La peste a Palermo, epidemie e miracoli nell’arte

Tre quadri custoditi al Museo Diocesano furono realizzati per celebrare la liberazione dalle ondate di contagi che afflissero la città nei secoli passati

di Giulio Giallombardo

Era il castigo divino che dilagava per punire i peccati degli uomuni. Arrivava da lontano e non lasciava scampo, mietendo vittime rapidamente. Poi la sua furia virulenta si arrestava e la gente stremata gridava al miracolo. Nei giorni in cui una ben diversa pandemia minaccia il mondo intero, riaffiora la memoria storica e religiosa delle grandi epidemie di peste che s’incisero nei secoli. Come spesso avviene in questi casi, l’arte diventa testimone privilegiata di un’epoca ancor più dei libri di storia, così ecco tornare attuali tre quadri custoditi nel Museo Diocesano di Palermo. Sono dipinti stilisticamente differenti, realizzati come ex voto dopo tre epidemie di peste che colpirono la città, e che verranno ancor meglio valorizzati nel nuovo allestimento del museo che, terminata l’emergenza sanitaria di questi mesi, sarà inaugurato e aperto al pubblico.

Il dipinto di Mario di Laurito

La prima tavola proviene dalla chiesa di Santa Venera, che si trova alla Kalsa, sopra i bastioni della porta normanna di Termini, eretta proprio per ringraziare la santa, già patrona della città, per la fine dell’epidemia del 1493. Una devozione che si rinnovò qualche anno più tardi nel 1529, quando la peste tornò a flagellare la città. Il quadro attribuito al pittore campano post raffaelita Mario di Laurito fu realizzato l’anno dopo, nel 1530, ed è legato una vicenda miracolosa. “Durante l’epidemia si racconta che un siracusano infetto entrando a Palermo fu fermato da una forza invisibile di fronte alla chiesa di Santa Venera e alla protezione della santa è dedicato questo quadro attribuito al pittore campano”, spiega Pierfrancesco Palazzotto, vicedirettore e curatore scientifico del Museo Diocesano di Palermo.

Particolare che raffigura Palermo

“La tavola è chiaramente un ex voto con le diverse gerarchie – spiega Palazzotto – . In alto la Vergine col Bambino nel piano celeste, circondata da cherubini e angeli e subito sotto sulla sinistra i santi protettori contro le epidemie, Rocco e Sebastiano, insieme a Santa Venera, mentre a destra delle figure ancora da identificare, ma che probabilmente raffigurano le sante patrone della città, Cristina, Ninfa, Agata e Oliva. In basso, circondata dalle mura, c’è Palermo, con la Cattedrale e Palazzo Sclafani in primo piano sulla sinistra. Questo quadro è molto importante oltre che per la sua bellezza, anche come documento storico della città”.

L’opera di Simone de Wobreck

Il secondo dipinto, più grande e complesso, è del fiammingo Simone de Wobreck e si riferisce a una seconda epidemia di peste che dilagò a Palermo nel 1575. Realizzato un anno dopo, proviene dall’ex chiesa di San Rocco, poi reintitolata ai Santissimi Cosma e Damiano in piazza Beati Paoli. “Qui l’epidemia è rappresentata proprio come flagello divino per i peccati compiuti. In alto Dio, che sembra quasi Zeus con le frecce, associate sempre alle pestilenze e che troviamo anche nel Trionfo della morte di Palazzo Abatellis. Poi ci sono Cristo e la Vergine con i segni della Passione e i santi intercessori impetrano la grazia. Tornano San Rocco e San Sebastiano e anche Santa Cristina e Santa Ninfa. In basso, sempre la città, con la processione del croficisso del Cristo Chiaromonte della Cattedrale, con grande adunanza di popolo, tra i quali spiccano i fedeli della Compagnia dei Bianchi posti al centro”.

“Santa Rosalia intercede per Palermo”, di Vincenzo La Barbera

L’ultimo quadro del Museo Diocesano, infine, è legato alla terribile e più nota pestilenza del 1624 e la protagonista non può che essere Santa Rosalia. Opera del pittore manierista Vincenzo La Barbera, proveniente dalla Cattedrale, pone l’attenzione per la prima volta su Monte Pellegrino, dove furono ritrovate le ossa attribuite alla Santuzza. “In quest’opera – spiega ancora Palazzotto – Rosalia è posta sopra la Cala che è il porto da cui è entrata la peste e allo stesso modo, attraverso le mani della Santa che intercede, entra la grazia che libera la città dall’epidemia. In basso c’è anche una bella rappresentazione del vecchio porto con il Castello a Mare”. Tre opere legate da un filo rosso che attraversa i secoli e arriva fino al nostro tempo, ancora una volta minacciato da un contagio di cui non si intravede la fine. “Questa pandemia – osserva Palazzotto – ci dà la possibilità di comprendere alcune cose del passato che a noi apparivano lontane, ci fa capire meglio certe dinamiche che sembravano assolutamente distanti dal nostro modo di vivere. Magari con meno fervore rispetto al passato, le credenze religiose in questi casi tornano fuori”.

(Foto: Museo Diocesano di Palermo)

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