Nuovi reperti normanni in mostra a Palazzo Reale

Prorogata l’esposizione “Castrum Superius” che si arricchisce di altri pezzi pregiati in collaborazione con i Musei Capitolini e la Fondazione Santarelli

di Antonio Schembri

Arte e archeologia illustrati con percorsi “sensoriali” che permettono di attraversare secoli di storia grazie alle tecnologie digitali. Coinvolge e trasporta sempre di più questa nuova frontiera della comunicazione culturale. Lo confermano i numeri in crescita di mostre nella Penisola. Soprattutto in Sicilia lo sta dimostrando “Castrum Superius”, l’esposizione in corso da metà maggio 2019 nel Palazzo Reale di Palermo: in meno di 8 mesi, nelle sale Duca di Montalto all’interno della più antica residenza reale d’Europa, sede anche del primo parlamento del Continente, si sono soffermati quasi 406mila visitatori. Tra questi un numero in crescita di turisti stranieri, in larga parte concordi sull’apprezzamento della qualità degli allestimenti e la precisione delle descrizioni di questa mostra, indicata peraltro come evento imperdibile durante un fine settimana a Palermo anche dalle pagine dedicate ai viaggi di alcuni autorevoli magazine internazionali, come ha fatto recentemente il britannico The Telegraph.

La mostra Castrum Superius

Un’attenzione che ha indotto gli organizzatori di questo appassionante viaggio nel Regnum Siciliae – risultato di un progetto inter-istituzionale della Fondazione Federico II in collaborazione con l’Assemblea regionale siciliana, il Dipartimento regionale dei Beni culturali, la Soprintendenza per i Beni culturali e il Centro regionale per la Progettazione e il Restauro – a prorogare la sua durata fino al 23 febbraio. Con l’aggiunta di alcune rilevanti novità.

Capitello con aquile

Da lunedì 13 gennaio, la visita nel Castrum Superius sarà infatti arricchita da cinque nuovi reperti normanni. Si tratta anzitutto della preziosa statuetta effigiante Costanza d’Altavilla, di una testa leonina in porfido, simbolo del potere dei regnanti e di un capitello attorno al quale sono scolpite figure di aquile. A questi oggetti vanno ad aggiungersi anche un cammeo con testa maschile e un intaglio che rappresenta una maschera.

Busto di Costanza d’Altavilla

L’operazione è il risultato della nuova collaborazione tra l’ente culturale e informativo dell’Ars con i Musei Capitolini e la Fondazione Santarelli. Si intensificano quindi le suggestioni di un viaggio tra gli svariati capolavori esposti nei locali alla base del grande edificio fondato su precedenti strutture islamiche, romane e fenicio-puniche. Oggetti che simboleggiano le culture bizantina, islamica, normanna, lombarda e latina che, convivendo durante quel regno illuminato, contribuirono al fasto dei sovrani normanni. Si viaggia tra frammenti di sarcofagi in porfido, stele marmoree, plutei, frammenti architettonici in opus sectile, mosaici nonché cofanetti in avorio, pergamene e documenti, frammenti lignei, opifici, reliquiari e monete.

Lapide sepolcrale
Lapide sepolcrale

Ci sono l’emblematica lapide sepolcrale con quattro iscrizioni in greco, latino, ebraico e arabo commissionata dal prete Grisanto per la madre defunta e la lastra che reca un’iscrizione araba in versi in carattere naskhi. Si viene poi irresistibilmente calamitati verso il piano superiore del bastione, dove la Cappella Palatina, una delle chiese più belle del mondo, offre, tra tanti altri capolavori, il mosaico del Cristo Pantocratore e il soffitto ligneo a muqarnas della sua navata centrale: tutti prodotti del lavoro di operai, artigiani e artisti legati alle tradizioni latina e bizantina, ma arrivati soprattutto dal mondo islamico del Medio Oriente per glorificare Ruggero II.

Uno dei reperti in mostra

Un successo, quello di “Castrum Superius”, legato anche al funzionamento di una curatela collegiale di respiro internazionale, composta da diversi tra medievalisti, critici d’arte e architetti (tra questi Henri Bresc, Vladimir Žorić, Maria Concetta Di Natale, Giuseppe Barbera, Maria Maddalena De Luca, Antonino Giuffrida e Stefano Vassallo). Palazzo dei Normanni si conferma quindi come simbolo del dialogo e della cooperazione tra popoli. Come fu a partire da nove secoli fa.

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