La Sicilia brucia, l’esperto: “Serve un comitato tecnico come per la pandemia”

Come ogni estate, gli incendi devastano ettari di vegetazione, le Madonie e i Nebrodi sono in ginocchio. L’agronomo Giuseppe Barbera: “La politica consulti servicoltori e botanici per la prevenzione”

di Giulio Giallombardo

Il verde che diventa nero. Boschi carbonizzati, comunità in ginocchio, fiamme che distruggono aziende agricole e lambiscono le case. L’inferno di fuoco torna a colpire puntuale la Sicilia, come ogni estate. Quasi sempre agisce la mano criminale, con l’involontaria complicità dell’anticiclone Lucifero, anche se i veri demoni sono dietro l’angolo e non arrivano dall’Africa. Già da settimane, con un aggravarsi nelle ultime ore, la Sicilia brucia, come accade in altre parti d’Italia. Non a caso la mappa della Nasa sui roghi del mondo, ci dice che il nostro Paese è primo in Europa per numero di incendi divampati.

Campagne devastate dalle fiamme

Le Madonie, che da sole rappresentano la maggiore area di biodiversità di tutta l’Isola, sono le più colpite. Prima Gangi, nelle scorse settimane, adesso le Petralie, con ettari di vegetazione andati in fumo, uffici e una rsa evacuata a Sottana e spettacoli annullati. Ma le fiamme hanno colpito anche i territori di Geraci Siculo, Collesano, Scillato, Campofelice di Rocella, Pollina, San Mauro Castelverde, Valledolmo e Nicosia; San Martino delle Scale e Montefiascone, nella zona di Monreale; e alcuni centri dei Nebrodi, come Mistretta e Castel di Lucio. Mentre i canadair dei vigili del fuoco stanno ancora cercano di spegne i roghi, il governatore Nello Musumeci chiede lo stato di emergenza nazionale, e arrivano in Sicilia il ministro delle Politiche agricole, Stefano Patuanelli e il viceministro del Mise, Alessandra Todde, per incontrare i sindaci dei comuni più colpiti dagli incendi. Borghi che stanno scommettendo sulla ripartenza dopo la pandemia e adesso si trovano a fronteggiare un’altra emergenza.

L’incendio del 4 agosto a Gangi

Quando è ormai evidente che la macchina delle prevenzione non ha funzionato, ci si interroga – come sempre – sulle responsabilità e sulle strategie che potrebbero essere messe in campo per impedire che ogni estate si trasformi in un inferno. “L’approccio dovrebbe essere lo stesso utilizzato per fronteggiare la pandemia, con un comitato di tecnici che suggerisca le scelte politiche”, spiega a Le Vie dei Tesori News, Giuseppe Barbera, agronomo, per trent’anni professore di colture arboree all’Università di Palermo. “Siamo diventati bravissimi a capire che bisogna rivolgersi alla scienza per fronteggiare l’emergenza sanitaria, ma – spiega Barbera – ancora non abbiamo capito che per politiche forestali adeguate serve l’aiuto di tecnici, come servicoltori e botanici”.

Incendio a Petralia Sottana

Professionisti che, ad esempio, potrebbero rendere un bosco meno aggredibile dai roghi, tecnici che conoscono bene la pianificazione antincendio, specializzati proprio nella lotta ai roghi. “In 25 anni si sono laureati a Palermo più di 700 dottori di scienze forestali, un patrimonio disperso che sarebbe prezioso per dare una mano a chi deve prendere le decisioni politiche”, osserva l’agronomo, per dieci anni presidente del corso di laurea in scienze forestali e ambientali.

Le campagne di Gangi dopo i roghi

“Noi in Sicilia non abbiamo piani di gestione forestale, – prosegue Barbera – ovvero non gestiamo i boschi secondo criteri dettati in base alle loro caratteristiche e soprattutto in funzione preventiva rispetto agli incendi, purtroppo frequenti nelle regioni mediterranee come la nostra. A cosa servono i droni che individuano i focolai se poi non possiamo raggiungerli per spegnerli? Per questo bisogna avere dei boschi che possano essere anche percorribili con una certa facilità, il che ovviamente non significa artificializzare i boschi, ma esiste la servicoltura preventiva con funzioni antincendio”.

Una carcassa d’auto dopo l’incendio

C’è poi il problema dei rimboschimenti con conifere abbandonati a se stessi, dell’abusivismo, dei rifiuti infiammabili sparsi ovunque e degli operai forestali prossimi alla pensione, molti precari e non idonei a fronteggiare i roghi. “Non basta ripiantare gli alberi dopo gli incendi – spiega ancora Barbera – ma come hanno osservato i botanici sardi, alla luce dei recenti roghi, occorre favorire la rinascita del bosco e accelerare la conversione della macchia in foresta, con politiche adeguate. Ad esempio, su Monte Pellegrino a Palermo, 50 anni fa abbiamo piantato giustamente conifere, ma poi avremmo dovuto fare operazioni di gestione per favorire la presenza della macchia mediterranea, come leccio, olivastro, querce, per creare una superficie più resistente agli incendi. Invece – conclude l’agronomo – le conifere non sono mai state diradate, essendo resinose prendono fuoco velocemente, come una scatola di fiammiferi, e il risultato è sotto gli occhi di tutti”.

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