Il principe di Castelvetrano e la Cappella Sistina siciliana

Per celebrare i 500 anni della nascita, un convegno ha ricordato Carlo Aragona Tagliavia, vicerè nell’Isola. Pronto un progetto di ricerca sulla salma sepolta nella chiesa di San Domenico

di Guido Fiorito

Indagine su un protagonista della storia europea e della sua celebrazione nella chiesa di San Domenico a Castelvetrano. Il suo nome è Carlo Aragona Tagliavia, di cui ricorrono il 25 dicembre cinquecento anni dalla nascita. Soprannominato Magnus Siculus, fatto che si spiega se si considera abbia ricoperto importanti cariche di governo tra la Sicilia, del cui regno, come presidente, ebbe a lungo compiti di viceré, e la Spagna, dove per quaranta giorni fu addirittura il reggente al trono dopo l’abdicazione di Carlo V e la divisione in due del suo impero. “La sua vicenda – ha detto la storica Lina Scalisi, in un convegno internazionale online a lui dedicato – è caratterizzata da fama, fortuna e fedeltà. La fortuna è legata ai rapporti diplomatici tenuti dal padre Giovanni e poi da lui stesso, con la corte spagnola e i nobili siciliani. E poi alla battaglia di Lepanto. La flotta cristiana, grazie a lui, trovò in Sicilia un grande contributo con appoggi logistici ed economici decisivi”.

Ritratto di Carlo d’Aragona Tagliavia

Carlo Aragona Tagliavia è citato da Manzoni nei Promessi Sposi, in quanto tra le sue cariche occupò pure quella di governatore di Milano, emanando un bando contro l’attività dei “bravi”. Muore a Madrid nel 1599 a 77 anni. Nel testamento scrive di voler essere sepolto, in qualsiasi paese fosse deceduto, nella chiesa di San Domenico a Castelvetrano, il principale dei suoi feudi di cui era principe. Qui aveva fondato il convento dei Cappuccini e ingrandito la chiesa di San Domenico.

 

La chiesa, che nasce ad una navata, viene abbellita da una serie di cappelle e soprattutto di decorazioni, tanto da essere definita la “Cappella Sistina” della Sicilia. Un’opera di grande valore artistico, con intere pareti ricoperti di stucchi, il magnifico albero genealogico  di Jesse, statue  e soffitti con complesse strutture di medaglioni dipinti e grottesche. Che nasconde ancora misteri.

L’altare maggiore di San Domenico (foto Davide Mauro, Wikipedia)

Tale lavoro viene attribuito a Antonino Ferraro, citato come autore in una iscrizione. “L’origine di questo artista – dice Marco Rosario Nobile, storico dell’architettura – non è chiara. Fino al 1557 non ne esiste traccia. I documenti trovati non bastano a definire una biografia. Non è certo che sia di Giuliana e neanche che Ferraro sia il suo vero nome. Il soprannome di Imbarracocina potrebbe derivare da un cognome aragonese. Il tipo di decorazioni usato, affollato con angoli teatrali, rimanda alla Spagna. Ma in una età in cui esisteva già la stampa bisogna essere prudenti sulle conclusioni”. L’architetto Giuseppe Salluzzo, studioso dei beni culturali di Castelvetrano, nell’illustrare i tesori della chiesa, ha mostrato come l’autore della decorazione di San Domenico avesse visto le opere di Michelangelo e Raffaello, quindi fosse stato a Roma. Il volto di Isaia, per esempio, sembra derivare dal Mosè michelangiolesco.

Carlo d’Aragona Tagliavia

È pronto un progetto per svelare altri misteri legati a Carlo Aragona Tagliavia. Infatti sarà studiato l’interno del sarcofago che contiene la salma del principe, con l’intervento dell’Università di Pisa, che ha organizzato il convegno, all’avanguardia nella paleopatologia con Gino Fornaciari. Un sarcofago particolare con una porta d’accesso circolare di poco più di mezzo metro di diametro, decorazioni geometriche con marmi pregiati, un coperchio piramidale. Le indagini preliminari hanno scoperto all’interno i resti di tre corpi, due maschi e una femmina, in parte mummificati. La donna dovrebbe essere la moglie del principe, Margherita Ventimiglia che gli diede cinque figli.

Castelvetrano, interno di San Domenico (foto Davide Mauro, Wikipedia)

“Faremo numerose indagini” dice Gino Fornaciari, studioso che ha analizzato e studiato i resti di tanti celebri italiani, da Sant’Antonio di Padova a Gioacchino Fiore, dai Medici ai Della Rovere. Ovvero radiografie, tac, prove al Carbonio 14 per stabilire l’epoca dei resti, analisi chimiche, entomologiche (ricerca di insetti), paleopatologiche (ricerca sulle malattie) e sui microrganismi botanici. “Dopo aver messo in sicurezza il sarcofago – dice Fornaciari -, istalleremo un laboratorio provvisorio in loco. Il fine è di identificare, principalmente attraverso la forma del cranio, quali sono i resti del principe. Poi stabilire il suo stile di vita, che di tipo di alimentazione e di attività fisica lo caratterizzavano, le cause di morte. Il sarcofago è stato visitato dai ladri, le vesti sono state manomesse, ma siamo sicuri che quel che rimane  ci riserverà sorprese”.

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