La Santuzza di Van Dyck in “quarantena” a New York

Il dipinto che raffigura Santa Rosalia è uno dei più importanti della mostra celebrativa dei 150 anni del Met, adesso chiuso per la pandemia

di Marco Russo

Volge il suo sguardo rapito verso il cielo, circondata da uno stuolo di cherubini e illuminata da una luce divina. In basso c’è Palermo flagellata dalla peste, che si prepara al miracolo della rinascita. In questi giorni in cui il mondo intero combatte contro un nuovo flagello, anche la Santuzza è in “quarantena”. Il dipinto di Antoon van Dyck che raffigura Santa Rosalia che intercede contro la peste, si staglia nel silenzio del Metropolitan Museum of Art di New York, sua casa ormai da 150 anni. L’opera, realizzata dal pittore fiammingo nella tarda estate del 1624 a Palermo, quando la città era in preda al morbo, si stava preparando a risaltare in tutta la sua bellezza in occasione della mostra “Making the Met: 1870-2020”, dedicata alle celebrazioni per i 150 anni del museo.

“Santa Rosalia in gloria, intercede per la fine della peste a Palermo”

L’inaugurazione era prevista per oggi – come riporta un articolo di pochi giorni del New York Times – ma tutto è rinviato a causa della pandemia che sta dilagando anche negli Stati Uniti. Così, la Santuzza di van Dyck, sarà in “isolamento”, almeno fino alla prossima estate, quando il Met prevede – se tutto andrà bene – di riaprire i battenti. Il lavoro per l’allestimento si è fermato a metà marzo, ma il quadro si trova già al posto previsto per la nuova mostra. L’opera del pittore fiammingo (una delle cinque “Rosalie” sparse tra Europa e Stati Uniti) fu una delle prime acquistate dal Met, un anno dopo la fondazione del museo nel 1870.

Particolare con Monte Pellegrino

Il dipinto cinque anni fa tornò temporaneamente dove era stato creato quattro secoli prima, in occasione del Festino del 2015. Fu possibile ammirarla a Palazzo Abatellis per pochi mesi, grazie agli accordi fra la Regione Siciliana, il Ministero per i Beni Culturali e il Metropolitan Museum di New York, siglati al tempo del rientro in Sicilia della Venere di Morgantina. La genesi dell’opera è strettamente legata all’epidemia di peste che nel 1624 si colpì la città. Giunto a Palermo nella primavera del 1624, Van Dyck è spettatore di avvenimenti cruciali per la storia della città. Infatti nella stessa primavera la città fu flagellata dalla peste, che, associata con il ritrovamento delle ossa di Santa Rosalia, la miracolosa cessazione del morbo e la proclamazione della santa a patrona cittadina, segnò l’inizio di una nuova sentita devozione e l’affermarsi del nuovo culto.

Un angelo incorona Santa Rosalia

Non stupisce dunque che tra i soggetti dipinti dal Van Dyck durante il soggiorno palermitano, protrattosi fino al settembre 1625, la liberatrice dalla peste fosse il più richiesto dai collezionisti locali, come risulta anche dai documenti d’archivio. Purtroppo la stragrande maggioranza di queste opere ha lasciato Palermo ed è entrata a far parte di collezioni museali estere, ma restano in Sicilia copie e derivazioni che testimoniano come con i suoi numerosi dipinti, raffiguranti la medesima modella ed eseguiti durante il soggiorno palermitano, Van Dyck abbia concorso a fissare l’iconografia di Santa Rosalia come una donna giovane e bella, dall’incarnato chiaro e dai lunghi capelli biondo-rossi, incoronata di rose e gigli, vestita di un bruno saio benedettino e sempre accompagnata dal teschio, allusivo alla peste ma anche alla meditazione e alla mortificazione.

Il Met (foto Arad, Wikipedia)

L’opera nel 1648 fu acquistata a Palermo dal nobile collezionista messinese don Antonio Ruffo, principe della Scaletta; rimasta in casa Ruffo almeno fino al 1750, comparve a Londra nel 1839 sul mercato antiquario e dopo numerosi passaggi in collezioni private tra Londra, Parigi e Bruxelles, fu acquistata dal Metropolitan Museum di New York nel 1871. La santa è raffigurata con lo sguardo rivolto verso l’alto, illuminata dalla luce divina e sollevata da putti angelici; uno di essi la incorona con rose e gigli, che alludono al suo nome, un altro porta il consueto teschio, mentre un terzo si tura il naso, “invenzione” che diventerà centrale nella celeberrima pala dipinta poco dopo per l’Oratorio del Rosario in San Domenico. In basso a destra, lo scorcio di paesaggio mostra il monte Pellegrino. Rosalia mostra gli effetti della peste e chiede l’intercessione divina.

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