L’Ucciardone che non ti aspetti

Era l’emblema della Palermo degli anni bui, oggi invece è al centro di diverse attività di riscatto. Con il Festival Le vie dei tesori si potrà visitare e racconterà storie entrate nella leggenda, grazie anche a delle scoperte inedite

di Antonella Lombardi

La storia – buia – di Palermo passa anche dall’Ucciardone, carcere – fortezza borbonica costruito su un un terreno incolto, pieno di cardi spinosi, particolare che sembra aver dato origine a quel nome curioso (dal francese chardon, cardo), noto anche oltreconfine. Un sito che riserva alcune sorprese che a Palermo potranno scoprire in anteprima i visitatori del Festival Le Vie dei Tesori.

Scoperte fatte per caso, nate dal pragmatismo della direttrice, Rita Barbera: “Da tanti anni non si faceva ordine e pulizia nei magazzini – racconta – e così sono venute fuori diverse cose che stiamo ancora finendo di sistemare, dalle vecchie uniformi delle guardie a libri antichi e raccolte di leggi, ma anche indumenti degli anni ’30 e le classiche divise a righe dei detenuti, poi abolite con la riforma penitenziaria del 1975”.

Fu quella legge a iniziare a puntare all’umanizzazione della pena e al reinserimento sociale del detenuto, con una serie di attività lavorative e ricreative che oggi all’Ucciardone sono realtà: “Abbiamo avviato un pastificio, curato dall’imprenditore Giglio, che consente di fare la pasta con grano antico, tra poco attiveremo una sartoria curata da maestri e artigiani, tra i vari progetti i detenuti hanno anche imparato a recuperare e decorare con lo stile dei carretti siciliani degli sgabelli che ora arredano le loro celle con alcuni esemplari donati al Papa e monsignor Lorefice. Facciamo diverse attività, come il giardinaggio nell’orto, e a breve contiamo di aprire al pubblico la vendita un giorno alla settimana dei prodotti coltivati per incrementare le attività dei laboratori”.

Qui, nello stesso posto dove fu ingiustamente recluso Pio La Torre, nel 1950, con l’accusa rivelatasi poi totalmente falsa, di aver aggredito un tenente, mentre lottava a Bisacquino per l’attribuzione delle terre ai contadini, i detenuti hanno fatto uno spettacolo in suo nome, “Perché il teatro è anche orientato alla legalità e ha un compito pedagogico”, spiega la direttrice Barbera.

Palermo ne ha memoria come “Grand hotel Ucciardone”: qui erano reclusi pezzi da 90 della mafia siciliana, boss che potevano permettersi di brindare e imbandire banchetti a base di aragoste, o di celebrare matrimoni nella cappella del penitenziario, come concesso a Buscetta, in tenuta elegante per le nozze della figlia, prima che si pentisse.

“L’Ucciardone ha un nome e una storia famosa nel mondo – ricorda Barbera – per questo durante il Festival saranno esposte le divise anni ’50 del personale e ci sarà un racconto itinerante all’esterno delle sezioni con la compagnia di teatro di Lollo Franco in veste di cantastorie. Saranno narrati alcuni episodi celebri, tra leggenda e realtà del carcere. “Come l’omicidio di Gaspare Pisciotta, avvelenato da un caffè, o l’esecuzione di Vincenzo Puccio, killer del capitano Emanuele Basile, fino alla messa celebrata dal cardinale Pappalardo e andata deserta per protesta dei detenuti”.
Una storia che ha attraversato la città, contribuendo al suo cambiamento, e che ora diventerà memoria condivisa nei giorni del Festival.

Era l’emblema della Palermo degli anni bui, oggi invece è al centro di diverse attività di riscatto. Con il Festival Le vie dei tesori si potrà visitare e racconterà storie entrate nella leggenda, grazie anche a delle scoperte inedite

di Antonella Lombardi

La storia – buia – di Palermo passa anche dall’Ucciardone, carcere – fortezza borbonica costruito su un un terreno incolto, pieno di cardi spinosi, particolare che sembra aver dato origine a quel nome curioso (dal francese chardon, cardo), noto anche oltreconfine. Un sito che riserva alcune sorprese che a Palermo potranno scoprire in anteprima i visitatori del Festival Le Vie dei Tesori.

Scoperte fatte per caso, nate dal pragmatismo della direttrice, Rita Barbera: “Da tanti anni non si faceva ordine e pulizia nei magazzini – racconta – e così sono venute fuori diverse cose che stiamo ancora finendo di sistemare, dalle vecchie uniformi delle guardie a libri antichi e raccolte di leggi, ma anche indumenti degli anni ’30 e le classiche divise a righe dei detenuti, poi abolite con la riforma penitenziaria del 1975”.

Fu quella legge a iniziare a puntare all’umanizzazione della pena e al reinserimento sociale del detenuto, con una serie di attività lavorative e ricreative che oggi all’Ucciardone sono realtà: “Abbiamo avviato un pastificio, curato dall’imprenditore Giglio, che consente di fare la pasta con grano antico, tra poco attiveremo una sartoria curata da maestri e artigiani, tra i vari progetti i detenuti hanno anche imparato a recuperare e decorare con lo stile dei carretti siciliani degli sgabelli che ora arredano le loro celle con alcuni esemplari donati al Papa e monsignor Lorefice. Facciamo diverse attività, come il giardinaggio nell’orto, e a breve contiamo di aprire al pubblico la vendita un giorno alla settimana dei prodotti coltivati per incrementare le attività dei laboratori”.

Qui, nello stesso posto dove fu ingiustamente recluso Pio La Torre, nel 1950, con l’accusa rivelatasi poi totalmente falsa, di aver aggredito un tenente, mentre lottava a Bisacquino per l’attribuzione delle terre ai contadini, i detenuti hanno fatto uno spettacolo in suo nome, “Perché il teatro è anche orientato alla legalità e ha un compito pedagogico”, spiega la direttrice Barbera.

Palermo ne ha memoria come “Grand hotel Ucciardone”: qui erano reclusi pezzi da 90 della mafia siciliana, boss che potevano permettersi di brindare e imbandire banchetti a base di aragoste, o di celebrare matrimoni nella cappella del penitenziario, come concesso a Buscetta, in tenuta elegante per le nozze della figlia, prima che si pentisse.

“L’Ucciardone ha un nome e una storia famosa nel mondo – ricorda Barbera – per questo durante il Festival saranno esposte le divise anni ’50 del personale e ci sarà un racconto itinerante all’esterno delle sezioni con la compagnia di teatro di Lollo Franco in veste di cantastorie. Saranno narrati alcuni episodi celebri, tra leggenda e realtà del carcere. “Come l’omicidio di Gaspare Pisciotta, avvelenato da un caffè, o l’esecuzione di Vincenzo Puccio, killer del capitano Emanuele Basile, fino alla messa celebrata dal cardinale Pappalardo e andata deserta per protesta dei detenuti”.
Una storia che ha attraversato la città, contribuendo al suo cambiamento, e che ora diventerà memoria condivisa nei giorni del Festival.

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