Il palazzo dimenticato dove nacque il beato Geremia

L’edificio si trova in via Bandiera, a Palermo, ma non c’è traccia di una targa che accenni alla storia del frate domenicano, a cui vennero attribuiti due miracoli

di Emanuele Drago *

C’è un palazzo a Palermo in cui, ogni qualvolta si attraversa la via Bandiera ci si imbatte. È un edificio storico ai più poco noto, eppure deve la propria importanza al fatto che diede i natali a un personaggio che fece la storia della città, il beato Pietro Geremia. Ubicato di fronte alla dimora che fu prima dei Termine e poi degli Alliata di Pietraperzia, il palazzo Geremia Battifora è privo il qualsiasi targa che possa ricostruirne la storia.

D’altronde, il beato e padre domenicano lo meriterebbe, non foss’altro per due miracoli che gli vennero attribuiti. Nato il 10 agosto del 1399, da una figlia di origine bolognese, il buon Pietro, dopo aver perfezionato gli studi tra l’Emilia e la Toscana, all’età di trentaquattro anni fece ritorno a Palermo e divenne priore della chiesa di Santa Cita. E non è un caso che proprio in quest’ultima chiesa vi si trovi (sulla parte sinistra del transetto) un quadro di Antonio Manno in cui si ricorda una dei miracoli che frate Geremia compì a Palermo: la guarigione e il risanamento della testa di un’adultera decapitata dal marito.

Ma fu soprattutto per il secondo miracolo che molti appassionati di agiografia se lo ricordano. Si narra infatti che nella metà del 15esimo secolo, nei pressi dell’attuale mercato ortofrutticolo, su un piano ribassato rispetto alla via Monte Pellegrino, un cane avesse ritrovato priva di vita una bambina. I passanti, disperati, non sapendo cosa fare, decisero di condurla presso la parrocchia di padre Geremia, l’attuale San Mamiliano.

Fu così che durante l’orazione funebre la bimba riaprì gli occhi lasciando interdetti gli astanti. C’è chi gridò al miracolo, altri sostennero che si fosse trattato di un caso di morte apparente. Fatto sta che al centro della vicenda si trovava quello stesso Geremia di cui oggi solo pochi palermitani conoscono la storia. Bene, si potrebbe avanzare una proposta: perché non affiggere all’esterno del palazzo una targa che ricordi queste vicende? In fondo, per fare ciò, non ci sarebbe bisogno di un miracolo.

* Docente e scrittore

L’edificio si trova in via Bandiera, a Palermo, ma non c’è traccia di una targa che accenni alla storia del frate domenicano, a cui vennero attribuiti due miracoli

di Emanuele Drago *

C’è un palazzo a Palermo in cui, ogni qualvolta si attraversa la via Bandiera ci si imbatte. È un edificio storico ai più poco noto, eppure deve la propria importanza al fatto che diede i natali a un personaggio che fece la storia della città, il beato Pietro Geremia. Ubicato di fronte alla dimora che fu prima dei Termine e poi degli Alliata di Pietraperzia, il palazzo Geremia Battifora è privo il qualsiasi targa che possa ricostruirne la storia.

D’altronde, il beato e padre domenicano lo meriterebbe, non foss’altro per due miracoli che gli vennero attribuiti. Nato il 10 agosto del 1399, da una figlia di origine bolognese, il buon Pietro, dopo aver perfezionato gli studi tra l’Emilia e la Toscana, all’età di trentaquattro anni fece ritorno a Palermo e divenne priore della chiesa di Santa Cita. E non è un caso che proprio in quest’ultima chiesa vi si trovi (sulla parte sinistra del transetto) un quadro di Antonio Manno in cui si ricorda una dei miracoli che frate Geremia compì a Palermo: la guarigione e il risanamento della testa di un’adultera decapitata dal marito.

Ma fu soprattutto per il secondo miracolo che molti appassionati di agiografia se lo ricordano. Si narra infatti che nella metà del 15esimo secolo, nei pressi dell’attuale mercato ortofrutticolo, su un piano ribassato rispetto alla via Monte Pellegrino, un cane avesse ritrovato priva di vita una bambina. I passanti, disperati, non sapendo cosa fare, decisero di condurla presso la parrocchia di padre Geremia, l’attuale San Mamiliano.

Fu così che durante l’orazione funebre la bimba riaprì gli occhi lasciando interdetti gli astanti. C’è chi gridò al miracolo, altri sostennero che si fosse trattato di un caso di morte apparente. Fatto sta che al centro della vicenda si trovava quello stesso Geremia di cui oggi solo pochi palermitani conoscono la storia. Bene, si potrebbe avanzare una proposta: perché non affiggere all’esterno del palazzo una targa che ricordi queste vicende? In fondo, per fare ciò, non ci sarebbe bisogno di un miracolo.

* Docente e scrittore

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