Museo delle Spartenze, memoria di migrazioni e addii

A Villafrati, a palazzo Filangieri, testimonianze, documenti e arredi d’epoca raccontano una Sicilia costretta a laceranti partenze. Con inediti da scoprire: dai “bambini del silenzio” alle odissee odierne nel Mediterraneo

di Antonella Lombardi

Quando il giorno dell’addio arrivava, i siciliani imbarcati consegnavano ai parenti sul molo in attesa il capo di un filo di lana che li univa. Nel momento in cui la nave, partendo, si allontanava dall’Isola, il filo si spezzava… e quel gomitolo stretto tra le mani diventava il simbolo di una “spartenza”, una separazione struggente e un legame che restava nei ricordi, anche oltreoceano. Quel simbolo oggi anima le stanze del “museo delle Spartenze” di Villafrati, diretto da Santo Lombino, a capo anche del comitato scientifico del sito. Una realtà nata neanche un anno fa nel palazzo Filangieri, in un baglio del Comune, dopo una mostra “Traversate siciliane – Sicilian crossings to America”, organizzata dalla rete siciliana dei musei dell’emigrazione. “Secondo le statistiche ufficiali da qui, tra la fine dell’800 e il 1915, sono partite oltre 50mila persone – racconta Lombino – in soli 35 anni l’area di Rocca Busambra ha visto andare via verso le Americhe intere generazioni, per questo abbiamo pensato di fare un museo che raccogliesse documenti, foto e testimonianze di un vasto comprensorio che riguarda una quindicina di comuni tra Corleone, Marineo, Bolognetta, Mezzojuso”.

Portando alla luce tragedie familiari a lungo rimosse, come i cosiddetti “bambini del silenzio”: “Abbiamo scoperto che vicino Losanna si era insediata una colonia di Villafratesi – ricostruisce il responsabile del museo – ma gli svizzeri non volevano una migrazione stanziale, permanente, contavano di utilizzare i lavoratori arrivati dalla Sicilia finché fossero attivi come manovalanza per poi rispedirli in patria, una volta esaurita la loro necessità. Per questo motivo non erano ammessi i bambini, che avrebbero complicato i rimpatri. Ai siciliani, anzi, ai villafratesi, restavano poche scelte: lasciare i bambini ai nonni, portarli in alcuni orfanotrofi al confine con la Svizzera o nasconderli alla polizia come clandestini. Questi “bambini del silenzio” sono stati centinaia – prosegue Lombino – e alcune loro testimonianze su quella separazione forzata dai genitori sono state raccolte e videoregistrate con la collaborazione della scuola media di Villafrati. Al museo abbiamo degli scritti, ma contiamo presto di avere anche dei supporti audiovisivi”. Un modo per coinvolgere e sensibilizzare gli studenti alla tolleranza, quando ad emigrare eravamo noi, prima dei migranti africani.

Non a caso, l’installazione di Domenico Giammanco che attraversa col filo di lana tutte le stanze del museo arriva fino ai giorni nostri, con “Due reportage fotografici, uno realizzato da Tony Gentile a bordo della nave Aquarius nel settembre 2017 – aggiunge Lombino – e uno di Nino Randazzo che nel 2013 ha documento la tragedia del 3 ottobre di Lampedusa, quando morirono oltre 300 migranti”.

Negli anni diversi emigrati hanno donato al museo preziosi documenti e testimonianze, dai filmati in super 8 girati da un siciliano di Bolognetta a un baule del 1901, fino al registro della gente di mare temporaneamente affidato dalla Capitaneria di porto di Palermo con annotati i dati del mozzi che andavano in mare dal 1850 al 1920. “Il museo è diviso in 4 sezioni, in una di queste abbiamo diversi documenti e testimonianze che riguardano il viaggio in nave o le società di mutuo soccorso che nascevano per far superare le difficoltà di insediamento una volta sbarcati. Di alcuni club conserviamo parte degli arredi”.

Tra valigie d’epoca, lettere di emigrati, fotografie e passaporti, in questo luogo dove la nostalgia e le difficoltà di integrazione diventano narrazione non mancano anche testimonianze su come era la Sicilia: dalle crisi che spinsero gli isolani a partire, alla natura del porto di Palermo che, nei primi del Novecento “Non era attrezzato per l’attracco delle grandi navi, per cui i passeggeri in partenza venivano portati al largo su una zattera per poi salire sulla nave”.

Tra i progetti futuri c’è lo studio di un percorso in inglese e un gemellaggio, a ottobre, con il museo interattivo delle migrazioni di Belluno. Il museo comunale delle Spartenze è visitabile dal martedi al venerdi dalle 9 alle 13, e su prenotazione, per gruppi i giorni festivi chiamando il numero 091 8291351.

A Villafrati, a palazzo Filangieri, testimonianze, documenti e arredi d’epoca raccontano una Sicilia costretta a laceranti partenze. Con inediti da scoprire: dai “bambini del silenzio” alle odissee odierne nel Mediterraneo

 

di Antonella Lombardi

Quando il giorno dell’addio arrivava, i siciliani imbarcati consegnavano ai parenti sul molo in attesa il capo di un filo di lana che li univa. Nel momento in cui la nave, partendo, si allontanava dall’Isola, il filo si spezzava… e quel gomitolo stretto tra le mani diventava il simbolo di una “spartenza”, una separazione struggente e un legame che restava nei ricordi, anche oltreoceano. Quel simbolo oggi anima le stanze del “museo delle Spartenze” di Villafrati, diretto da Santo Lombino, a capo anche del comitato scientifico del sito. Una realtà nata neanche un anno fa nel palazzo Filangieri, in un baglio del Comune, dopo una mostra “Traversate siciliane – Sicilian crossings to America”, organizzata dalla rete siciliana dei musei dell’emigrazione. “Secondo le statistiche ufficiali da qui, tra la fine dell’800 e il 1915, sono partite oltre 50mila persone – racconta Lombino – in soli 35 anni l’area di Rocca Busambra ha visto andare via verso le Americhe intere generazioni, per questo abbiamo pensato di fare un museo che raccogliesse documenti, foto e testimonianze di un vasto comprensorio che riguarda una quindicina di comuni tra Corleone, Marineo, Bolognetta, Mezzojuso”.

Portando alla luce tragedie familiari a lungo rimosse, come i cosiddetti “bambini del silenzio”: “Abbiamo scoperto che vicino Losanna si era insediata una colonia di Villafratesi – ricostruisce il responsabile del museo – ma gli svizzeri non volevano una migrazione stanziale, permanente, contavano di utilizzare i lavoratori arrivati dalla Sicilia finché fossero attivi come manovalanza per poi rispedirli in patria, una volta esaurita la loro necessità. Per questo motivo non erano ammessi i bambini, che avrebbero complicato i rimpatri. Ai siciliani, anzi, ai villafratesi, restavano poche scelte: lasciare i bambini ai nonni, portarli in alcuni orfanotrofi al confine con la Svizzera o nasconderli alla polizia come clandestini. Questi “bambini del silenzio” sono stati centinaia – prosegue Lombino – e alcune loro testimonianze su quella separazione forzata dai genitori sono state raccolte e videoregistrate con la collaborazione della scuola media di Villafrati. Al museo abbiamo degli scritti, ma contiamo presto di avere anche dei supporti audiovisivi”. Un modo per coinvolgere e sensibilizzare gli studenti alla tolleranza, quando ad emigrare eravamo noi, prima dei migranti africani.

Non a caso, l’installazione di Domenico Giammanco che attraversa col filo di lana tutte le stanze del museo arriva fino ai giorni nostri, con “Due reportage fotografici, uno realizzato da Tony Gentile a bordo della nave Aquarius nel settembre 2017 – aggiunge Lombino – e uno di Nino Randazzo che nel 2013 ha documento la tragedia del 3 ottobre di Lampedusa, quando morirono oltre 300 migranti”.

Negli anni diversi emigrati hanno donato al museo preziosi documenti e testimonianze, dai filmati in super 8 girati da un siciliano di Bolognetta a un baule del 1901, fino al registro della gente di mare temporaneamente affidato dalla Capitaneria di porto di Palermo con annotati i dati del mozzi che andavano in mare dal 1850 al 1920. “Il museo è diviso in 4 sezioni, in una di queste abbiamo diversi documenti e testimonianze che riguardano il viaggio in nave o le società di mutuo soccorso che nascevano per far superare le difficoltà di insediamento una volta sbarcati. Di alcuni club conserviamo parte degli arredi”.

Tra valigie d’epoca, lettere di emigrati, fotografie e passaporti, in questo luogo dove la nostalgia e le difficoltà di integrazione diventano narrazione non mancano anche testimonianze su come era la Sicilia: dalle crisi che spinsero gli isolani a partire, alla natura del porto di Palermo che, nei primi del Novecento “Non era attrezzato per l’attracco delle grandi navi, per cui i passeggeri in partenza venivano portati al largo su una zattera per poi salire sulla nave”.

Tra i progetti futuri c’è lo studio di un percorso in inglese e un gemellaggio, a ottobre, con il museo interattivo delle migrazioni di Belluno. Il museo comunale delle Spartenze è visitabile dal martedi al venerdi dalle 9 alle 13, e su prenotazione, per gruppi i giorni festivi chiamando il numero 091 8291351.

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