La polenta di cicerchie della “Lombardia siciliana”

Nell’enclave gallo-italico dell’Isola, non mancano gli estimatori disposti a pagare a un prezzo alto per gustare questo cibo nordico dei loro antenati

Marcella Croce

L’idioma gallo-italico (o gallo-romanzo) sostituisce il dialetto siciliano in una decina di paesi delle province di Messina, Catania, Siracusa e Enna, la cosiddetta “Lombardia siciliana”. Questa peculiare lingua, che in realtà non è lombarda, ma ligure-piemontese, deriva da una forte mescolanza etnica tra la popolazione locale e le genti settentrionali chiamate dalla regina Adelasia nel XII secolo.

Questi luoghi, che certamente costituiscono un’enclave di grande interesse per gli studiosi di linguistica, sono anche tra le zone della Sicilia in cui si mangia la polenta di cicerchie. Legume povero per eccellenza, a metà fra ceci e piselli, la cicerchia (Lathyrus sativus) in Italia è oggi una rarità. In Sicilia, dove in alcune zone viene chiamata anche rumanedda o ciciruòccolo, ci sono alcuni superstiti appassionati coltivatori.

A Nicosia, Aidone, Piazza Armerina, San Fratello, così come a Sperlinga, Acquedolci e Novara di Sicilia, non mancano gli estimatori disposti a pagare a un prezzo relativamente alto la farina di cicerchia, spesso mista ad altri legumi, pur di farne la base della polenta. Oggi come oltre mille anni fa in epoca normanna quando i loro antenati arrivarono dal settentrione, i siciliani che vivono in queste zone mangiano questo cibo nordico per antonomasia, con cui tuttora in Sicilia si ha pochissima dimestichezza.

Nell’enclave gallo-italico dell’Isola, non mancano gli estimatori disposti a pagare a un prezzo alto per gustare questo cibo nordico dei loro antenati

Marcella Croce

L’idioma gallo-italico (o gallo-romanzo) sostituisce il dialetto siciliano in una decina di paesi delle province di Messina, Catania, Siracusa e Enna, la cosiddetta “Lombardia siciliana”. Questa peculiare lingua, che in realtà non è lombarda, ma ligure-piemontese, deriva da una forte mescolanza etnica tra la popolazione locale e le genti settentrionali chiamate dalla regina Adelasia nel XII secolo.

Questi luoghi, che certamente costituiscono un’enclave di grande interesse per gli studiosi di linguistica, sono anche tra le zone della Sicilia in cui si mangia la polenta di cicerchie. Legume povero per eccellenza, a metà fra ceci e piselli, la cicerchia (Lathyrus sativus) in Italia è oggi una rarità. In Sicilia, dove in alcune zone viene chiamata anche rumanedda o ciciruòccolo, ci sono alcuni superstiti appassionati coltivatori.

A Nicosia, Aidone, Piazza Armerina, San Fratello, così come a Sperlinga, Acquedolci e Novara di Sicilia, non mancano gli estimatori disposti a pagare a un prezzo relativamente alto la farina di cicerchia, spesso mista ad altri legumi, pur di farne la base della polenta. Oggi come oltre mille anni fa in epoca normanna quando i loro antenati arrivarono dal settentrione, i siciliani che vivono in queste zone mangiano questo cibo nordico per antonomasia, con cui tuttora in Sicilia si ha pochissima dimestichezza.

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