Palermo paradiso dello smartworking? Luci e ombre di una città che cambia volto

Il National Geographic lancia il capoluogo siciliano in testa alle mete preferite nel mondo per il lavoro da remoto. Un riconoscimento di prestigio, ma parziale, secondo Elena Militello, ricercatrice e presidente di South Working

di Giulio Giallombardo

I Quattro Canti

Un tripudio dei sensi tra profumi e colori dei mercati; piazze dove sedersi a lavorare guardando il mondo passare; strade storiche come palcoscenici e un calendario culturale all’avanguardia. Palermo è la meta ideale dove i nomadi digitali di tutto il mondo possono godersi la “dolce vita”, almeno secondo la recente lista stilata dall’edizione inglese del National Geographic. La città siciliana è la prima dove si lavora meglio in remoto, seguita da Bali, Lima, Città del Capo e Antigua.

La Cattedrale di Palermo

“Con uno stile di vita sano e rilassato, il caldo clima mediterraneo e un costo della vita inferiore rispetto alla maggior parte del Regno Unito, la scintillante capitale della Sicilia, Palermo, offre ai giovani professionisti una vera fetta della dolce vita”, si legge nell’articolo, che – è bene sottolinearlo – è stato scritto con il contributo di Remote Year, società che organizza viaggi e  soggiorni per i lavoratori da remoto. “Durante la pausa pranzo, passeggiare per le strade storiche è come salire su un palcoscenico – si legge ancora nell’articolo – strette viuzze simili a suk sono piene di cupole arabe, facciate barocche e luminosi mosaici bizantini che raccontano il passato multiculturale della città”.

Uno ritratto urbano che – seppur condito da stereotipi – la dice lunga su come, negli ultimi anni, sia cambiata la percezione di Palermo agli occhi del mondo. “Siamo molto orgogliosi di questo traguardo internazionale, soprattutto perché non si parla di sole e mare, ma di qualità della vita a tutto tondo, una cosa su cui abbiamo sempre scommesso anche in contrasto con certe classifiche nazionali”. Parola di Elena Militello, ricercatrice universitaria e presidente di South Working, associazione che, durante la pandemia, ha creato una rete di lavoratori da remoto, favorendo il ritorno di giovani talenti nel Mezzogiorno.

Elena Militello

Ma come ogni classifica o elenco, anche la lista dei paradisi degli smartworkes elaborata da National Geographic ha i suoi limiti, a partire dalle fonti che l’hanno suggerita. Remote Year, infatti, è una società che organizza soggiorni flessibili spalmati tra uno, quattro e dodici mesi per chi può permettersi di spendere tra i 2 e i 3mila euro al mese per lavorare in giro per il mondo. “Ci fa piacere che ci sia un interesse per soggiorni più lunghi e non mordi e fuggi, ma – puntualizza Militello – certamente è una classifica che potrebbe essere condizionata da certi interessi commerciali e che non cita alcuni punti secondo noi fondamentali”.

Quello che stupisce – secondo la fondatrice di South Working – è che Palermo sia l’unica meta europea citata nell’articolo, trascurando luoghi in cui lo smartworking è diventato ormai strutturale come le Canarie o il Portogallo. “Nell’articolo non viene detto che sono in tanti che dal resto d’Italia scelgono di spostarsi in Sicilia per lavoro e non si parla del fenomeno dei cosiddetti ‘ritornanti’, ovvero di chi vive fuori e decide di trasferirsi o trascorrere un periodo di qualche mese nelle città d’origine”.

Turisti in centro a Palermo

La ricercatrice, inoltre, ha messo a confronto la classifica di National Geographic con quelle di altre piattaforme dedicate allo smartworking come Nomad List o Kayak. “Nel primo caso – spiega Militello, in questi giorni ad Harvard per un periodo di ricerca – ci sono buoni consensi per Palermo, ma non è tra i primi posti. La città siciliana è ben considerata per qualità della vita, internet, spazi di coworking, qualità dell’aria, per sicurezza e pochi reati, libertà di parola e tenuta della rete elettrica. Altra cosa interessante sono i riferimenti agli spazi per la pedonalizzazione e la possibilità di vivere la città a piedi. Tra i fattori negativi, il costo della vita e il fatto che ci sia ancora poca aperta alla comunità Lgbtq”.

Palermo o altre città siciliane non sono presenti nella classifica di Kayak, dove invece al sesto posto c’è Milano e l’Italia è 72esima nel mondo come meta per lo smartworking. “Il fatto che sia presente una grande città del Nord e nessuna del Sud – chiarisce la ricercatrice – è una cosa per noi interessante, perché abbiamo sempre creduto che non sia in ballo una competizione tra diverse parti d’Italia, ma una occorre guardare in chiave globale, a come l’Italia sta migliorando la sua attrattività per la digitalizzazione e i servizi, con investimenti che possono fare bene a tutto il Paese”.

Sempre più persone scelgono il lavoro agile

Ma al di là delle classifiche, che hanno spesso dietro ricerche e studi e finalizzati a certi target o gruppi di interesse, lo smartworking sta vivendo un momento di normalizzazione dopo il boom della pandemia. “Molti che hanno sperimentato queste politiche lavorative non sono disposti a tornare indietro come se niente fosse stato – sottolinea Militello – ricordando che si tratta di una tipologia di lavoratori privilegiata, molto qualificati con occupazioni tendenzialmente stabili”.

Secondo i dati diffusi dall’Osservatorio per lo smartworking del Politecnico di Milano – fanno sapere da South Working – anche se nel 2022 c’è stato un calo fisiologico con la fine della pandemia, oggi sono 3,6 milioni di lavoratori in Italia che lavorano da remoto, contro i circa 500mila del 2019. “Un numero in crescita per il 2023 – aggiunge il presidente di South Working – e non appena le strutture interne delle società, soprattutto quelle più piccole, si adegueranno saranno ancora di più”.

Il team di South Working

Così, tra spazi di coworking che possono diventare luoghi vivi anche per le comunità e una rete digitale che diventerà più efficiente anche grazie ai finanziamenti del Pnrr, lo smartworking è destinato a piantare radici sempre più profonde. “C’è ancora tanto da fare, come ad esempio portare molti più coworking nelle periferie, ma il lavoro agile – conclude la ricercatrice – è sempre più un ‘cavallo di Troia’ attraverso cui la richiesta di servizi non serve solo ai lavoratori, ma va a beneficio di tutta la comunità”.

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