Palermo in quei trofei diventati arte

Arriva per la prima volta in Italia l’installazione “Triumph” di Aleksandra Mir, creata mettendo insieme migliaia di cimeli, raccolti durante il suo soggiorno in Sicilia. L’opera è stata adesso donata al Centro Pecci di Prato dove sarà in mostra fino al 31 marzo

di Giulio Giallombardo

Migliaia di vite accatastate una sull’altra. Storie congelate in uno scintillante coro di cimeli, ognuno col suo ricordo da raccontare. Ci sono sogni e ambizioni di tempi andati in “Triumph”, la gigantesca installazione che Aleksandra Mir, artista polacca cittadina del mondo, ha portato adesso per la prima volta in Italia. Inaugurata il 14 dicembre al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato, dove sarà in mostra fino al 31 marzo prossimo, l’opera è stata però concepita più a sud: sotto quel mosaico irregolare di coppe e trofei, batte il cuore di Palermo.

L’idea di creare un’installazione, mettendo insieme migliaia di cimeli e riconoscimenti, è nata negli anni in cui l’artista ha vissuto nel capoluogo siciliano, tra il 2005 e il 2010. Ultimata nel 2009, esposta nello stesso anno alla Schirn Kunsthalle di Francoforte e nel 2012 alla South London Gallery di Londra, “Triumph” è un omaggio nostalgico a Palermo e alla sua comunità.

La curatrice della mostra Marta Papini

Aleksandra Mir ha raccolto esattamente 2.529 trofei, datati a partire dagli anni Quaranta del secolo scorso, grazie ad un annuncio pubblicato sul Giornale di Sicilia, nel quale si offrivano cinque euro in cambio di ogni trofeo. Sono stati in tanti ad aderire, più di quanti l’artista aveva previsto. Ha inizio, così, un lungo viaggio a bordo di una 500, tra Palermo e provincia, a caccia di trofei da mettere insieme. Dopo le tappe di Francoforte, e Londra, dove attualmente Mir vive, l’opera è arrivata adesso in Italia, in occasione del trentennale del centro Pecci, a cui l’artista ha voluto donarla.

La genesi di “Triumph” risale al 2005, anno in cui Mir si è trasferita da New York a Palermo, con l’obiettivo preciso di una ricerca che fosse artistica e sociologica insieme. Da un lato il patrimonio artistico della città, dall’altro la cultura popolare e, più precisamente, sportiva, di cui la coppa è simbolo per eccellenza. “Sono arrivata a Palermo con due valigie – racconta l’artista in un’intervista concessa alla curatrice della mostra, Marta Papini – quando ho preso un appartamento in affitto, sono andata a cercare dei mobili per arredarlo nei negozi dell’usato. Lì ho trovato alcuni vecchi trofei, ero affascinata sia dalle loro forme, che dalla storia dietro ognuno di essi. Ogni trofeo costava un euro, ne ho comprati dieci e li ho messi su una mensola del mio studio”.

“Triumph” di Aleksandra Mir

Così, quei trofei, passati di mano in mano, sono diventati come la rappresentazione di un passato fittizio. Da qui l’idea di un’opera d’arte che trascendesse l’esperienza personale, per diventare espressione di una comunità. “Sono rimasta sorpresa dalla risposta all’annuncio, – prosegue Mir – le persone lo vedevano come un’opportunità per liberarsi di un po’ di roba vecchia, venivano a lasciare i trofei nel mio studio, oppure andavo io da loro a prenderli. Quando entravo nelle case della gente sentivo su di me un’ondata di generosità, m’invitavano a rimanere a pranzo con tutta la famiglia per raccontarmi la storia di come il trofeo fosse stato vinto. Un uomo mi disse che il suo più grande trofeo erano i suoi figli, un altro che non voleva tenersi in casa degli oggetti che gli ricordassero che stava invecchiando, un’altra ancora che il vincitore del trofeo, suo figlio, era morto”.

Dunque, storie che s’intrecciano in uno scambio tra chi ha scelto di donare un pezzo di sé e l’artista, che lo custodisce dandogli una nuova forma. “Ho cominciato in veste di artista-antropologa – spiega Mir – ma poi mi sono sentita anche un prete, uno strizzacervelli e, a tratti, una specie di spazzina”. Un’esperienza, per sua natura, irripetibile che adesso è entrata a far parte della collezione del Pecci. Chissà che un giorno possa arrivare a Palermo, proprio lì dove tutto ha avuto inizio.

Arriva per la prima volta in Italia l’installazione “Triumph” di Aleksandra Mir, creata mettendo insieme migliaia di cimeli, raccolti durante il suo soggiorno in Sicilia. L’opera è stata adesso donata al Centro Pecci di Prato dove sarà in mostra fino al 31 marzo

di Giulio Giallombardo

Migliaia di vite accatastate una sull’altra. Storie congelate in uno scintillante coro di cimeli, ognuno col suo ricordo da raccontare. Ci sono sogni e ambizioni di tempi andati in “Triumph”, la gigantesca installazione che Aleksandra Mir, artista polacca cittadina del mondo, ha portato adesso per la prima volta in Italia. Inaugurata il 14 dicembre al Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato, dove sarà in mostra fino al 31 marzo prossimo, l’opera è stata però concepita più a sud: sotto quel mosaico irregolare di coppe e trofei, batte il cuore di Palermo.

L’idea di creare un’installazione, mettendo insieme migliaia di cimeli e riconoscimenti, è nata negli anni in cui l’artista ha vissuto nel capoluogo siciliano, tra il 2005 e il 2010. Ultimata nel 2009, esposta nello stesso anno alla Schirn Kunsthalle di Francoforte e nel 2012 alla South London Gallery di Londra, “Triumph” è un omaggio nostalgico a Palermo e alla sua comunità.

La curatrice della mostra Marta Papini

Aleksandra Mir ha raccolto esattamente 2.529 trofei, datati a partire dagli anni Quaranta del secolo scorso, grazie ad un annuncio pubblicato sul Giornale di Sicilia, nel quale si offrivano cinque euro in cambio di ogni trofeo. Sono stati in tanti ad aderire, più di quanti l’artista aveva previsto. Ha inizio, così, un lungo viaggio a bordo di una 500, tra Palermo e provincia, a caccia di trofei da mettere insieme. Dopo le tappe di Francoforte, e Londra, dove attualmente Mir vive, l’opera è arrivata adesso in Italia, in occasione del trentennale del centro Pecci, a cui l’artista ha voluto donarla.

La genesi di “Triumph” risale al 2005, anno in cui Mir si è trasferita da New York a Palermo, con l’obiettivo preciso di una ricerca che fosse artistica e sociologica insieme. Da un lato il patrimonio artistico della città, dall’altro la cultura popolare e, più precisamente, sportiva, di cui la coppa è simbolo per eccellenza. “Sono arrivata a Palermo con due valigie – racconta l’artista in un’intervista concessa alla curatrice della mostra, Marta Papini – quando ho preso un appartamento in affitto, sono andata a cercare dei mobili per arredarlo nei negozi dell’usato. Lì ho trovato alcuni vecchi trofei, ero affascinata sia dalle loro forme, che dalla storia dietro ognuno di essi. Ogni trofeo costava un euro, ne ho comprati dieci e li ho messi su una mensola del mio studio”.

Così, quei trofei, passati di mano in mano, sono diventati come la rappresentazione di un passato fittizio. Da qui l’idea di un’opera d’arte che trascendesse l’esperienza personale, per diventare espressione di una comunità. “Sono rimasta sorpresa dalla risposta all’annuncio, – prosegue Mir – le persone lo vedevano come un’opportunità per liberarsi di un po’ di roba vecchia, venivano a lasciare i trofei nel mio studio, oppure andavo io da loro a prenderli. Quando entravo nelle case della gente sentivo su di me un’ondata di generosità, m’invitavano a rimanere a pranzo con tutta la famiglia per raccontarmi la storia di come il trofeo fosse stato vinto. Un uomo mi disse che il suo più grande trofeo erano i suoi figli, un altro che non voleva tenersi in casa degli oggetti che gli ricordassero che stava invecchiando, un’altra ancora che il vincitore del trofeo, suo figlio, era morto”.

“Triumph” di Aleksandra Mir

Dunque, storie che s’intrecciano in uno scambio tra chi ha scelto di donare un pezzo di sé e l’artista, che lo custodisce dandogli una nuova forma. “Ho cominciato in veste di artista-antropologa – spiega Mir – ma poi mi sono sentita anche un prete, uno strizzacervelli e, a tratti, una specie di spazzina”. Un’esperienza, per sua natura, irripetibile che adesso è entrata a far parte della collezione del Pecci. Chissà che un giorno possa arrivare a Palermo, proprio lì dove tutto ha avuto inizio.

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