A rischio la “Cappella Sistina di Sicilia”

Per restaurare la chiesa il rettore ha donato parte del suo Tfr da preside. Infiltrazioni e incuria hanno messo a dura prova gli affreschi del fiammingo Borremans

di Antonella Lombardi

Dietro le mura austere della chiesa, eretta su un antico oratorio del 1361, si nasconde un trionfo di colori vibranti e intarsi lignei del tardobarocco che hanno indotto Vittorio Sgarbi a definirla la “Cappella Sistina di Sicilia”: è la chiesa di San Giovanni Evangelista a Piazza Armerina, salvata dall’incuria e dalle infiltrazioni d’acqua con certosina dedizione da monsignor Antonino Scarcione, rettore della Chiesa. A lui si devono i ripetuti appelli alla Sovrintendenza e alle autorità per salvare dall’umidità i preziosi affreschi realizzati dal pittore fiammingo Borremans nel suo lungo soggiorno in Sicilia. La chiesa fa parte del Fec, il patrimonio del fondo degli edifici di culto che ha origine dalle leggi della seconda metà del 1800 con le quali lo Stato italiano soppresse le proprietà ecclesiastiche. Il proprietario, pertanto, è il ministero dell’Interno (ma sono in corso trattative per concedere alla diocesi il comodato d’uso) ma negli anni pur di salvare la chiesa, tra le inevitabili inerzie burocratiche, Scarcione non ha esitato ad autotassarsi devolvendo parte del suo Tfr da preside per finanziare alcuni lavori di restauro.

Risale all’incirca al 1721 il completamento dei lavori a cura delle suore benedettine che, grazie a una generosa eredità ricevuta (intorno a 400 onze) possono così dedicarsi alla chiesa. È la badessa Angelica Cremona a commissionare al Borremans – al lavoro in quel periodo nel duomo di Caltanissetta – gli affreschi. Nella cupola il pittore di Anversa dipinge il mistero dell’Eucaristia, nelle pareti laterali dell’altare maggiore la Natività e l’Epifania, mentre nella volta sceglie di rappresentare la visione apocalittica di San Giovanni. Nella parete di sinistra, invece, è raffigurata l’apoteosi di San Benedetto e la regola benedettina, mentre sul lato destro c’è il martirio di San Placido con, sullo sfondo, il golfo di Messina. Sui piloni della cupola e nelle lunette paiono quasi volteggiare le figure di donne simboleggianti le virtù, il tutto in un tripudio di nuvolette, rami intrecciati e ghirlande di fiori che sembrano un inno alla primavera. L’altare maggiore, successivo all’incendio del 1722, è opera dei marmisti catanesi, i fratelli Marino, mentre ai lati si stagliano due statue in marmo bianco di Carrara che rappresentano la Fede e l’Innocenza. A fianco spicca l’imponente pulpito in legno intarsiato in argento dorato del XVIII secolo, di autore ignoto. Negli anni le infiltrazioni d’acqua hanno messo a rischio la chiesa di San Giovanni, ma i “Restauri effettuati fin qui (quasi 70mila euro i fondi stanziati dal ministero dell’Interno nel tempo, ndr) hanno consentito di intervenire sui due pannelli con l’Apoteosi di San Benedetto e su quello con le fasi antecedenti il martirio di San Placido e Flavia”, spiega monsignore Scarcione, che negli anni ha anche presieduto un “comitato pro affreschi” per salvare la chiesa dall’incuria. “Sono state anche ripristinate le colonnine lignee danneggiate dalle tarme che reggono il soppalco dei musici – aggiunge il rettore – i lavori futuri più urgenti riguardano l’affresco sull’Adorazione dei Magi e quello sull’Adorazione dei pastori. La chiesa è pronta per essere fruita dai turisti che possono prenotare una visita contattandomi al cellulare 3335323239. Adesso sto cercando di far ultimare i restauri dei due portoni, ho chiesto tramite raccomandata alla Sovrintendenza di intervenire sui pannelli nel presbiterio, spero si provveda quanto prima per salvare questo luogo”.

Per restaurare la chiesa il rettore ha donato parte del suo Tfr da preside. Infiltrazioni e incuria hanno messo a dura prova gli affreschi del fiammingo Borremans

di Antonella Lombardi

Dietro le mura austere della chiesa, eretta su un antico oratorio del 1361, si nasconde un trionfo di colori vibranti e intarsi lignei del tardobarocco che hanno indotto Vittorio Sgarbi a definirla la “Cappella Sistina di Sicilia”: è la chiesa di San Giovanni Evangelista a Piazza Armerina, salvata dall’incuria e dalle infiltrazioni d’acqua con certosina dedizione da monsignor Antonino Scarcione, rettore della Chiesa. A lui si devono i ripetuti appelli alla Sovrintendenza e alle autorità per salvare dall’umidità i preziosi affreschi realizzati dal pittore fiammingo Borremans nel suo lungo soggiorno in Sicilia. La chiesa fa parte del Fec, il patrimonio del fondo degli edifici di culto che ha origine dalle leggi della seconda metà del 1800 con le quali lo Stato italiano soppresse le proprietà ecclesiastiche. Il proprietario, pertanto, è il ministero dell’Interno (ma sono in corso trattative per concedere alla diocesi il comodato d’uso) ma negli anni pur di salvare la chiesa, tra le inevitabili inerzie burocratiche, Scarcione non ha esitato ad autotassarsi devolvendo parte del suo Tfr da preside per finanziare alcuni lavori di restauro.

Risale all’incirca al 1721 il completamento dei lavori a cura delle suore benedettine che, grazie a una generosa eredità ricevuta (intorno a 400 onze) possono così dedicarsi alla chiesa. È la badessa Angelica Cremona a commissionare al Borremans – al lavoro in quel periodo nel duomo di Caltanissetta – gli affreschi. Nella cupola il pittore di Anversa dipinge il mistero dell’Eucaristia, nelle pareti laterali dell’altare maggiore la Natività e l’Epifania, mentre nella volta sceglie di rappresentare la visione apocalittica di San Giovanni. Nella parete di sinistra, invece, è raffigurata l’apoteosi di San Benedetto e la regola benedettina, mentre sul lato destro c’è il martirio di San Placido con, sullo sfondo, il golfo di Messina. Sui piloni della cupola e nelle lunette paiono quasi volteggiare le figure di donne simboleggianti le virtù, il tutto in un tripudio di nuvolette, rami intrecciati e ghirlande di fiori che sembrano un inno alla primavera. L’altare maggiore, successivo all’incendio del 1722, è opera dei marmisti catanesi, i fratelli Marino, mentre ai lati si stagliano due statue in marmo bianco di Carrara che rappresentano la Fede e l’Innocenza. A fianco spicca l’imponente pulpito in legno intarsiato in argento dorato del XVIII secolo, di autore ignoto. Negli anni le infiltrazioni d’acqua hanno messo a rischio la chiesa di San Giovanni, ma i “Restauri effettuati fin qui (quasi 70mila euro i fondi stanziati dal ministero dell’Interno nel tempo, ndr) hanno consentito di intervenire sui due pannelli con l’Apoteosi di San Benedetto e su quello con le fasi antecedenti il martirio di San Placido e Flavia”, spiega monsignore Scarcione, che negli anni ha anche presieduto un “comitato pro affreschi” per salvare la chiesa dall’incuria. “Sono state anche ripristinate le colonnine lignee danneggiate dalle tarme che reggono il soppalco dei musici – aggiunge il rettore – i lavori futuri più urgenti riguardano l’affresco sull’Adorazione dei Magi e quello sull’Adorazione dei pastori. La chiesa è pronta per essere fruita dai turisti che possono prenotare una visita contattandomi al cellulare 3335323239. Adesso sto cercando di far ultimare i restauri dei due portoni, ho chiesto tramite raccomandata alla Sovrintendenza di intervenire sui pannelli nel presbiterio, spero si provveda quanto prima per salvare questo luogo”.

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