Ingabbiati nelle pagine del Gattopardo

Che legame può correre tra la scrittrice italiana Elena Ferrante e il celeberrimo valzer del film di Visconti? E Inge Feltrinelli?

Che legame può correre tra Elena Ferrante (intesa come scrittrice italiana) e il valzer del Gattopardo (inteso come film di Visconti)? Ovvero, quale nesso tra l’autrice della saga più venduta dell’ultimo decennio, il “caso editoriale” costruito ad arte e lo spartito del buon don Peppino Verdi da Roncole di Busseto orchestrato da Nino Rota per il grande schermo? In apparenza (e anche oltre) nessuno. Ma andiamo per ordine.

Sono rimasto prigioniero, ostaggio, schiavo – in queste ultime settimane – della tetralogia che prende il titolo dal primo dei romanzi della Ferrante, “L’amica geniale”. Me ne ero tenuto a distanza, confesso, per snobismo, pregiudizio, sospetto. Avevo fatto la mia parte, beninteso, quando ero in servizio permanente effettivo al Giornale di Sicilia: avevo accolto le proposte di recensione ogni qualvolta usciva un nuovo capitolo e, più malvolentieri, i pezzi sul “mistero Elena Ferrante”, chi si nasconde dietro quel nome e quel cognome che non si è mai appalesato in forma vivente, da quale sacco arriva e da quali mani è impastata questa prodigiosa farina? Adesso quelle remore sono state abbattute dalla lettura tout court e, dopo aver letto il primo romanzo, sono corso in libreria a comprare il secondo capitolo. Finito anche quello (trattasi in totale di quasi 800 pagine), ho nicchiato – ma più di tanto non son riuscito – e come Ulisse che si libera dalle corde e si tuffa in mare, preda dell’incanto delle sirene, sono tornato tra gli scaffali a comprare il terzo e così sarà anche per il quarto.

Storia ben costruita, attraverso i decenni che vanno dal dopoguerra ai nostri giorni, con un numero di protagonisti, comprimari, personaggi di secondo piano e comparse che affollerebbe un set o un palcoscenico (L’amica geniale è già un prodotto televisivo che sarà sul piccolo schermo tra breve), Scrittura astuta ma potente, colta ma viscerale, e Napoli che è la chiave di tutto, il suo ventre, le sue vene, il suo sangue. Una grande epopea.

E mi son chiesto: non avrebbe meritato Palermo (o la Sicilia in genere) una sua Elena Ferrante? Una scrittrice che sapesse raccontare – oggi – con così grande respiro la sua difficile, affannata, desolata, insoddisfatta voglia di riscatto? La sua smania di ascendere e al tempo stesso di perdersi? E invece ci fermiamo al particolare, mi pare, alla piccola storia, al personalismo, al quadro, non arriviamo mai al grande affresco sul nostro passato quasi remoto che ci conduca al nostro presente.

E qui s’inserisce il Gattopardo con il suo valzer, che in questi giorni diventa strumento, pretesto e omaggio per ricordare Inge Feltrinelli, morta da poco: l’annuncio che le note del Cigno di Busseto, rese celebri dal ballo di Lancaster e della Cardinale, verranno irradiate nelle librerie che fanno capo alla casa editrice che nel 1958 pubblicò il romanzo di Tomasi di Lampedusa dopo gli schizzinosi rifiuti di altri editori. Ora mi pare che una figura cosmopolita e poliedrica come quella di Inge Feltrinelli – che amava la Sicilia ben oltre il libro che aveva rappresentato il maggior successo della casa editrice – non possa esser celebrata solo con questa trovata, limitante, forse un po’ provinciale. Ci sono fior di fotografie che Inge scattò, fior di interviste che rilasciò.

Questo dubbio ne insinua però un altro: possibile che la pagine del Gattopardo debbano ancora ingabbiarci, ricattarci, starci col fiato sul collo come ne fossimo prede, a sessant’anni di distanza e debbano rappresentare il limite, il confine, le colonne d’Ercole oltre le quali – letterariamente – non c’è stato altro da raccontare che trasfigurasse in fantasia la spesso infausta cronaca di quest’Isola? Nessun narratore dopo Tomasi? Nessun “profeta” dopo Sciascia? Intanto continuiamo a campare di questi, come con la dote un po’ tarlata ma di buona fattura di mammà.

Io, nel frattempo, sogno una Elena Ferrante al siciliano, pur continuando a coltivare l’aristocratico timore che alla fine della scaltramente popolare tetralogia partenopea, non mi tocchi, che so, di tuffarmi in moderni feuilleton.

Che legame può correre tra la scrittrice italiana Elena Ferrante e il celeberrimo valzer del film di Visconti? E Inge Feltrinelli?

Che legame può correre tra Elena Ferrante (intesa come scrittrice italiana) e il valzer del Gattopardo (inteso come film di Visconti)? Ovvero, quale nesso tra l’autrice della saga più venduta dell’ultimo decennio, il “caso editoriale” costruito ad arte e lo spartito del buon don Peppino Verdi da Roncole di Busseto orchestrato da Nino Rota per il grande schermo? In apparenza (e anche oltre) nessuno. Ma andiamo per ordine.

Sono rimasto prigioniero, ostaggio, schiavo – in queste ultime settimane – della tetralogia che prende il titolo dal primo dei romanzi della Ferrante, “L’amica geniale”. Me ne ero tenuto a distanza, confesso, per snobismo, pregiudizio, sospetto. Avevo fatto la mia parte, beninteso, quando ero in servizio permanente effettivo al Giornale di Sicilia: avevo accolto le proposte di recensione ogni qualvolta usciva un nuovo capitolo e, più malvolentieri, i pezzi sul “mistero Elena Ferrante”, chi si nasconde dietro quel nome e quel cognome che non si è mai appalesato in forma vivente, da quale sacco arriva e da quali mani è impastata questa prodigiosa farina? Adesso quelle remore sono state abbattute dalla lettura tout court e, dopo aver letto il primo romanzo, sono corso in libreria a comprare il secondo capitolo. Finito anche quello (trattasi in totale di quasi 800 pagine), ho nicchiato – ma più di tanto non son riuscito – e come Ulisse che si libera dalle corde e si tuffa in mare, preda dell’incanto delle sirene, sono tornato tra gli scaffali a comprare il terzo e così sarà anche per il quarto.

Storia ben costruita, attraverso i decenni che vanno dal dopoguerra ai nostri giorni, con un numero di protagonisti, comprimari, personaggi di secondo piano e comparse che affollerebbe un set o un palcoscenico (L’amica geniale è già un prodotto televisivo che sarà sul piccolo schermo tra breve), Scrittura astuta ma potente, colta ma viscerale, e Napoli che è la chiave di tutto, il suo ventre, le sue vene, il suo sangue. Una grande epopea.

E mi son chiesto: non avrebbe meritato Palermo (o la Sicilia in genere) una sua Elena Ferrante? Una scrittrice che sapesse raccontare – oggi – con così grande respiro la sua difficile, affannata, desolata, insoddisfatta voglia di riscatto? La sua smania di ascendere e al tempo stesso di perdersi? E invece ci fermiamo al particolare, mi pare, alla piccola storia, al personalismo, al quadro, non arriviamo mai al grande affresco sul nostro passato quasi remoto che ci conduca al nostro presente.

E qui s’inserisce il Gattopardo con il suo valzer, che in questi giorni diventa strumento, pretesto e omaggio per ricordare Inge Feltrinelli, morta da poco: l’annuncio che le note del Cigno di Busseto, rese celebri dal ballo di Lancaster e della Cardinale, verranno irradiate nelle librerie che fanno capo alla casa editrice che nel 1958 pubblicò il romanzo di Tomasi di Lampedusa dopo gli schizzinosi rifiuti di altri editori. Ora mi pare che una figura cosmopolita e poliedrica come quella di Inge Feltrinelli – che amava la Sicilia ben oltre il libro che aveva rappresentato il maggior successo della casa editrice – non possa esser celebrata solo con questa trovata, limitante, forse un po’ provinciale. Ci sono fior di fotografie che Inge scattò, fior di interviste che rilasciò.

Questo dubbio ne insinua però un altro: possibile che la pagine del Gattopardo debbano ancora ingabbiarci, ricattarci, starci col fiato sul collo come ne fossimo prede, a sessant’anni di distanza e debbano rappresentare il limite, il confine, le colonne d’Ercole oltre le quali – letterariamente – non c’è stato altro da raccontare che trasfigurasse in fantasia la spesso infausta cronaca di quest’Isola? Nessun narratore dopo Tomasi? Nessun “profeta” dopo Sciascia? Intanto continuiamo a campare di questi, come con la dote un po’ tarlata ma di buona fattura di mammà.

Io, nel frattempo, sogno una Elena Ferrante al siciliano, pur continuando a coltivare l’aristocratico timore che alla fine della scaltramente popolare tetralogia partenopea, non mi tocchi, che so, di tuffarmi in moderni feuilleton.

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