Palermo, Palazzo Isnello

Qui nel 1800 visse Michele Amari “storico della guerra del Vespro e dei musulmani di Sicilia”: Palazzo Isnello è uno dei tesori meglio nascosti della città. E tra decori delicati, sovraporta dipinti di squisita fattura, eleganti stucchi dorati, porte interne decorate con vedute settecentesche, si scopre il Genio barbuto e incoronato (l’unico custodito in una dimora privata) che si affaccia dallo stupendo affresco che Vito D’Anna realizzò per il salone delle feste, su incarico di don Vincenzo Termine di Isnello, a metà ‘700. L’intero ciclo pittorico comprende anche quattro grandi raffigurazioni allegoriche di Fama, Abbondanza, Giustizia e Pace.

Il Palazzo appartenne ai conti di Isnello, principi di Baucina, poi nell’800 passò tramite successione a Vincenzo Ruffo e Filangeri, principe di Sant’Antimo e nellaprima metà del ‘900 alla famiglia Napolitano che ne ha trasformato l’assetto originario e fu abolito lo scalone monumentale che si affacciava sul Cassaro. Oggi appartiene a Jean-Paul De Nolà e Giovanna Marsiglia, lui belga e lei calabrese, innamorati della Sicilia, decisi a riportare il palazzo al suo splendore originario.

Che ci fa un musicologo e uomo di teatro in giro per la città alle quattro del mattino? Dice buongiorno alla notte, assaporando il silenzio, sentendo profumi di fiori e di terra, scoprendo scorci straordinari, aspettando l’apertura dei primi bar

di Giovanni Mazzara

I Quattro canti, o piazza Villena o Ottagono del Sole o Teatro del Sole, così detta perché a tutte le ore del giorno uno o più dei canti era baciato dalla luce del sole.

Ma torniamo alla descrizione di Enrico Onufrio nella sua Guida pratica di Palermo: “E adesso, o amico forestiero, se ti piace, entriamo in città. Entriamoci per Porta Macqueda, e dopo aver percorsa per metà la via Macqueda, bisogna fermarsi: fermarsi ed ammirare. Difatti quest’ottagono dove noi siamo, è qualche cosa di più che il centro della città: è un monumento d’arte, caratteristico, originale, unico forse al mondo. I quattro canti che accerchiano la piazza hanno un’architettura uguale d’ordine dorico, ionico e composito. (…) E che cosa sono per i palermitani i Quattro Cantoni? Sono ciò che per i romani è Piazza Colonna, ciò che per i Milanesi è la Galleria, ciò che per i Veneziani è la piazza San Marco”.

“Andando in giro per la città non si può fare a meno di passarvi quindici o venti volte in un giorno. E’ là che gli strilloni vendono i giornali, è là che si sbrigano gli affari, è là che si organizzano le dimostrazioni, è là che si fanno le carnevalate. Quella piazza è la conca dove sgorgano tutte le acque; è il cuore dove affluiscono tutte le arterie. In tutte le ore del giorno, faccia bel tempo o piova, è sempre piena di capannelli o di gruppi, di persone che discutono, di sfaccendati che fumano, di studenti che si agitano, di strilloni che vendono il foglio, di uomini d’affare, di zerbinotti, di questurini, di pontonieri, mentre su quella confusione di teste chioccasno le fruste dei cocchieri che s’incrociano con le loro vetture in quel grande quadrivio”.

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