Il mare di Capo Zafferano (foto Giulio Giallombardo)

Nei fondali che circondano il promontorio di Capo Zafferano sono stati censiti numerosi habitat di notevole importanza, fra cui una vasta prateria di Posidonia oceanica, che si estende da uno a circa 30-32 metri di profondità. La Posidonia, che svolge un ruolo rilevante nella produzione di ossigeno, non è una pianta qualsiasi, le sue praterie rivestono un’enorme funzionalità per la vita del mare e il suo litorale, tanto da essere strettamente protetta da norme nazionali ed internazionali. Oltre alla prateria di Posidonia, l’area di Capo Zafferano presenta altre emergenze naturalistiche tra cui il “coralligeno” tipico dei fondali rocciosi.

(La prima foto grande in alto è di Jason Boldero, licenza CC BY 2.0)

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