Il pozzo dei miracoli sulle tracce di Sant’Oliva

Nella chiesa di San Francesco di Paola, a Palermo, c’è una cappella dedicata a una delle antiche patrone della città. È qui che si pensa fossero stati sepolti i suoi resti, che però non vennero mai ritrovati. È uno dei luoghi visitabili del festival Le Vie dei Tesori

di Federica Certa

Navata sinistra, terza campata, cappella di Sant’Oliva: c’è una botola, e sotto la botola un cunicolo profondo dieci metri, che vira a sinistra e si apre in un antro buio e nero come la pece. È qui che – secondo la tradizione cristiana – sono state custodite per secoli le spoglie di Oliva, la giovane martire decapitata a Tunisi nel 463 dopo Cristo, amorevolmente trasportata dai suoi fedeli a Palermo per essere tumulata avvolta in pelli di cammello dentro un pozzo, dove i suoi resti, però, non vennero mai ritrovati. Ancora nel tardo Medioevo, a Palermo, di patrone ce n’erano quattro, prima del miracolo della guarigione dalla peste, prima del ritrovamento delle spoglie di Rosalia Sinibaldi nell’eremo di Montepellegrino.

E Oliva era una di queste, pregata e venerata tanto da edificare una cappella nel luogo che era ritenuto sede della sua sepoltura. Tanto da credere che l’acqua, sgorgata un giorno da quel pozzo buio, avesse poteri prodigiosi. Una cappella piccola, modesta, affidata alla congregazione dei sarti, destinata a diventare il nucleo fondativo di una delle chiese più imponenti e opulente di Palermo, San Francesco di Paola, nella piazza che prende il nome dalla santa che convertiva i pagani, sfidava i vandali di Genserico, addomesticava dragoni, leoni e serpenti, beffava la fame e resisteva incolume alle torture con il fuoco, l’aculeo, l’olio bollente, la frusta.

Due campioni dell’agiografia cristiana, Oliva e Francesco, due luoghi di culto, la cappella e la chiesa, che incrociano le tappe della loro genesi e scandiscono le vicende dell’ordine dei frati Minimi fondato dal santo calabrese, che quest’anno, proprio tra ottobre e novembre, celebra il cinquecentenario dell’arrivo a Palermo, mezzo millennio da quel giorno d’autunno in cui i sarti palermitani cedettero la malridotta cappella e il terreno circostante ai frati con atto notarile redatto a Sant’Eulalia dei Catalani, dando il via alla fondazione del primo convento a Palermo.

La chiesa di piazza Sant’Oliva ne conserva memoria, e visitarla nei 40 minuti di percorso guidato per la nuova edizione de Le Vie dei tesori, è una scoperta e un viaggio nella devozione e negli intrecci della storia religiosa della città, nel potere della fede e delle predizioni del fraticello calabrese, che, quando aveva incontrato in Francia il futuro viceré Ettore Pignatelli gli aveva preconizzato un fortunato regno lungo 18 anni e un ruolo fondamentale per l’avvento dei frati minori nel capoluogo.

Oggi, dopo il restauro durato un anno e mezzo e finanziato con 1 milione di euro dal Fondo governativo per gli edifici di culto, San Francesco di Paola rivela i suoi tesori rinati: gli stucchi di scuola serpottiana, gli affreschi rinvenuti sulle arcate delle colonne, eseguiti da Antonio Grano, e quelli settecenteschi scoperti nella cappella di San Giuseppe, già cappella della Pietà, che raffigurano la spoliazione di Cristo e l’innalzamento della Croce.

Ancora, gli interventi di recupero hanno riportato alla luce l’affresco dei Magi al cospetto di Erode, precedentemente coperto da una tela, nella cappella del Cuore di Gesù, già cappella dedicata ai re d’Oriente, e l’affresco di Gesù che si desta dal sepolcro, nella cappella del Crocifisso. Infine i lavori di pulitura hanno fatto riemergere la superficie in oro zecchino sulle volte che sovrastano l’altare maggiore, dal 1934 rozzamente ricoperta da una patina color pesca.

“Ricordiamo anche – sottolinea padre Antonio Porretta, co-parroco in solidum, con padre Saverio e padre Giorgio – che San Francesco di Paola, dal 1739, è patrono della Sicilia, insieme all’Immacolata. Alla consacrazione è dedicata la seconda cappella a sinistra del transetto, la cappella del Patronato, dove si trovano l’altare in legno costruito in onore del Santo e il cartiglio con l’iscrizione latina. Nella cappella delle reliquie, invece – prosegue il frate – a destra dell’altare maggiore, si trovano la statua in argento di Francesco, realizzata dai fratelli argentieri Carini, che al suo interno custodisce un pezzo della costola, e, ai piedi del simulacro, un pezzo del bastone del santo, conservato in una teca di cristallo”.

Poetico e visionario, il racconto del miracolo di Francesco sulle acque dello Stretto di Messina. “Nel 1464 il frate – racconta Alessandro Cusimano, sacrista e superiore della confraternita – aveva chiesto passaggio ad un barcaiolo per raggiungere Milazzo dalle coste calabresi e fondare lì il primo convento dei Minimi. L’uomo, però, si era rifiutato, e allora Francesco, per superare l’ostacolo del mare aperto, distese il suo mantello sull’acqua e issò il bastone come albero maestro della vela. Così riuscì a fare la traversata”.

Dopo l’alienazione dei beni ecclesiastici nel 1868, in seguito al processo di unificazione dell’Italia, il convento dei frati Minimi, attiguo alla chiesa, fu acquisito dallo Stato sabaudo e adibito a caserma e circolo ufficiali delle Forze armate. Trentasette anni dopo, nel 1905, i frati sono tornati in possesso di una piccola parte del complesso, e oggi in quattro abitano in una porzione dell’antico noviziato sulla volta della Chiesa.

Padre Antonio, ex bancario che dieci anni fa ha deciso di cambiare vita e da cinque ha indossato il saio francescano, lo ha trasformato in un luogo aperto alla città: “In estate – spiega – c’è il cineforum allestito sulla terrazza accessibile da via Sant’Oliva, mentre in occasione della festa dei morti, a novembre, vendiamo al pubblico dolci artigianali. Il ricavato di entrambe le attività viene inviato alle nostre missioni in Congo”.

Nella chiesa di San Francesco di Paola, a Palermo, c’è una cappella dedicata a una delle antiche patrone della città. È qui che si pensa fossero stati sepolti i suoi resti, che però non vennero mai ritrovati. È uno dei luoghi visitabili del festival Le Vie dei Tesori

di Federica Certa

Navata sinistra, terza campata, cappella di Sant’Oliva: c’è una botola, e sotto la botola un cunicolo profondo dieci metri, che vira a sinistra e si apre in un antro buio e nero come la pece. È qui che – secondo la tradizione cristiana – sono state custodite per secoli le spoglie di Oliva, la giovane martire decapitata a Tunisi nel 463 dopo Cristo, amorevolmente trasportata dai suoi fedeli a Palermo per essere tumulata avvolta in pelli di cammello dentro un pozzo, dove i suoi resti, però, non vennero mai ritrovati. Ancora nel tardo Medioevo, a Palermo, di patrone ce n’erano quattro, prima del miracolo della guarigione dalla peste, prima del ritrovamento delle spoglie di Rosalia Sinibaldi nell’eremo di Montepellegrino.

E Oliva era una di queste, pregata e venerata tanto da edificare una cappella nel luogo che era ritenuto sede della sua sepoltura. Tanto da credere che l’acqua, sgorgata un giorno da quel pozzo buio, avesse poteri prodigiosi. Una cappella piccola, modesta, affidata alla congregazione dei sarti, destinata a diventare il nucleo fondativo di una delle chiese più imponenti e opulente di Palermo, San Francesco di Paola, nella piazza che prende il nome dalla santa che convertiva i pagani, sfidava i vandali di Genserico, addomesticava dragoni, leoni e serpenti, beffava la fame e resisteva incolume alle torture con il fuoco, l’aculeo, l’olio bollente, la frusta.

Due campioni dell’agiografia cristiana, Oliva e Francesco, due luoghi di culto, la cappella e la chiesa, che incrociano le tappe della loro genesi e scandiscono le vicende dell’ordine dei frati Minimi fondato dal santo calabrese, che quest’anno, proprio tra ottobre e novembre, celebra il cinquecentenario dell’arrivo a Palermo, mezzo millennio da quel giorno d’autunno in cui i sarti palermitani cedettero la malridotta cappella e il terreno circostante ai frati con atto notarile redatto a Sant’Eulalia dei Catalani, dando il via alla fondazione del primo convento a Palermo.

La chiesa di piazza Sant’Oliva ne conserva memoria, e visitarla nei 40 minuti di percorso guidato per la nuova edizione de Le Vie dei tesori, è una scoperta e un viaggio nella devozione e negli intrecci della storia religiosa della città, nel potere della fede e delle predizioni del fraticello calabrese, che, quando aveva incontrato in Francia il futuro viceré Ettore Pignatelli gli aveva preconizzato un fortunato regno lungo 18 anni e un ruolo fondamentale per l’avvento dei frati minori nel capoluogo.

Oggi, dopo il restauro durato un anno e mezzo e finanziato con 1 milione di euro dal Fondo governativo per gli edifici di culto, San Francesco di Paola rivela i suoi tesori rinati: gli stucchi di scuola serpottiana, gli affreschi rinvenuti sulle arcate delle colonne, eseguiti da Antonio Grano, e quelli settecenteschi scoperti nella cappella di San Giuseppe, già cappella della Pietà, che raffigurano la spoliazione di Cristo e l’innalzamento della Croce.

Ancora, gli interventi di recupero hanno riportato alla luce l’affresco dei Magi al cospetto di Erode, precedentemente coperto da una tela, nella cappella del Cuore di Gesù, già cappella dedicata ai re d’Oriente, e l’affresco di Gesù che si desta dal sepolcro, nella cappella del Crocifisso. Infine i lavori di pulitura hanno fatto riemergere la superficie in oro zecchino sulle volte che sovrastano l’altare maggiore, dal 1934 rozzamente ricoperta da una patina color pesca.

“Ricordiamo anche – sottolinea padre Antonio Porretta, co-parroco in solidum, con padre Saverio e padre Giorgio – che San Francesco di Paola, dal 1739, è patrono della Sicilia, insieme all’Immacolata. Alla consacrazione è dedicata la seconda cappella a sinistra del transetto, la cappella del Patronato, dove si trovano l’altare in legno costruito in onore del Santo e il cartiglio con l’iscrizione latina. Nella cappella delle reliquie, invece – prosegue il frate – a destra dell’altare maggiore, si trovano la statua in argento di Francesco, realizzata dai fratelli argentieri Carini, che al suo interno custodisce un pezzo della costola, e, ai piedi del simulacro, un pezzo del bastone del santo, conservato in una teca di cristallo”.

Poetico e visionario, il racconto del miracolo di Francesco sulle acque dello Stretto di Messina. “Nel 1464 il frate – racconta Alessandro Cusimano, sacrista e superiore della confraternita – aveva chiesto passaggio ad un barcaiolo per raggiungere Milazzo dalle coste calabresi e fondare lì il primo convento dei Minimi. L’uomo, però, si era rifiutato, e allora Francesco, per superare l’ostacolo del mare aperto, distese il suo mantello sull’acqua e issò il bastone come albero maestro della vela. Così riuscì a fare la traversata”.

Dopo l’alienazione dei beni ecclesiastici nel 1868, in seguito al processo di unificazione dell’Italia, il convento dei frati Minimi, attiguo alla chiesa, fu acquisito dallo Stato sabaudo e adibito a caserma e circolo ufficiali delle Forze armate. Trentasette anni dopo, nel 1905, i frati sono tornati in possesso di una piccola parte del complesso, e oggi in quattro abitano in una porzione dell’antico noviziato sulla volta della Chiesa.

Padre Antonio, ex bancario che dieci anni fa ha deciso di cambiare vita e da cinque ha indossato il saio francescano, lo ha trasformato in un luogo aperto alla città: “In estate – spiega – c’è il cineforum allestito sulla terrazza accessibile da via Sant’Oliva, mentre in occasione della festa dei morti, a novembre, vendiamo al pubblico dolci artigianali. Il ricavato di entrambe le attività viene inviato alle nostre missioni in Congo”.

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