La rinascita di Maredolce, tra orti biologici e concerti

Prosegue il recupero del palazzo normanno a partire dal parco e dai giardini coltivati, con una serie di iniziative per la valorizzazione

di Guido Fiorito

Dalle mura e dalle finestre in alto lo sguardo si perdeva sul grande lago, il Maredolce, e, poi, in continuità, grazie alla prospettiva, raggiungeva all’orizzonte il mare salato. I tempi di Ruggero II, che lo abitò, e del suo sollazzo, ovvero luogo di piacere, sono lontani. Il tempo ha cambiato il panorama, compresi sullo sfondo palazzi in cemento armato. Ma il castello di Maredolce, noto anche come palazzo della Favara, resta un posto straordinario e il suo recupero prosegue il cammino, forse lento ma sicuro. L’ultima novità è il successo di un orto biologico che in questi giorni sta dando i suoi frutti, tanto che si sta valutando l’ipotesi di venderli in un mercatino due volte la settimana. Dopo la pausa dovuta al Covid, le porte del monumento, che sorge a Brancaccio, poco prima del ponte sulla Circonvallazione, si stanno per riaprire al pubblico.

Orto nel parco di Maredolce

Uno dei temi del recupero del palazzo è se ripristinare il lago, che non esiste più da tempo immemore e che conteneva un isolotto che, secondo lo spagnolo Josè Tito Rojo, botanico e studioso dei giardini, aveva la forma della Sicilia per come era stata disegnata a quel tempo dal geografo al-Idrisi, che visse alla corte di re Ruggero. Al convegno sul Parco antico di Maredolce, si è parlato anche di questo. Riprendendo un dibattito già acceso al tempo del workshop della Fondazione Benetton di due anni fa. Alla tesi dei laghisti a tutti i costi, Giuseppe Barbera, esperto di colture arboree e storico della botanica, supervisore del piano di utilizzo delle aree, oppone una visione realista con un padre d’eccezione, Cesare Brandi. Lo storico dell’arte conobbe questi luoghi durante una visita a Palermo nel 1962 rimanendo colpito dal “mare di verde di mandarini e limoni”. Per Barbera il mare dolce è oggi un mare di verde da salvaguardare e qualificare: “L’acqua deve certamente tornare in qualche spazio ma in modo diverso, l’agricoltura resta”.

Prospetto posteriore del palazzo di Maredolce

I sei ettari del parco, uno dei pochi lembi rimasti della Conca d’oro, come ha ricordato Manfredi Leone, architetto del paesaggio che ha realizzato il piano di utilizzo delle aree, è legato alla sua storia e al suo rapporto con gli abitanti. “Sarebbe bello – ha detto – disporre di 15 milioni per il restauro integrale del castello ma non ci sono e adesso è importante che i palermitani e, in particolare, i bambini, scoprano questi luoghi”. A questo proposito sono in programma una serie di iniziative e Mario Barbagallo, in qualità di presidente del Conservatorio di Palermo, ha promesso di contribuire con alcuni concerti.

Il Castello di Maredolce

Un programma di rilancio che ha visto in prima fila il festival Le Vie dei Tesori, che ha inserito dall’anno scorso il castello di Maredolce nei suoi itinerari. Facendo parte di quella “narrazione collettiva”, che, come ha detto Laura Anello, presidente della Fondazione Le Vie dei Tesori e ideatrice della manifestazione, “unisce al bello, la memoria e il senso della comunità”. Per valorizzare il luogo la Soprintendenza dei Beni culturali di Palermo ha affidato l’area per sei anni a un consorzio di tre associazioni e Luciano D’Angelo, presidente di So.Svi.Le. (Solidarietà, Sviluppo e Legalità) ha lanciato il dibattito. Il sogno è ripetere quel che è successo ad Agrigento per il giardino della Kolymbetra.

Una parte dell’orto di Maredolce

Proprio il direttore di quel posto magico, gestito dal Fai, Giuseppe Lo Pilato ha messo in relazione i due luoghi “dove è impossibile distinguere il valore archeologico da quello paesaggistico. Entrambi sono legati dal ruolo svolto dalla presenza dell’acqua. Quando interrogo i visitatori ad Agrigento mi rispondono di aver visto un paradiso, un luogo che illumina l’anima. Lo stesso vale per Maredolce”. Con un obiettivo a medio termine: meritare con il recupero di inserire Maredolce nell’itinerario arabo-normanno dell’Unesco. “Quando i funzionari dell’Unesco vennero a visitare Palermo nel 2015 – ha ricordato la soprintendente Lina Bellanca – il castello era ancora abitato ed è stato giudicato prematuro inserirlo nell’itinerario. Abbiamo altri quattro progetti finanziati per studiare e sviluppare il sito, speriamo che la burocrazia non rallenti ancora il faticoso e prezioso recupero di questo bene”.

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