Non solo Rosalia, quei martiri giapponesi che proteggono Palermo

Paolo Miki, Giovanni Soan di Goto, Giacomo Kisai sono tre martiri gesuiti compatroni della città, a cui è dedicata anche una pala d’altare a Casa Professa. Una conferenza-spettacolo ne celebra il ricordo

di Marco Russo

Una storia di devozione e sacrificio che lega il Sol Levante a Palermo. A proteggere la città, insieme alla Santuzza, e alle note Santa Ninfa, Cristina, Agata e San Benedetto il Moro, ci sono anche tre protomartiri gesuiti giapponesi, uccisi nel febbraio del 1597 a Nagasaki, insieme ad altri 23 religiosi proclamati santi. A loro è dedicata una pala d’altare custodita al centro della cappella dei Santissimi Confessori a Casa Professa e per ricordarli, nella stessa chiesa, venerdì 3 dicembre alle 21, è in programma anche una conferenza-spettacolo, realizzata dal Gonzaga Campus, con il sostegno della Città Metropolitana di Palermo.

Casa Professa (foto Fabio P., Wikipedia)

L’evento, a cui è collegata anche una mostra visitabile fino al prossimo 12 dicembre, s’intitola “La luce dei martiri” e fa parte delle celebrazioni in tutto il mondo dell’Anno Ignaziano, in occasione del quattrocentesimo anniversario della canonizzazione dei santi Ignazio di Loyola e Francesco Saverio e il cinquecentesimo della conversione di Sant’Ignazio.

Un dipinto ritrae la crocifissione di Paolo Miki e dei suoi compagni (foto Chiesadimilano.it)

Paolo Miki, Giovanni Soan di Goto, Giacomo Kisai – questi i nomi dei santi giapponesi compatroni di Palermo – sono stati condannati alla crocifissione, durante la persecuzione anticristiana in Giappone. Un’ostilità che raggiunge il suo culmine nel 1596, quando si scatena una “caccia” agli occidentali, quasi tutti religiosi, e ai cristiani, considerati traditori. Paolo Miki, nato vicino a Kyōto da una nobile famiglia giapponese, riceve il battesimo a 5 anni e a 22 entra nei gesuiti come novizio: dopo lo studio nei collegi dell’ordine, diventa un missionario.

La cupola di Casa Professa (foto Effems, Wikipedia)

La diffusione del Cristianesimo viene in un primo tempo tollerata dalle autorità locali, ma nel 1587 il daimyō Toyotomi Hideyoshi muta il suo atteggiamento nei confronti degli occidentali ed emana un decreto di espulsione dei missionari stranieri. Così Paolo, nel dicembre del 1596, viene arrestato con gli altri due compagni gesuiti, insieme a sei frati missionari spagnoli e ai loro diciassette discepoli locali, terziari francescani. Vengono crocifissi sulla collina di Tateyama, vicino a Nagasaki. Secondo la tradizione, Paolo continuò a predicare anche sulla croce, fino alla morte.

La notizia dell’efferato martirio colpisce anche i religiosi della Compagnia di Gesù di Palermo, come pure grande è stata l’impressione suscitata nel vicerè e nell’amministrazione cittadina. Così, dopo la canonizzazione dei Santi Ignazio di Loyola e di Francesco Saverio e dopo il miracolo dello scampato pericolo della peste a Palermo nel 1625, celebrato con la prima grande festa in onore di Santa Rosalia, il Senato di Palermo, memore del sacrificio dei tre gesuiti giapponesi, decide di proclamare i tre protomartiri compatroni della città insieme a Santa Rosalia, Sant’Agata, Santa Ninfa e Santa Cristina.

Sant’Ignazio di Loyola in un dipinto di Pieter Paul Rubens

Adesso Palermo ricorda i suoi “protettori” del Sol Levante con una conferenza-spettacolo curata da Giovanni Isgrò, docente di storia del teatro e dello spettacolo, storico ed esperto di drammaturgia sacra gesuitica. Lo spettacolo sarà realizzato dagli attori dell’associazione culturale B-Laterale, una giovane compagnia teatrale formata da attori diplomati all’Accademia del Dramma Antico di Siracusa, impegnati nel campo della drammaturgia contemporanea.

Casa Professa (foto tango7174, Wikipedia)

“Desideriamo fare conoscere ai cittadini una parte della storia di Palermo che è legata proprio alle figure di questi tre gesuiti. In particolare, l’evento culturale si inserisce in un contesto di performance dove si racconta l’avventura gesuitica in Giappone che inizia proprio con i tre protomartiri giapponesi – afferma Isgrò – che vennero uccisi insieme ad altri 23 cristiani con il martirio della croce. Noi cerchiamo di mettere in evidenza, con pochi segmenti pre-teatrali, quale è stato il significato di questo martirio. Lo spettacolo viene reso con lo stile della drammaturgia gesuitica che non tutti conoscono. Oggi la spina dorsale delle dinamiche drammaturgiche dell’età moderna è proprio ritrovabile nel teatro gesuitico”.

“Con questo incontro vogliamo lanciare il messaggio – spiega Giovanni Notari, padre gesuita, presidente del Cda del Gonzaga Campus – che noi gesuiti siamo il presente grazie all’impegno e alla testimonianza di tutti coloro che ci hanno preceduto. Pertanto, vogliamo offrire alla città una testimonianza pubblica dell’azione dei gesuiti a partire da queste testimonianze che danno luce al nostro impegno di oggi”.

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