Le ossa del “santo gigante” nascoste in una chiesa

Nella sagrestia del Duomo di Petralia Soprana si trovano due costole di balena, uniche in Sicilia, ritenute per secoli resti di un ciclope

di Giulio Giallombardo

Il respiro del mito soffia sempre forte sulla Sicilia. È lì, nella Trinacria più ancestrale, che si trovano luoghi dove storia, leggenda e scienza s’intrecciano in simbiosi perfetta. Allora può accadere che enormi ossa vengano venerate come reliquie di un santo gigantesco, magari proprio uno dei ciclopi che la gente credeva popolassero l’Isola, nella notte dei tempi. Due di queste ossa, a loro modo uniche in Sicilia, si trovano nella sagrestia del Duomo di Petralia Soprana, sulle Madonie. Ovviamente non si tratta di ossa di qualche creatura leggendaria, ma ciò non significa che siano resti di poca importanza. Quelle credute – come altre – “ossa di giganti”, in realtà sono resti di animali estinti che popolavano la Sicilia nell’ultimo milione di anni. L’elenco di questi ritrovamenti è lungo e interessa non solo Petralia, ma anche altre zone dell’Isola.

Le costole di balena a Petralia

Ma le ossa di Petralia hanno ancora più di un mistero da svelare. Perché, a differenza delle altre, non appartenevano a resti di elefanti fossili, ma si tratta di due costole di un enorme cetaceo con tracce di taglio e fori circolari, sicuramente opera dell’uomo. Una scoperta fatta quindici anni fa da Carolina Di Patti, paleontologa del Museo “Gemmellaro” di Palermo, che ancora oggi continua a studiare le ossa del “santo gigante” di Petralia, in attesa di finanziamenti per tentare una datazione e un’analisi più sistematica. “Per la prima volta, le ossa di un ‘gigante’ non sono da riferire all’elefante pleistocenico, bensì ad un grosso cetaceo – spiega a Le Vie dei Tesori News, Di Patti – . Dalle dimensioni e dalla curvatura delle costole possiamo ipotizzare che si tratti dei resti di un capodoglio: Physeter macrocephalus”.

I fori in una delle costole

Secondo quanto riferito dalla gente del posto, le due costole provengono dalle Madonie e sono state portate nei locali della chiesa in tempi e con modalità diverse. Ma rimane un mistero su come quelle costole di balena, per altro non fossili, siano finite tra i rilievi del massiccio montusoso palermitano. “Uno dei miei obiettivi è dare una risposta a questa domanda – confessa la paleontologa – . Ci lavoro da anni, e mi sono confrontata anche con diversi colleghi che studiano i cetacei, nessuno di quelli con cui ho parlato è a conoscenza di altri casi analoghi in Sicilia. Quello che possiamo dire è che le ossa non hanno subito un processo di mineralizzazione, entrambe presentano tracce dell’attività umana, in particolare chiare e nette tracce di taglio fanno pensare a segni di scarnificazione. Poi, una delle due costole presenta quattro fori circolari che ne fanno presupporre un utilizzo come attrezzo da parte dell’uomo. Altro ancora non sappiamo”.

Particolare di una delle costole

Eppure, che Petralia fosse abitata da giganti era opinione diffusa fino alla metà del Settecento. Già nel 1557, il frate domenicano Tommaso Fazello, erudito con la passione per l’archeologia – a cui si deve la scoperta dei siti di Akrai, Selinunte, Eraclea Minoa e del tempio di Zeus ad Agrigento – nel suo “De rebus Siculis decades duae”, fa un elenco delle tante località siciliane in cui erano state rinvenute “ossa di giganti”. Tra i siti elencati vi è anche Petralia Sottana, in cui si trovarono “resti di giganti alti 8 cubiti”.

Il portico del Duomo di Petralia Soprana

Poi, nel Settecento, lo storico Antonio Mongitore racconta della presenza in Sicilia di una razza di uomini dalle proporzioni mostruose, identificati come i primi abitanti dell’Isola. Fino a quando, nell’Ottocento, il mito dei ciclopi fu sfatato con il primo scavo sistematico condotto dall’abate Domenico Scinà nella grotta di San Ciro, alle falde di Monte Grifone, a Palermo, dove furono trovate grandi quantità di ossa e scheletri identificati come appartenenti ad animali estinti. Allora s’intuì che l’origine del mito del ciclope Polifemo, poteva essere riferita all’elefante che, con le sue caratteristiche craniche – una grande fossa nasale posta sulla fronte – ha dato vita alla leggenda del gigante con un occhio solo. Resta adesso da capire come e quando due costole di balena siano finite sulle Madonie, ma questa è un’altra storia.

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