L’eredità di Sebastiano Tusa nel suo libro postumo

Il volume, presentato nei giardini del Palazzo Reale di Palermo, ripercorre le tappe della Battaglia delle Egadi e delle importanti scoperte nei fondali

di Alessia Franco

Un libro postumo, che riassume il gigantesco lavoro fatto da Sebastiano Tusa in questi decenni: non soltanto da assessore e da studioso ma soprattutto da uomo di mare. È stato presentato ieri (la vigilia di quel suo compleanno che da anniversario è diventato ricorrenza con lo schianto dell’aereo che lo trasportava a Nairobi lo scorso 10 marzo) nei giardini del Palazzo Reale di Palermo. Un volume, edito da L’erma di Bretschneider, disponibile al momento in inglese e a tiratura limitata di 150 copie, curato da Tusa e da Jeffrey Royal: “Il sito della battaglia delle Egadi alla fine della prima guerra punica”.

Un momento della presentazione

Un argomento molto caro all’archeologo palermitano, che ci si dedicò anima e corpo e a cui non volle rinunciare nemmeno dopo essere diventato assessore: “Il progetto è nel mio cuore”. Rassicurò così i colleghi internazionali con cui condivideva molto più che un progetto e a cui – sono parole del loro commosso ricordo – insegnò l’importanza della condivisione in un mondo, come quello scientifico (ahimè, non solo quello) troppo spesso minato da interessi personali. Sarà per questo che gli studiosi intervenuti hanno preferito ricordarlo come “Seb”, uomo dalla grande mente e dal grande cuore, vulcanico e impegnato su mille fronti.

Sebastiano Tusa con uno dei rostri recuperati nei fondali delle Egadi

La battaglia delle Egadi – raccontata nel corso della presentazione da William M. Murray dell’Egadi Project, in collaborazione con Rpm Nautical Foundation e l’università americana del South Florida Tampa – fu insieme rompicapo, croce e delizia (il cui sito si rivela sempre di più unico al mondo) di Sebastiano Tusa. Ma come dimenticare la straordinaria esperienza di quella Soprintendenza del Mare da cui tutto partì. Oppure missioni come quella del relitto di Marzamemi, ricordata da Justin Leedwangler dell’università statunitense di Stanford, che, da ritrovamenti di colonne bizantine, nei lontani anni Cinquanta, sta rivelando l’esistenza di una chiesa “prefabbricata” e pronta a essere ricostruita, non solo virtualmente. Un patrimonio sterminato di gradini, colonne, pigmenti, perfino vetri colorati per le finestre, e il maestoso ambone. Tutto trasportato da una o più navi “lapidarie”, abituate cioè a sopportare grandi pesi, e naufragate prima di terminare il trasporto.

Presentazione del libro di Tusa nei giardini del Palazzo Reale

O come le avventure del relitto di Gela, di cui hanno parlato Alessia Mistretta e da Lorenz E. Baumer dell’Università di Ginevra, o del relitto delle colonne di Kamarina, narrata da Massimo Capulli, dell’Università di Udine. Tutte operazioni che richiedono un’alta specializzazione e apparecchiature di grande precisione, viste le profondità a cui spesso si trovano i reperti. Ma anche, hanno tenuto a sottolineare gli esploratori subacquei Mario Arena e Francesco Spaggiari – che hanno curato interventi di supporto all’archeologia in acque profonde alle Egadi e delle Eolie – in cui la macchina non può sostituirsi all’uomo, alle sue riflessioni, alla tecnica, ai suoi valori e alla passione. Il messaggio lasciato in eredità da Sebastiano Tusa è proprio questo: competenza e valore umano non possono essere scisse. Perché quando mancano l’una o l’altro, prima o poi, viene a galla. È proprio il caso di dirlo.

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