Le sigaraie dell’ex Manifattura tabacchi

Oggi il complesso dell’Acquasanta, a Palermo, rivive grazie alle visite guidate organizzate per il festival Le Vie dei Tesori. Fino al 2001, la fabbrica ha dato lavoro a migliaia di famiglie

di Federica Certa  

“Presso la Manifattura dei tabacchi attualmente lavorano 688 donne tutte superiori agli anni 29 poche nubili e la maggior parte maritate o vedove, delle quali 634 a cottimo e con un guadagno medio giornaliero di lire 1,65. L’orario di lavoro è quello stabilito dal regolamento e non eccede le 8 ore al giorno”. Si leggeva così in una lettera conservata all’Archivio di Stato di Palermo e datata fine ‘800.

Centinaia di ragazze impegnate per metà giornata a essiccare le foglie di tabacco, confezionare sigari, smaltire gli scarti della lavorazione, alimentando la fornace di quell’inceneritore stagliato contro il cielo dell’Acquasanta che era diventato un simbolo della città operosa e produttiva.

Nonostante difficoltà e asprezze della vita in fabbrica, erano per Palermo anni di fiducia e di fatica, di sacrifici e di sviluppo, e le Manifatture di via Simone Gulì rappresentavano una delle testimonianze più evidenti e pervicaci. Erano nate nel 1876, quando le fabbriche di sigari private – con i loro 4mila addetti e 300 stabilimenti – avevano ceduto il passo ai Monopoli di Stato, che di lavoratori, però, ne avevano assorbito meno del 25 per cento.

Qui, nel vialone che costeggia i cantieri navali e curva verso il porticciolo e la piazza dell’Acquasanta, sorgeva due secoli prima un lazzaretto, strategicamente vicino al mare per approfittare del clima favorevole agli ammalati e di una facile via di approvvigionamento per le merci.

La struttura era costituita da pochi edifici in parte preesistenti, con l’originaria destinazione di deposito di cereali. Poi, intorno al 1830, venne ampliata con l’aggiunta di un corpo semicircolare affacciato sul mare e di un edificio quadrangolare destinato alle scuderie. C’era anche una piccola cappella ed un inceneritore per gli oggetti contaminati.

Così, quando nel 1876 lo Stato assunse il monopolio della produzione e del commercio di sigari, l’ex deposito di granaglie ed ex ricovero sembrò il luogo ideale da convertire e riadattare, con la nuova denominazione di Regia manifattura tabacchi: le scuderie vennero modificate e adibite a laboratori per il confezionamento di sigari, il cortile divenne spazio per l’essiccazione e la fermentazione delle foglie di tabacco, mentre l’edificio semicircolare fu destinato a locale per la produzione di energia.

Nei primi decenni del ‘900, dopo la prima guerra mondiale, vennero costruiti gli edifici destinati a uffici della direzione e nuovi laboratori. Dello stesso periodo è l’avvento della meccanizzazione di molti processi produttivi, all’interno del fabbricato per la lavorazione delle “spagnolette”, cuore delle Manifatture. E agli stessi anni risalgono le caparbie rivendicazioni delle sigaraie.

La fabbrica riuscì a sopravvivere ai bombardamenti di due guerre, e per decenni lo stabilimento continuò a dare lavoro e sostentamento a decine di migliaia di famiglie, fino a quando, al termine di un lungo e inesorabile declino, fu costretto a chiudere. Era il 2001 quando si spensero le “luci” della fabbrica, e subito si ventilarono grandi e ambiziosi progetti di riconversione.

Oggi il complesso rivive grazie alle visite guidate organizzate per il festival Le Vie dei Tesori. Non solo un percorso all’interno del dedalo di fabbricati, ma un viaggio nella memoria che diventa testimonianza viva. “Abbiamo raccolto foto e racconti di alcuni lavoratori – dice Vittoria Ribaudo, architetto e volontaria ‘assegnata’ alle Manifatture insieme ad altre 2 guide e 4 studentesse – riuscendo così a ricostruire uno spaccato vivido di questo luogo. Anni fa lo spazio fu inserito in un Prusst approvato dal consiglio comunale per trasformare l’area in un complesso alberghiero, ma il progetto non è andato avanti. Restano i resoconti di chi ci ha lavorato fino a 16 anni fa, che ricorda nei minimi particolari le giornate lavorative, le sirene che annunciavano il cambio dei turni, la vita quotidiana in questa zona della città”.

L’appuntamento per il pubblico è tutti i venerdì, sabato e domenica, fino al 4 novembre, dalle 10 alle 17.30. Si entra dall’ingresso principale, attraverso il vano decorato con le iscrizioni e le targhe in ricordo della fondazione del lazzaretto, quindi si accede al primo cortile che fa da “loggia” per gli ex laboratori e magazzini, e al bel giardino con il grande ficus, ricavato espropriando parte dell’attiguo cimitero degli inglesi.

“Salendo da una scala decorata con una ringhiera tardo ottocentesca – spiega Giovanni Orlando, dello staff de Le Vie dei Tesori – accompagneremo i visitatori al primo piano, con i suoi due grandi stanzoni. Nel primo c’è ancora il gabbiotto del capoturno, con una scritta scarabocchiata con un pennarello rosso che riporta la data esatta dell’ultimo giorno di lavoro alle manifatture”.

Quindi si scende nuovamente nel giardino, da dove sono visibili le due antiche ciminiere e il grande vano che ospita ancora oggi le vecchie caldaie, motore fondamentale per il funzionamento della fabbrica. Verso l’uscita, quasi senza rendersene conto, si calpesta la gigantesca bilancia idraulica che con i suoi ingranaggi, nascosti sotto l’impiantito, aveva il compito di determinare il peso esatto dei camion in uscita, carichi di sigari. Info su leviedeitesori.com.

Oggi il complesso dell’Acquasanta, a Palermo, rivive grazie alle visite guidate organizzate per il festival Le Vie dei Tesori. Fino al 2001 la fabbrica ha dato lavoro migliaia di famiglie

di Federica Certa

“Presso la Manifattura dei tabacchi attualmente lavorano 688 donne tutte superiori agli anni 29 poche nubili e la maggior parte maritate o vedove, delle quali 634 a cottimo e con un guadagno medio giornaliero di lire 1,65. L’orario di lavoro è quello stabilito dal regolamento e non eccede le 8 ore al giorno”. Si leggeva così in una lettera conservata all’Archivio di Stato di Palermo e datata fine ‘800.

Centinaia di ragazze impegnate per metà giornata a essiccare le foglie di tabacco, confezionare sigari, smaltire gli scarti della lavorazione, alimentando la fornace di quell’inceneritore stagliato contro il cielo dell’Acquasanta che era diventato un simbolo della città operosa e produttiva.

Nonostante difficoltà e asprezze della vita in fabbrica, erano per Palermo anni di fiducia e di fatica, di sacrifici e di sviluppo, e le Manifatture di via Simone Gulì rappresentavano una delle testimonianze più evidenti e pervicaci. Erano nate nel 1876, quando le fabbriche di sigari private – con i loro 4mila addetti e 300 stabilimenti – avevano ceduto il passo ai Monopoli di Stato, che di lavoratori, però, ne avevano assorbito meno del 25 per cento.

Qui, nel vialone che costeggia i cantieri navali e curva verso il porticciolo e la piazza dell’Acquasanta, sorgeva due secoli prima un lazzaretto, strategicamente vicino al mare per approfittare del clima favorevole agli ammalati e di una facile via di approvvigionamento per le merci.

La struttura era costituita da pochi edifici in parte preesistenti, con l’originaria destinazione di deposito di cereali. Poi, intorno al 1830, venne ampliata con l’aggiunta di un corpo semicircolare affacciato sul mare e di un edificio quadrangolare destinato alle scuderie. C’era anche una piccola cappella ed un inceneritore per gli oggetti contaminati.

Così, quando nel 1876 lo Stato assunse il monopolio della produzione e del commercio di sigari, l’ex deposito di granaglie ed ex ricovero sembrò il luogo ideale da convertire e riadattare, con la nuova denominazione di Regia manifattura tabacchi: le scuderie vennero modificate e adibite a laboratori per il confezionamento di sigari, il cortile divenne spazio per l’essiccazione e la fermentazione delle foglie di tabacco, mentre l’edificio semicircolare fu destinato a locale per la produzione di energia.

Nei primi decenni del ‘900, dopo la prima guerra mondiale, vennero costruiti gli edifici destinati a uffici della direzione e nuovi laboratori. Dello stesso periodo è l’avvento della meccanizzazione di molti processi produttivi, all’interno del fabbricato per la lavorazione delle “spagnolette”, cuore delle Manifatture. E agli stessi anni risalgono le caparbie rivendicazioni delle sigaraie.

La fabbrica riuscì a sopravvivere ai bombardamenti di due guerre, e per decenni lo stabilimento continuò a dare lavoro e sostentamento a decine di migliaia di famiglie, fino a quando, al termine di un lungo e inesorabile declino, fu costretto a chiudere. Era il 2001 quando si spensero le “luci” della fabbrica, e subito si ventilarono grandi e ambiziosi progetti di riconversione.

Oggi il complesso rivive grazie alle visite guidate organizzate per il festival Le Vie dei Tesori. Non solo un percorso all’interno del dedalo di fabbricati, ma un viaggio nella memoria che diventa testimonianza viva. “Abbiamo raccolto foto e racconti di alcuni lavoratori – dice Vittoria Ribaudo, architetto e volontaria ‘assegnata’ alle Manifatture insieme ad altre 2 guide e 4 studentesse – riuscendo così a ricostruire uno spaccato vivido di questo luogo. Anni fa lo spazio fu inserito in un Prusst approvato dal consiglio comunale per trasformare l’area in un complesso alberghiero, ma il progetto non è andato avanti. Restano i resoconti di chi ci ha lavorato fino a 16 anni fa, che ricorda nei minimi particolari le giornate lavorative, le sirene che annunciavano il cambio dei turni, la vita quotidiana in questa zona della città”.

L’appuntamento per il pubblico è tutti i venerdì, sabato e domenica, fino al 4 novembre, dalle 10 alle 17.30. Si entra dall’ingresso principale, attraverso il vano decorato con le iscrizioni e le targhe in ricordo della fondazione del lazzaretto, quindi si accede al primo cortile che fa da “loggia” per gli ex laboratori e magazzini, e al bel giardino con il grande ficus, ricavato espropriando parte dell’attiguo cimitero degli inglesi.

“Salendo da una scala decorata con una ringhiera tardo ottocentesca – spiega Giovanni Orlando, dello staff de Le Vie dei Tesori – accompagneremo i visitatori al primo piano, con i suoi due grandi stanzoni. Nel primo c’è ancora il gabbiotto del capoturno, con una scritta scarabocchiata con un pennarello rosso che riporta la data esatta dell’ultimo giorno di lavoro alle manifatture”.

Quindi si scende nuovamente nel giardino, da dove sono visibili le due antiche ciminiere e il grande vano che ospita ancora oggi le vecchie caldaie, motore fondamentale per il funzionamento della fabbrica. Verso l’uscita, quasi senza rendersene conto, si calpesta la gigantesca bilancia idraulica che con i suoi ingranaggi, nascosti sotto l’impiantito, aveva il compito di determinare il peso esatto dei camion in uscita, carichi di sigari. Info su leviedeitesori.com.

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