La nave romana restaurata sarà esposta a Marsala

Il grande scafo lungo 27 metri, ritrovato nel 1999 nei fondali del lido di Marausa, in mostra dal 12 aprile all’interno del museo “Baglio Anselmi”

di Ruggero Altavilla

È il più grande relitto romano trovato in Sicilia. Una nave lunga 27 metri e larga 9, rinvenuta nel 1999 nei fondali del lido di Marausa, nel Trapanese, a meno di 150 metri dalla costa. Adesso, dopo la fine del restauro effettuato, il relitto sarà esposto integralmente a partire dal prossimo 12 aprile, all’interno del Museo archeologico regionale “Baglio Anselmi”, che già dal 1986 ospita un relitto punico della metà del III secolo avanti Cristo.

Il restauro della nave è stato condotto da un’azienda del Nord Italia, la milanese 4ward360, attraverso l’utilizzo di nanotecnologie, funzionali alla conservazione dei reperti preservandoli dal calore, dall’umidità e da eventuali batteri. Il prodotto, elaborato appositamente dai laboratori dell’azienda, ascoltando le esperienze degli esperti del settore della conservazione, è stato denominato wdLeg50. Si tratta di un innovativo trattamento nanotecnologico che crea una protezione invisibile sulle superfici dello scafo di legno.

Sebastiano Tusa davanti ai legni della nave

Grazie alle sue proprietà idro e olio repellenti è in grado di fare da schermo protettivo contro eventuali condense derivanti da cambiamenti climatici ed eventuali contaminanti esterni, di fatto impedendo a questi di attaccare la fibra di cellulosa. Il trattamento non modifica la traspirabilità della superficie trattata ed è in grado di prevenire i problemi legati all’insorgenza di eventuali parassiti come muschi, funghi o altro, prevedendo la decomposizione del legno e resistendo, inoltre, alle alte temperature. I materiali utilizzati per il composto sono bio ed ecocompatibili, rigorosamente non tossici.

La nave da carico, risalente al IV secolo dopo Cristo, trasportava verosimilmente prodotti agricoli grezzi e lavorati, come olive, miele e salsa di pesce. Probabilmente, a causa di una manovra sbagliata o un colpo di vento, si arenò nei bassi fondali del fiume Birgi, che allora era navigabile. “Per la prima volta – afferma l’assessore regionale ai Beni culturali, Sebastiano Tusa – le nanotecnologie sono applicate per l’ottimizzazione e la conservazione di un relitto in esposizione museale recuperato in fondali marini e depurato da tutti i depositi che la permanenza in acqua salmastra ha apportato alle assi di legno che compongono l’intera struttura navale”.

Il grande scafo lungo 27 metri, ritrovato nel 1999 nei fondali del lido di Marausa, in mostra dal 12 aprile all’interno del museo “Baglio Anselmi”

di Ruggero Altavilla

È il più grande relitto romano trovato in Sicilia. Una nave lunga 27 metri e larga 9, rinvenuta nel 1999 nei fondali del lido di Marausa, nel Trapanese, a meno di 150 metri dalla costa. Adesso, dopo la fine del restauro effettuato, il relitto sarà esposto integralmente a partire dal prossimo 12 aprile, all’interno del Museo archeologico regionale “Baglio Anselmi”, che già dal 1986 ospita un relitto punico della metà del III secolo avanti Cristo.

Il restauro della nave è stato condotto da un’azienda del Nord Italia, la milanese 4ward360, attraverso l’utilizzo di nanotecnologie, funzionali alla conservazione dei reperti preservandoli dal calore, dall’umidità e da eventuali batteri. Il prodotto, elaborato appositamente dai laboratori dell’azienda, ascoltando le esperienze degli esperti del settore della conservazione, è stato denominato wdLeg50. Si tratta di un innovativo trattamento nanotecnologico che crea una protezione invisibile sulle superfici dello scafo di legno.

Sebastiano Tusa davanti ai legni della nave

Grazie alle sue proprietà idro e olio repellenti è in grado di fare da schermo protettivo contro eventuali condense derivanti da cambiamenti climatici ed eventuali contaminanti esterni, di fatto impedendo a questi di attaccare la fibra di cellulosa. Il trattamento non modifica la traspirabilità della superficie trattata ed è in grado di prevenire i problemi legati all’insorgenza di eventuali parassiti come muschi, funghi o altro, prevedendo la decomposizione del legno e resistendo, inoltre, alle alte temperature. I materiali utilizzati per il composto sono bio ed ecocompatibili, rigorosamente non tossici.

La nave da carico, risalente al IV secolo dopo Cristo, trasportava verosimilmente prodotti agricoli grezzi e lavorati, come olive, miele e salsa di pesce. Probabilmente, a causa di una manovra sbagliata o un colpo di vento, si arenò nei bassi fondali del fiume Birgi, che allora era navigabile. “Per la prima volta – afferma l’assessore regionale ai Beni culturali, Sebastiano Tusa – le nanotecnologie sono applicate per l’ottimizzazione e la conservazione di un relitto in esposizione museale recuperato in fondali marini e depurato da tutti i depositi che la permanenza in acqua salmastra ha apportato alle assi di legno che compongono l’intera struttura navale”.

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1 Comment

  1. Davvero interessantissimo, grazie per condividere con noi queste perle di storia ! La Storia sono le radici di ognuno di noi !!

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