I testamenti dei grandi si mettono in mostra

Al Politeama Garibaldi di Palermo si potranno scoprire le ultime volontà dei personaggi che hanno fatto la storia d’Italia: da Verga a Cavour, da Garibaldi a Pirandello, fino all’ultima lettera scritta da Paolo Borsellino poche ore prima della morte

di Giulio Giallombardo

Fiumi d’inchiostro che si fanno storia. Eredità e memoria di chi ha intrecciato le trame del Paese, lasciando un segno sulle vicende politiche, culturali e spirituali degli italiani. La sfera pubblica del ruolo istituzionale o dell’autorità artistica, s’incrocia con il privato degli affetti a cui donare ciò che in vita si è costruito. Così, attraverso i loro testamenti, tornano a vivere una trentina personaggi illustri, che, a cavallo tra Ottocento e Novecento, hanno plasmato l’anima della Nazione.

Il racconto dei loro lasciti è al centro della mostra “Io qui sottoscritto. Testamenti di grandi italiani”, curata dal Consiglio Nazionale del Notariato e dalla Fondazione Italiana del Notariato, in collaborazione con il Consiglio Notarile di Palermo e Termini Imerese. Da sabato 6 fino al 29 ottobre, la Sala degli Specchi del Politeama Garibaldi sarà arricchita da una trentina di testamenti in fotoriproduzione, di scrittori, politici, imprenditori e magistrati: da Verga a Cavour, da Garibaldi a Pirandello, passando per Verdi, D’Annunzio, De Gasperi e De Nicola, ciascuno a suo modo protagonista della storia d’Italia.

La mostra, è stata in realtà realizzata per la prima volta nel 2012 in occasione dei 150 anni dell’Unità nazionale, e riproposta in diverse città, ma questa nuova edizione palermitana presenta due testamenti simbolicamente importanti per la città: il primo “spirituale” di Paolo Borsellino, con la sua ultima lettera scritta ad una professoressa di Padova poche ore prima dell’attentato di via D’Amelio; ed il secondo, stilato a norma di legge, di Ignazio Florio senior, che distribuisce tutte le sue ricchezze ai figli, Egadi comprese.

Dunque, le memorie più intime diventano un’antologia atipica che rispecchia temperamenti, caratteri e storie eterogenee tra loro, ma accomunate dal germe dell’immortalità. C’è un lapidario Pirandello che vorrebbe “sia lasciata passare in silenzio” la sua morte: “Mi s’avvolga, nudo, in un lenzuolo. E niente fiori sul letto e nessun cero acceso”. Oppure Garibaldi, che nel suo testamento politico dichiara di non voler “accettare in nessun tempo il ministero odioso, disprezzando e scellerato d’un prete che considero atroce nemico del genere umano e dell’Italia in particolare”. E ancora Verdi che chiese funerali “modestissimi” e “fatti allo spuntar del giorno o all’Ave Maria di sera senza canti e suoni”.

Fino a Paolo Borsellino che il 19 luglio del 1992, rispose ad una lettera di una docente padovana, che tre mesi prima lo aveva invitato a un incontro con gli studenti del suo liceo. Invito che però non era mai arrivato. Parlando di come le nuove generazioni si confrontino con la complessità dell’Isola, Borsellino scrive: “Vedo che verso di essa i giovani, siciliani e no, hanno oggi una attenzione ben diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni sino ai quarant’anni. Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta”.

“Suscitano commozione e sono molte le lezioni di vita che è possibile trarre dai testamenti esposti – dice Mario Marino, presidente del Consiglio Notarile di Palermo e Termini Imerese -. In particolar modo suggeriscono che la preoccupazione economica della trasmissione del patrimonio è sempre superata dal desiderio di trasmettere un lascito duraturo, un insegnamento, un ideale, uno stile di vita, ma soprattutto consegnano un ammonimento: non c’è nulla di più prezioso da lasciare agli eredi se non l’essere stati di esempio”. Un modo, anche questo, per strizzare l’occhio all’eternità.

Al Politeama Garibaldi di Palermo si potranno scoprire le ultime volontà dei personaggi che hanno fatto la storia d’Italia: da Verga a Cavour, da Garibaldi a Pirandello, fino all’ultima lettera scritta da Paolo Borsellino poche ore prima della morte

di Giulio Giallombardo

Fiumi d’inchiostro che si fanno storia. Eredità e memoria di chi ha intrecciato le trame del Paese, lasciando un segno sulle vicende politiche, culturali e spirituali degli italiani. La sfera pubblica del ruolo istituzionale o dell’autorità artistica, s’incrocia con il privato degli affetti a cui donare ciò che in vita si è costruito. Così, attraverso i loro testamenti, tornano a vivere una trentina personaggi illustri, che, a cavallo tra Ottocento e Novecento, hanno plasmato l’anima della Nazione.

Il racconto dei loro lasciti è al centro della mostra “Io qui sottoscritto. Testamenti di grandi italiani”, curata dal Consiglio Nazionale del Notariato e dalla Fondazione Italiana del Notariato, in collaborazione con il Consiglio Notarile di Palermo e Termini Imerese. Da sabato 6 fino al 29 ottobre, la Sala degli Specchi del Politeama Garibaldi sarà arricchita da una trentina di testamenti in fotoriproduzione, di scrittori, politici, imprenditori e magistrati: da Verga a Cavour, da Garibaldi a Pirandello, passando per Verdi, D’Annunzio, De Gasperi e De Nicola, ciascuno a suo modo protagonista della storia d’Italia.

La mostra, è stata in realtà realizzata per la prima volta nel 2012 in occasione dei 150 anni dell’Unità nazionale, e riproposta in diverse città, ma questa nuova edizione palermitana presenta due testamenti simbolicamente importanti per la città: il primo “spirituale” di Paolo Borsellino, con la sua ultima lettera scritta ad una professoressa di Padova poche ore prima dell’attentato di via D’Amelio; ed il secondo, stilato a norma di legge, di Ignazio Florio senior, che distribuisce tutte le sue ricchezze ai figli, Egadi comprese.

Dunque, le memorie più intime diventano un’antologia atipica che rispecchia temperamenti, caratteri e storie eterogenee tra loro, ma accomunate dal germe dell’immortalità. C’è un lapidario Pirandello che vorrebbe “sia lasciata passare in silenzio” la sua morte: “Mi s’avvolga, nudo, in un lenzuolo. E niente fiori sul letto e nessun cero acceso”. Oppure Garibaldi, che nel suo testamento politico dichiara di non voler “accettare in nessun tempo il ministero odioso, disprezzando e scellerato d’un prete che considero atroce nemico del genere umano e dell’Italia in particolare”. E ancora Verdi che chiese funerali “modestissimi” e “fatti allo spuntar del giorno o all’Ave Maria di sera senza canti e suoni”.

Fino a Paolo Borsellino che il 19 luglio del 1992, rispose ad una lettera di una docente padovana, che tre mesi prima lo aveva invitato a un incontro con gli studenti del suo liceo. Invito che però non era mai arrivato. Parlando di come le nuove generazioni si confrontino con la complessità dell’Isola, Borsellino scrive: “Vedo che verso di essa i giovani, siciliani e no, hanno oggi una attenzione ben diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni sino ai quarant’anni. Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta”.

“Suscitano commozione e sono molte le lezioni di vita che è possibile trarre dai testamenti esposti – dice Mario Marino, presidente del Consiglio Notarile di Palermo e Termini Imerese -. In particolar modo suggeriscono che la preoccupazione economica della trasmissione del patrimonio è sempre superata dal desiderio di trasmettere un lascito duraturo, un insegnamento, un ideale, uno stile di vita, ma soprattutto consegnano un ammonimento: non c’è nulla di più prezioso da lasciare agli eredi se non l’essere stati di esempio”. Un modo, anche questo, per strizzare l’occhio all’eternità.

Hai letto questi articoli?
Articolo PrecedenteProssimo Articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Le vie dei Tesori News

Send this to a friend