Lassù tra grifoni e aquile sulla Dorsale dei Nebrodi

Il Parco è pronto ad affidare i lavori per la riqualificazione dei sentieri, un tracciato di 70 chilometri lungo i crinali più alti della catena montuosa siciliana

di Antonio Schembri

Una piccola Svizzera a 18 chilometri dal mare. È chiamato anche così il Parco dei Nebrodi, l’area naturale protetta più vasta della Sicilia. Un mix di boschi e laghi d’altura, valori faunistici e panorami stupefacenti, divisi tra vallate digradanti verso il Tirreno con lo sfondo delle Isole Eolie e, sul versante opposto, sormontate dal profilo dell’Etna. In questo scenario variegato, 24 comuni, 16 dei quali montani (19 inclusi nella Città metropolitana di Messina, i restanti tra quella di Catania e il Libero consorzio comunale di Enna) formano una cornice di piccole oasi di frescura montana, nonché un ricco patrimonio etnoantropologico.

Bosco di Scavioli (foto Gino Fabio)

Prima della paralisi delle attività seguita al conclamarsi della pandemia, l’Ente Parco era pronto a affidare i lavori per uno step importante sul fronte della valorizzazione territoriale: la funzionalizzazione della sentieristica lungo la Dorsale dei Nebrodi. Un intervento complesso, da 3,5 milioni di euro, che, come spiega il direttore del Parco, Filippo Testagrossa, “consisterà nella creazione di un tracciato di ben 70 chilometri lungo i crinali più alti della catena montuosa, a altitudini non inferiori ai 1.400 metri, che, sfruttando anche le molte antiche carrarecce presenti, congiungerà i paesi di Floresta e Mistretta attraversando gli agri di diversi altri comuni nebroidei, tra i quali Caronia, Tortorici, Capizzi, Longi e Galati Mamertino”. Nel dettaglio, si tratterà di opere di pulizia dei tracciati, di sistemazione della segnaletica, della dotazione dei sentieri di pannelli informativi, oltre a opere d’ingegneria naturalistica come la realizzazione di muretti, cunette e attraversamenti a sfioro di valloni.

Bosco di Mangalaviti (foto Gino Fabio)

Il percorso della dorsale dei Nebrodi coinciderà in gran parte con quello incluso nel Sentiero Italia, il progetto del Club alpino italiano, nato per collegare, tutte le regioni italiane con un tracciato di oltre 7000 chilometri, uno dei trekking più lunghi del mondo. E procederà in mezzo a un ecosistema che combina boschi, tutte le principali essenze vegetali di quest’area protetta e zone umide. Un’iniziativa per puntare in modo più deciso all’espansione di un turismo escursionistico che – continua Testagrossa – “in questa porzione di Sicilia ha basi profonde, ma tante potenzialità ancora da sviluppare mettendo in relazione i tanti tesori paesaggistici del Parco con i variegati aspetti culturali dei suoi borghi”.

Acero Montano (foto Gino Fabio)

Paesini poco distanti gli uni dagli altri ma caratterizzati da tradizioni e dialetti diversi (a San Fratello si parla ancora una lingua a parte, d’origine gallo-italica) e dotati di una buona ricettività extra alberghiera. Tra questi un esempio è Longi, 1.400 abitanti e una disponibilità di oltre 100 posti letto, a un tiro di schioppo dagli strapiombi rocciosi delle Rocche del Crasto. “Una base strategica per iniziare escursioni nell’area protetta, come ha confermato, fino al lockdown, il flusso dei visitatori appassionati di trekking sulla neve, ma che siamo abituati a veder crescere di molto soprattutto in primavera, quando i panorami sulle valli esplodono di colori”, sottolinea il naturalista Gino Fabio, uno dei funzionari del Parco.

Lago Biviere (foto Gino Fabio)

Bisognerà aspettare ancora un po’ per tornare a fruire la variegata ricchezza di queste montagne. E in attesa anche della realizzazione della lunga via montana sulla dorsale appenninica dei Nebrodi, vale la pena fermare l’attenzione sui luoghi più belli che si raggiungono mediante la rete dei numerosi sentieri esistenti, battuti dagli escursionisti a piedi e in mountain bike. Questi percorsi si snodano su lunghezze nell’ordine della decina di chilometri a altitudini tra i 600 e i 1.100 metri, senza dislivelli impegnativi, quindi con livelli di difficoltà non elevati. E quasi tutti, attraversando valli e altipiani verdissimi, conducono a due specchi d’acqua mozzafiato. Il principale è il Lago Biviere, insieme a quello di Pergusa, l’unico bacino naturale in Sicilia, situato a 1.270 metri di altitudine nel territorio di Cesarò: in buona parte ghiacciato durante l’inverno, questo lago, circondato da faggete, “è importante perché vi svernano molti uccelli acquatici, soprattutto i germani reali e diverse altre specie considerate ‘chicche’ dagli ornitologi, come i mestoloni”, spiega Fabio. Nei mesi estivi offre inoltre lo spettacolo della sua superficie che si chiazza di rosso: fenomeno dovuto alla fioritura di un’alga microscopica, la euglena sanguinea.

Suino Nero dei Nebrodi (foto G. Iorio)

Sullo stesso percorso sterrato si trova il Lago Maulazzo che, invece, è un invaso artificiale. Di superficie più piccola, in inverno ghiaccia del tutto, e, per via della sua posizione, costituisce una protezione naturale rispetto alla zona umida del Biviere. Quinte dominanti degli scenari dei Nebrodi sono i boschi e le rocce, sedi di eterogenei habitat faunistici. A dominare in termini di quantità e continua proliferazione – cosa che da qualche anno costituisce un serio grattacapo per la gestione del patrimonio forestale e agricolo del Parco – sono i suini neri, razza autoctona non domestica (né mansueta), allevata allo stato semibrado tra le faggete per lo sfruttamento della loro carne pregiata, poco più di due anni fa rientrata tra i presidi di Slow Food.

Grifone (foto G. Iorio)

Ma a riprendersi lo scettro di animali più prestigiosi e rappresentativi dei Nebrodi sono i grandi rapaci. Soprattutto i grifoni e le aquile reali che agevolati dalle correnti ascensionali, sono tornati a “veleggiare” maestosi di fronte o sopra creste pareti e dirupi. Luogo d’elezione per questi uccelli sono in particolare le Rocche del Crasto, rilievo prevalentemente calcareo antico di 200 milioni di anni che offre alcuni degli itinerari più spettacolari dei Nebrodi (è molto amato dagli appassionati di arrampicata), e costituisce uno straordinario laboratorio geologico. I grifoni, uccelli necrofagi che cioè si nutrono esclusivamente di carcasse di animali selvatici o domestici e la cui apertura alare negli individui adulti arriva a sfiorare i 3 metri di ampiezza, sono tornati a costituire una colonia numerosa in particolare nell’areale della Rocca di Traura, nel territorio di Alcara Li Fusi. “Ma altri nidi sono oggi presenti anche nei territori di San Marco d’Alunzio e Militello Rosmarino”, precisa Testagrossa. Un risultato reso possibile grazie a un progetto di ripopolamento gestito dall’Ente Parco, nato dal protocollo di intesa siglato nel 1998 con il confinante Parco delle Madonie e con la Lipu, ma anche per merito della costante collaborazione di associazioni e cittadini locali.

Grifone in volo (foto Gino Fabio)

“Soprattutto a Alcara Li Fusi, in molti sono cresciuti con il ricordo, personale o tramandato, di questi magnifici volatili, il cui ultimo esemplare venne avvistato nel 1967 – racconta il direttore del Parco – . I grifoni hanno ricominciato a farsi vedere in maniera sporadica solo alla fine degli anni ’90. Da allora la loro presenza è andata piano piano aumentando e nel 2005 abbiamo rilevato le prime 5 nidificazioni. Grazie anche al successivo allestimento di un carnaio e di una grande voliera per favorire l’acclimatamento sotto la falesia, l’escalation di questi magnifici rapaci è stata continua. Al punto che lo scorso fine anno abbiamo censito ben 42 nidi sulle pareti, per un totale di non meno di 160 grifoni”. Una colonia rilevante il cui numero sta peraltro crescendo ancora visto che, sottolineano al Parco, è stato recentemente notato l’ingresso di altri individui, tra i quali un esemplare di Grifone di Rueppel, specie di avvoltoio proveniente dall’Africa centrale, oggi a rischio di estinzione.

Lago Maulazzo (foto Gino Fabio)

Il successo del Progetto Grifoni ha convinto i naturalisti del Parco a puntare anche sul ripopolamento delle aquile reali. Delle 18 coppie di questi predatori che sarebbero state oggi individuate in Sicilia, almeno due volano tra i Nebrodi e di certo una coppia nidifica, anch’essa, sulle pareti delle Rocche del Crasto, a non grande distanza dai ricoveri dei grifoni: “Si tratta di un nido ‘storico’ di aquile, presente cioè da molti anni, periodicamente ricomposto da questi uccelli per la cova delle uova”, dice Testagrossa. Sia su uno dei nidi dei grifoni, sia sull’unico individuato delle aquile reali il personale del Parco ha sistemato una telecamera per monitorarli in tempo reale, alla quale è possibile accedere in qualsiasi momento attraverso la gallery del sito ufficiale del Parco. L’emozione di osservare da remoto la natura che non si ferma è l’invito a tornare presto a respirare l’aria sottile dei Nebrodi.

(Nella prima immagine grande in alto Piano Batessa, foto P. Berté)

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1 Comment

  1. Un. Progetto bellissimo,del quale c’e’ bisogno,in quanto tutto è in stato di abbandono. Appassionato di trekking ne sarei felice,ed inoltre valorizzerebbe di questo territorio. Auguri.

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