L’ultimo carradore di Agrigento

Nella città dei Templi c’è una collezione che affascina i turisti che arrivano in visita. E che ha fatto breccia anche nel cuore dello scrittore Andrea Camilleri

di Antonella Lombardi

Quando i turisti americani finiscono la visita della sua collezione di carretti siciliani, interamente costruiti dal padre, hanno tutti gli occhi lucidi. Perché la storia che Marcello La Scala racconta da Agrigento, dove vive, è quella di un amore che ha attraversato generazioni, cambiamenti epocali e avversità. Qui campeggiano cinque carretti realizzati dal padre Raffaele, ultimo carradore di Agrigento. Un’arte appresa a Comiso, dove è cresciuto, quando aveva appena cinque anni. Rimasto orfano, Raffaele inizia subito a formarsi alle scuole dei grandi carradori, dove va il pomeriggio, appena finita la scuola. A 14 anni costruisce il suo primo carretto, a 16 apre una sua bottega a Grammichele, ma presto viene convinto a trasferirsi ad Agrigento dove i suoi lavori sono molto richiesti e non esiste una scuola consolidata di artigiani simili.

“Mio padre arriva qui nel 1946 – racconta Marcello – e si trova all’improvviso a dover riunire quattro mestieri in uno: per realizzare un carretto, infatti, occorrono l’intagliatore, lo scultore, il fabbro, il carradore che assembla i vari pezzi e, infine, il pittore. A parte l’ultima arte le ha apprese e praticate tutte. Era il meccanico dell’epoca, da lui si andava per cambiare un raggio della ruota, sistemare la sponda, ferrare il carretto”. Un sapere antico costruito giorno per giorno, in una Sicilia del dopoguerra che “non butta nulla, ma ricicla gli attrezzi che non servono più per altri usi, una mentalità che non conosceva ancora il consumismo”, dice Marcello. E che conquista persino lo scrittore Andrea Camilleri, che decide di andare a conoscere l’ultimo carradore di Agrigento con la propria famiglia. “Quando guardo le foto mi emoziono ancora, perché è stato un incontro molto intenso – ricorda Marcello – lo scrittore, che ammiro molto, ha voluto a tutti i costi che ci fossero anche i suoi nipoti, perché conoscessero i valori di un mestiere cosi antico, umile e ingegnoso”. 
Poi, intorno al ’62 la motorizzazione soppianta l’uso del carretto come mezzo e quest’antica manualità artigiana, come altre, pian piano è destinata all’estinzione, fatalmente legata alle figure di chi l’ha praticata nei paesi. Da questa consapevolezza nasce la necessità di garantire comunque un futuro alla famiglia che apre una bottega di alimentari, una panineria dove ancora oggi Marcello lavora e si divide con l’attività di divulgazione del mestiere di carradore.

Eppure il figlio non si arrende e custodisce con scrupolo ogni cosa messa via dall’ artigiano che, senza quei ferri, tenuti in mano da bambino, non è più felice: “Negli anni ho conservato tutto, dagli attrezzi ai documenti della contabilità – dice Marcello – e questo poi ci ha aiutato nel riconoscimento da parte della Regione siciliana dell’attività di carradore di mio padre tra quelle iscritte nel Rei, il registro delle eredità immateriali”. Ma Marcello, che da bambino per stare buono aveva ricevuto dal padre chiavi e attrezzi da bottega per tenersi occupato, non si ferma qui e nel 1983 decide di avviare una sua collezione privata dei carretti.

Se il padre, nella sua carriera, ne aveva riparati un centinaio e realizzati una trentina, è la spinta dei nipoti, terza generazione, a spronarlo a farne ancora. “Sono convinto che senza storia non si possa vivere – spiega Marcello – e così l’ho persuaso a lasciare un ricordo concreto a loro, perché lo vedessero all’opera”.

Si inizia con un carretto in miniatura, ma Marcello stuzzica il padre con l’idea di un progetto più ambizioso per poter fare dei giri a cavallo, come una volta. I carretti diventano così 5 e oggi, nonostante l’impegno instancabile per chiedere “una mano alle istituzioni per realizzare un museo per questi manufatti che testimoniano una Sicilia antica – dice – mi impegno per farli conoscere a tutti, aprendo su appuntamento casa mia, e facendo visite guidate, aiutato da mia figlia, ma dedicate anche ai turisti anglosassoni con tour in inglese”. Le prenotazioni, infatti, possono essere fatte ai numeri di Marcello La Scala: 360398231 e 0922604966 che promette “sorprese ed emozioni da toccare con mano e scoprire solo venendo qui, ad Agrigento”.

Il suo auspicio è la costruzione di un circuito turistico che non si fermi alla Valle dei Templi, ma abbracci anche saperi artigiani che hanno un forte fascino, “tesori viventi da tutelare con orgoglio e gelosia”, dice, mentre è alle prese con il suo lavoro in panineria. “In futuro vorrei dedicarmi solo alla divulgazione e alla cura di quest’arte, ai giovani piace, va fatta conoscere. E diffusa, e tocca a noi, ultimi testimoni di bellezza”.

Nella città dei Templi c’è una collezione che affascina i turisti che arrivano in visita. E che ha fatto breccia anche nel cuore dello scrittore Andrea Camilleri

di Antonella Lombardi

Quando i turisti americani finiscono la visita della sua collezione di carretti siciliani, interamente costruiti dal padre, hanno tutti gli occhi lucidi. Perché la storia che Marcello La Scala racconta da Agrigento, dove vive, è quella di un amore che ha attraversato generazioni, cambiamenti epocali e avversità. Qui campeggiano cinque carretti realizzati dal padre Raffaele, ultimo carradore di Agrigento. Un’arte appresa a Comiso, dove è cresciuto, quando aveva appena cinque anni. Rimasto orfano, Raffaele inizia subito a formarsi alle scuole dei grandi carradori, dove va il pomeriggio, appena finita la scuola. A 14 anni costruisce il suo primo carretto, a 16 apre una sua bottega a Grammichele, ma presto viene convinto a trasferirsi ad Agrigento dove i suoi lavori sono molto richiesti e non esiste una scuola consolidata di artigiani simili.

“Mio padre arriva qui nel 1946 – racconta Marcello – e si trova all’improvviso a dover riunire quattro mestieri in uno: per realizzare un carretto, infatti, occorrono l’intagliatore, lo scultore, il fabbro, il carradore che assembla i vari pezzi e, infine, il pittore. A parte l’ultima arte le ha apprese e praticate tutte. Era il meccanico dell’epoca, da lui si andava per cambiare un raggio della ruota, sistemare la sponda, ferrare il carretto”. Un sapere antico costruito giorno per giorno, in una Sicilia del dopoguerra che “non butta nulla, ma ricicla gli attrezzi che non servono più per altri usi, una mentalità che non conosceva ancora il consumismo”, dice Marcello. E che conquista persino lo scrittore Andrea Camilleri, che decide di andare a conoscere l’ultimo carradore di Agrigento con la propria famiglia. “Quando guardo le foto mi emoziono ancora, perché è stato un incontro molto intenso – ricorda Marcello – lo scrittore, che ammiro molto, ha voluto a tutti i costi che ci fossero anche i suoi nipoti, perché conoscessero i valori di un mestiere cosi antico, umile e ingegnoso”. 
Poi, intorno al ’62 la motorizzazione soppianta l’uso del carretto come mezzo e quest’antica manualità artigiana, come altre, pian piano è destinata all’estinzione, fatalmente legata alle figure di chi l’ha praticata nei paesi. Da questa consapevolezza nasce la necessità di garantire comunque un futuro alla famiglia che apre una bottega di alimentari, una panineria dove ancora oggi Marcello lavora e si divide con l’attività di divulgazione del mestiere di carradore.

Eppure il figlio non si arrende e custodisce con scrupolo ogni cosa messa via dall’ artigiano che, senza quei ferri, tenuti in mano da bambino, non è più felice: “Negli anni ho conservato tutto, dagli attrezzi ai documenti della contabilità – dice Marcello – e questo poi ci ha aiutato nel riconoscimento da parte della Regione siciliana dell’attività di carradore di mio padre tra quelle iscritte nel Rei, il registro delle eredità immateriali”. Ma Marcello, che da bambino per stare buono aveva ricevuto dal padre chiavi e attrezzi da bottega per tenersi occupato, non si ferma qui e nel 1983 decide di avviare una sua collezione privata dei carretti.

Se il padre, nella sua carriera, ne aveva riparati un centinaio e realizzati una trentina, è la spinta dei nipoti, terza generazione, a spronarlo a farne ancora. “Sono convinto che senza storia non si possa vivere – spiega Marcello – e così l’ho persuaso a lasciare un ricordo concreto a loro, perché lo vedessero all’opera”.

Si inizia con un carretto in miniatura, ma Marcello stuzzica il padre con l’idea di un progetto più ambizioso per poter fare dei giri a cavallo, come una volta. I carretti diventano così 5 e oggi, nonostante l’impegno instancabile per chiedere “una mano alle istituzioni per realizzare un museo per questi manufatti che testimoniano una Sicilia antica – dice – mi impegno per farli conoscere a tutti, aprendo su appuntamento casa mia, e facendo visite guidate, aiutato da mia figlia, ma dedicate anche ai turisti anglosassoni con tour in inglese”. Le prenotazioni, infatti, possono essere fatte ai numeri di Marcello La Scala: 360398231 e 0922604966 che promette “sorprese ed emozioni da toccare con mano e scoprire solo venendo qui, ad Agrigento”.

Il suo auspicio è la costruzione di un circuito turistico che non si fermi alla Valle dei Templi, ma abbracci anche saperi artigiani che hanno un forte fascino, “tesori viventi da tutelare con orgoglio e gelosia”, dice, mentre è alle prese con il suo lavoro in panineria. “In futuro vorrei dedicarmi solo alla divulgazione e alla cura di quest’arte, ai giovani piace, va fatta conoscere. E diffusa, e tocca a noi, ultimi testimoni di bellezza”.

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