Palermo, Palazzo Costantino

È uno dei luoghi più amati del festival Le Vie dei Tesori. Il settecentesco Palazzo Costantino, prosecuzione del “Canto” nord-ovest di piazza Vigliena, è una testimonianza della magnificenza del passato barocco della città. Investito dalla stessa spoliazione post-bellica dell’adiacente Palazzo di Napoli, ha vissuto un destino di abbandono e il tentativo – poi fallito – di crearvi un albergo-museo. Palazzo Costantino fu costruito nella seconda metà del XVIII secolo su precedenti strutture seicentesche. Acquistato dal marchese Costantino e Leone, fu ristrutturato nel 1785, su progetto di Venanzio Marvuglia, i soffitti furono affrescati da Gioacchino Martorana. Degli arredi di un tempo non vi è più traccia. Ma è un’emozione entrarci. Nella galleria l’affresco di Giuseppe Velasco “La battaglia di Costantino” occupa interamente il soffitto.

Che ci fa un musicologo e uomo di teatro in giro per la città alle quattro del mattino? Dice buongiorno alla notte, assaporando il silenzio, sentendo profumi di fiori e di terra, scoprendo scorci straordinari, aspettando l’apertura dei primi bar

di Giovanni Mazzara

I Quattro canti, o piazza Villena o Ottagono del Sole o Teatro del Sole, così detta perché a tutte le ore del giorno uno o più dei canti era baciato dalla luce del sole.

Ma torniamo alla descrizione di Enrico Onufrio nella sua Guida pratica di Palermo: “E adesso, o amico forestiero, se ti piace, entriamo in città. Entriamoci per Porta Macqueda, e dopo aver percorsa per metà la via Macqueda, bisogna fermarsi: fermarsi ed ammirare. Difatti quest’ottagono dove noi siamo, è qualche cosa di più che il centro della città: è un monumento d’arte, caratteristico, originale, unico forse al mondo. I quattro canti che accerchiano la piazza hanno un’architettura uguale d’ordine dorico, ionico e composito. (…) E che cosa sono per i palermitani i Quattro Cantoni? Sono ciò che per i romani è Piazza Colonna, ciò che per i Milanesi è la Galleria, ciò che per i Veneziani è la piazza San Marco”.

“Andando in giro per la città non si può fare a meno di passarvi quindici o venti volte in un giorno. E’ là che gli strilloni vendono i giornali, è là che si sbrigano gli affari, è là che si organizzano le dimostrazioni, è là che si fanno le carnevalate. Quella piazza è la conca dove sgorgano tutte le acque; è il cuore dove affluiscono tutte le arterie. In tutte le ore del giorno, faccia bel tempo o piova, è sempre piena di capannelli o di gruppi, di persone che discutono, di sfaccendati che fumano, di studenti che si agitano, di strilloni che vendono il foglio, di uomini d’affare, di zerbinotti, di questurini, di pontonieri, mentre su quella confusione di teste chioccasno le fruste dei cocchieri che s’incrociano con le loro vetture in quel grande quadrivio”.

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