L’olio “miracoloso” che sgorga dalla terra

Nelle campagne di Blufi, sulle Madonie, c’è una fonte da cui affiora un liquido combustibile ritenuto capace di curare malattie della pelle e usato anche come vermifugo

di Giulio Giallombardo

Affiora in un lembo di terra alle pendici delle Madonie. È l'”oro nero” di Blufi, piccolo centro di mille anime, non lontano dalle due Petralie. Per gli scienziati è un comune olio minerale che sgorga dalla terra, per i devoti, invece, è un unguento miracoloso capace di curare malattie della pelle e usato anche come vermifugo. Fatto sta che la sorgente dell’olio “santo” continua ancora oggi a essere meta di pellegrinaggi, a tal punto che sul posto c’è anche chi prepara delle boccettine piene di “elisir” da portare a casa, quando – soprattutto d’inverno – al posto dell’olio si trova soltanto acqua.

Il campo di tulipani con il santuario sullo sfondo (foto Alberto Genduso)

La nicchia perennemente annerita dal grasso, con tanto di bicchiere per prelevare il “prodigioso” fluido, si trova a poche centinaia di metri dal santuario dedicato alla Madonna dell’Olio. Una chiesetta d’impianto settecentesco, ma di origini antichissime, tant’è che nel 1100 esisteva già una cappella e alcune fonti fanno risalire una prima edificazione sin dall’ottavo secolo. A pochi passi, inoltre, si ripete un altro piccolo “miracolo” della natura: un campo di rossi tulipani spontanei che fioriscono ogni primavera. Come spesso avviene in questi casi, ogni luogo “magico” ha la sua leggenda: si tramanda, infatti, che l’olio di questa sorgente fosse prima commestibile, ma poiché qualcuno ne prelevava più del necessario, si trasformò in liquido nero combustibile.

Il santuario della Madonna dell’Olio (foto Alberto Genduso)

Ma alla base della leggenda, potrebbe esserci un fondo di verità, come racconta don Raffaele Fucà, un tempo rettore del santuario, in un volumetto del 1977. “Dagli storici – scrive il sacerdote – sembra risultare e dalla bocca di anziane persone s’è appreso che la sorgente dell’olio, prima, era più vicina alla chiesa. Tale sorgente si esaurì nel secolo scorso; e l’affioramento dell’olio riapparve altrove, dov’è oggi, a circa trecento metri dalla chiesa. Dal cambio avvenuto dell’ubicazione della sorgente d’olio, avrebbe avuto origine la leggenda”.

Il santuario in una foto d’epoca

Delle virtù terapeutiche dell’olio si parla anche in alcune fonti storiche citate da don Raffaele, come un atto del Quattrocento di un notaio della vicina Polizzi Generosa che fa cenno a “certi uomini lebbrosi, ricercati da un regio portiere di Palermo”, che “vennero trovati in terra di Petralia e presso la fonte del petrolio”. Ma anche lo storico catanese del Settecento, Vito Maria Amico, nel suo “Lexicon topograficum Siculum”, fa riferimento a una “fonte celeberrima di olio galleggiante – traduce dal latino don Raffaele – che, raccolto di mattina, viene conservato nei vasi. Vicino c’è la chiesa rurale della Madre di Dio con custodi eremiti. L’olio è indicatissimo per curare le malattie cutanee, sgorga abbondantemente e viene usato largamente dell’isola. Per questa fonte la città viene chiamata Pietra dell’olio e volgarmente Petralia”. In tempi più recenti, non sono mancate anche ricerche da parte di studiosi e – riferisce sempre il sacerdote – anche di compagnie petrolifere, che avrebbero constatato la presenza di un giacimento abbastanza ridotto.

La nicchia dove affiora l’olio

L’olio “santo”, in termini più prosaici, non è altro che un idrocarburo composto da una percentuale di 1,92 per cento di benzina, 33,56 di petrolio propriamente detto e per il resto da solforati come i tiofeni. Le ultime analisi risalgono agli anni ’50 del secolo scorso e furono condotte dall’allora centro sperimentale dell’industria mineraria di Palermo. ”Proprio la presenza di zolfo – aveva spiegato all’Adnkronos diversi anni fa Giovanni Abbate, chimico dell’Agenzia regionale per la Protezione dell’Ambiente, commentando i dati – ne fa un olio minerale che fa bene alla pelle, ma non ne fa un prodotto commercialmente appetibile per l’estrazione e la produzione di benzina così come tutti i petroli che si trovano nel sottosuolo siciliano”.

Uno scorcio di Blufi (foto Alberto Genduso)

Intanto, il via vai di fedeli prosegue, seppur il santuario resti fuori dai grandi circuiti turistico-religiosi. “Sono in tanti a venire qui per raccogliere l’olio, soprattutto in estate e in molti casi anche dall’estero, anche se fino a qualche anno fa la devozione era molto più diffusa – racconta il blufese Alberto Genduso, appassionato di storia locale – . Che ci si creda o no, diverse persone sostengono di essere guarite proprio grazie a questo rimedio”. Un dono della natura che fa miracoli.

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