Nel museo dove i vecchi computer tornano in vita

La passione di un gruppo di “smanettoni” di tutta Europa con incarichi tra Google, Amazon e Facebook, si è trasformata in un centro espositivo e interattivo dove si viaggia nella storia dell’informatica. Fino alla sfida del restauro di un gigantesco dinosauro tecnologico…

di Antonella Lombardi

Steve Jobs aveva fondato la Apple nel suo garage, loro hanno iniziato a raccogliere vecchi computer nel centro sociale Auro di Catania per rimetterli in funzione. E se il genio visionario di Jobs ha anticipato il futuro con la sua “mela”, qui un gruppo di appassionati ha realizzato un’idea guardando invece al passato tecnologico. Non è certo l’unica differenza, ma a unire le due storie è la passione per l’informatica e la sfida della sperimentazione continua. Dagli anni ’90 a oggi, infatti, hanno racimolato e riparato oltre 2000 macchine che ora espongono a Palazzolo Acreide, in provincia di Siracusa, nel Museo dell’Informatica funzionante (MIF), sono gemellati con il museo interattivo di Archeologia informatica (MIAI) di Cosenza, godono della fiducia Unesco e della Free software Foundation, e hanno raccolto intorno a sé una folta comunità internazionale di ricercatori, scienziati e semplici appassionati che li supporta in molti progetti. “Loro” sono una ventina di attivisti sparsi in giro per l’Europa con diversi incarichi tra Google, Amazon, Facebook, e forniscono il sostegno economico alle loro attività che, precisano, “non hanno ricevuto alcun aiuto o interesse dalle amministrazioni locali”.
Il MIF è nato nel 1994 da un’idea di Gabriele Zaverio, siracusano, e inizialmente doveva essere una collezione di pezzi “vintage” da riutilizzare. “Ma non un museo tradizionale con oggetti immobili in teche di vetro dove i visitatori passano e se ne vanno. Man mano che i pezzi aumentavano, però, – racconta Gabriele, direttore del museo – è arrivato il coinvolgimento di tre organizzazioni diverse, il Freaknet medialab che è stato il primo laboratorio in Italia che forniva gratuitamente email e accessi ad internet ed era ospitato al centro sociale di Catania, un gruppo di programmatori di software libero, Dyne.org, e altri informatici del Poetry Hacklab. La gente iniziava a portarci macchine molto vecchie, anche periferiche e manuali, la nostra sfida era rimetterle in funzione, accenderle, caricare i programmi, un po’ come fanno i bambini quando smontano un giocattolo. Del resto, l’imperativo degli hackers è sempre stato ‘hands on’! Cioè ‘metterci le mani sopra’, per cui pensavamo a un museo dove le persone potessero provare dal vivo i computer storici, e cosi è stato: per quelli più complessi e delicati lo si può fare sotto la supervisione dei nostri tecnici”.
Ma i progetti non si sono fermati al museo di Palazzolo, dove si organizzano anche corsi di formazione e di recupero dati da media obsoleti. Grazie alla rete di contatti che negli anni si sono costruiti, i promotori hanno realizzato un’impresa quasi titanica: trasferire in Italia un enorme e storico computer, “un sistema GE-120 prodotto nel 1969 dalla General Electric Information Systems Italia che era utilizzato all’interno dell’aeroporto di Zurigo – ricorda Gabriele – Per noi una bella sfida, perché la General Electric si stava fondendo con la Olivetti, ci sono quattro marchi diversi sulla macchina e su quella sono stati fatti i primi esperimenti di musica elettronica. Il proprietario, Markus, che lavorava come tecnico in aeroporto, aveva conservato per anni nella sua casa di campagna questo dinosauro tecnologico che alla fine è pesato cinque tonnellate, abbiamo dovuto riempire due camion e mezzo per portarlo dalla Svizzera”. Un imprevisto, quello del peso, che non avevano calcolato, al punto da dovere lanciare una raccolta di crowdfunding per reperire i fondi necessari e trovare una sede alternativa a quelle, già affollate, di Palazzolo e Cosenza. “Alla fine abbiamo raccolto i 3500 euro necessari, tra investitori on line e sul territorio. “Per fortuna c’è la documentazione della macchina, abbiamo intervistato il progettista, che era di Milano, e, ora tenteremo il restauro, anche se sarà complicato”.
Insieme a Emiliano Russo, dell’associazione “Verde Binario” che gestisce il MIAI di Cosenza, tentano poi di ricostruire la genesi di quello che hanno chiamato un “Rimbaud virtuale”, esplorando i rapporti tra scienza e letteratura. L’esperimento poetico era stato fatto nel 1961 da Nanni Balestrini, “che aveva utilizzato un pc per ricombinare in modo imprevisto frammenti di altre poesie di autori diversi – dice Gabriele – in una sorta di happening avvenuto nei sotterranei della cassa di risparmio delle province lombarde, alla presenza di Umberto Eco e del musicista Luciano Berio, a Milano. Il nome della poesia ricavata alla fine era preso da uno dei nastri magnetici del computer IBM 7070, un processo ricostruito nell’ ‘Almanacco letterario Bompiani – le applicazioni dei calcolatori elettronici alle scienze morali e alla letteratura’ pubblicato nel 1962”.
Il gruppo riesce a ricostruire l’algoritmo in grado di riprodurre l’esperimento su un moderno computer. “Ci siamo interrogati su questa operazione e su quale alla fine fosse la vera opera, se l’evento del 1961 o la poesia scelta da metri e metri di tabulato… alla fine abbiamo regalato a Balestrini un piccolo box/tv di legno che riproduce su un tubo catodico in bianco e nero le poesie generate dal nostro software”. A realizzarlo, oltre Gabriele ed Emiliano anche Vittorio Bellanich, ed è piaciuto cosi tanto al poeta da “averlo esposto nella sua mostra personale allo Zkm (Zentrum für Kunst und Medientechnologie, centro per l’arte e la tecnologia dei media di Karlsruhe, ndr) in Germania. Tutto ciò che facciamo è frutto di volontariato, crediamo profondamente nel valore della ricerca e del sapere condiviso, in fondo cerchiamo di salvare la storia dell’informatica dalle discariche”.

La passione di un gruppo di “smanettoni” di tutta Europa con incarichi tra Google, Amazon e Facebook, è diventato un centro espositivo e interattivo dove si viaggia nella storia dell’informatica. Ora la sfida del restauro di un gigantesco dinosauro tecnologico…

di Antonella Lombardi

Steve Jobs aveva fondato la Apple nel suo garage, loro hanno iniziato a raccogliere vecchi computer nel centro sociale Auro di Catania per rimetterli in funzione. E se il genio visionario di Jobs ha anticipato il futuro con la sua “mela”, qui un gruppo di appassionati ha realizzato un’idea guardando invece al passato tecnologico. Non è certo l’unica differenza, ma a unire le due storie è la passione per l’informatica e la sfida della sperimentazione continua. Dagli anni ’90 a oggi, infatti, hanno racimolato e riparato oltre 2000 macchine che ora espongono a Palazzolo Acreide, in provincia di Siracusa, nel Museo dell’Informatica funzionante (MIF), sono gemellati con il museo interattivo di Archeologia informatica (MIAI) di Cosenza, godono della fiducia Unesco e della Free software Foundation, e hanno raccolto intorno a sé una folta comunità internazionale di ricercatori, scienziati e semplici appassionati che li supporta in molti progetti. “Loro” sono una ventina di attivisti sparsi in giro per l’Europa con diversi incarichi tra Google, Amazon, Facebook, e forniscono il sostegno economico alle loro attività che, precisano, “non hanno ricevuto alcun aiuto o interesse dalle amministrazioni locali”.
Il MIF è nato nel 1994 da un’idea di Gabriele Zaverio, siracusano, e inizialmente doveva essere una collezione di pezzi “vintage” da riutilizzare. “Ma non un museo tradizionale con oggetti immobili in teche di vetro dove i visitatori passano e se ne vanno. Man mano che i pezzi aumentavano, però, – racconta Gabriele, direttore del museo – è arrivato il coinvolgimento di tre organizzazioni diverse, il Freaknet medialab che è stato il primo laboratorio in Italia che forniva gratuitamente email e accessi ad internet ed era ospitato al centro sociale di Catania, un gruppo di programmatori di software libero, Dyne.org, e altri informatici del Poetry Hacklab. La gente iniziava a portarci macchine molto vecchie, anche periferiche e manuali, la nostra sfida era rimetterle in funzione, accenderle, caricare i programmi, un po’ come fanno i bambini quando smontano un giocattolo. Del resto, l’imperativo degli hackers è sempre stato ‘hands on’! Cioè ‘metterci le mani sopra’, per cui pensavamo a un museo dove le persone potessero provare dal vivo i computer storici, e cosi è stato: per quelli più complessi e delicati lo si può fare sotto la supervisione dei nostri tecnici”.
Ma i progetti non si sono fermati al museo di Palazzolo, dove si organizzano anche corsi di formazione e di recupero dati da media obsoleti. Grazie alla rete di contatti che negli anni si sono costruiti, i promotori hanno realizzato un’impresa quasi titanica: trasferire in Italia un enorme e storico computer, “un sistema GE-120 prodotto nel 1969 dalla General Electric Information Systems Italia che era utilizzato all’interno dell’aeroporto di Zurigo – ricorda Gabriele – Per noi una bella sfida, perché la General Electric si stava fondendo con la Olivetti, ci sono quattro marchi diversi sulla macchina e su quella sono stati fatti i primi esperimenti di musica elettronica. Il proprietario, Markus, che lavorava come tecnico in aeroporto, aveva conservato per anni nella sua casa di campagna questo dinosauro tecnologico che alla fine è pesato cinque tonnellate, abbiamo dovuto riempire due camion e mezzo per portarlo dalla Svizzera”. Un imprevisto, quello del peso, che non avevano calcolato, al punto da dovere lanciare una raccolta di crowdfunding per reperire i fondi necessari e trovare una sede alternativa a quelle, già affollate, di Palazzolo e Cosenza. “Alla fine abbiamo raccolto i 3500 euro necessari, tra investitori on line e sul territorio. “Per fortuna c’è la documentazione della macchina, abbiamo intervistato il progettista, che era di Milano, e, ora tenteremo il restauro, anche se sarà complicato”.
Insieme a Emiliano Russo, dell’associazione “Verde Binario” che gestisce il MIAI di Cosenza, tentano poi di ricostruire la genesi di quello che hanno chiamato un “Rimbaud virtuale”, esplorando i rapporti tra scienza e letteratura. L’esperimento poetico era stato fatto nel 1961 da Nanni Balestrini, “che aveva utilizzato un pc per ricombinare in modo imprevisto frammenti di altre poesie di autori diversi – dice Gabriele – in una sorta di happening avvenuto nei sotterranei della cassa di risparmio delle province lombarde, alla presenza di Umberto Eco e del musicista Luciano Berio, a Milano. Il nome della poesia ricavata alla fine era preso da uno dei nastri magnetici del computer IBM 7070, un processo ricostruito nell’ ‘Almanacco letterario Bompiani – le applicazioni dei calcolatori elettronici alle scienze morali e alla letteratura’ pubblicato nel 1962”.
Il gruppo riesce a ricostruire l’algoritmo in grado di riprodurre l’esperimento su un moderno computer. “Ci siamo interrogati su questa operazione e su quale alla fine fosse la vera opera, se l’evento del 1961 o la poesia scelta da metri e metri di tabulato… alla fine abbiamo regalato a Balestrini un piccolo box/tv di legno che riproduce su un tubo catodico in bianco e nero le poesie generate dal nostro software”. A realizzarlo, oltre Gabriele ed Emiliano anche Vittorio Bellanich, ed è piaciuto cosi tanto al poeta da “averlo esposto nella sua mostra personale allo Zkm (Zentrum für Kunst und Medientechnologie, centro per l’arte e la tecnologia dei media di Karlsruhe, ndr) in Germania. Tutto ciò che facciamo è frutto di volontariato, crediamo profondamente nel valore della ricerca e del sapere condiviso, in fondo cerchiamo di salvare la storia dell’informatica dalle discariche”.

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